Giù da questo scoglio, giù nel mare in verticale.

Ormai sono abbastanza grande per capire che certe cose passano in poco tempo ed altre rimangono lì, in sordina, a dar noia un po’ più a lungo. E’ solo che le mie priorità sembrano essersi ribaltate in nome di una felicità troppo a lungo cercata.
Per cui, è ora di pensare a lavoro, famiglia e stronzate, non necessariamente in quest’ordine.

Voglio sbucciarmi le ginocchia, ballare, saltare e muovere i muscoli, perché ne ho bisogno.
Ho bisogno di smettere di crescere per un po’ e forse regredire a una me stessa più spensierata.

Che il lavoro non è tutto, che ci sono un sacco di cose da fare, vedere, persone da conoscere, sudore da spendere.

Da sola. Punto.

E a capo.

Feroce.

Mi hanno sempre detto tutti che non sorrido mai, anche se sono molti i momenti in cui qualche motivo per sorridere lo avrei. Magari sorrido dentro pensando di farlo anche fuori, ma in realtà ho su la stessa ghigna della maggior parte del tempo. Quella che sembra voglia uccidere qualcuno o abbia appena seppellito una cucciolata di labrador sgozzati nel cortile di Cisanello.
In realtà magari sono anche tranquilla e soffro solo di resting bitch face syndrome, o non so che. Vorrei tornare me stessa e riavvicinarmi un po’ a quella ragazza che viveva d’ideali e birra scadente, e dico “birra scadente” perché citare la tequila pare quasi sconveniente.
Vengo da un passato strano, io. Sono piena di “ma”, di “se” e di “forse” che mi abitano dentro, ma fuori cerco di mostrarmi inarrestabile. Un panzer, mi sono auto-definita.
Solo che questi volti, queste pelli screziate e a volte marezzate, queste ossa che spuntano, queste lacrime e questo cielo breve non so se riesco a leggerli, nemmeno a elaborarli, forse capirli.
E allora cosa ceppadiminchia dovrei sorridere?
Dovrei sorridere di fronte alle vite spezzate, ai giorni vuoti, allo sfruttamento, alla rabbia che provo ogni momento?
Dovrei sorridere di fronte al fatto che mi sento profondamente infelice e in qualche modo castrata da qualcosa d’invisibile? Dovrei accettare inquietudine, ansia, dolore cronico e via dicendo e nonapprofondiamoperchéperlamordiddio?
Quella ragazza non me la ricordo più e mi manca da morire. La cerco in fondo allo specchio, a volte la chiamo ma non mi risponde e la prenderei a testate perché se n’è andata. Che male c’era a restarmi vicina ancora un po’?
Perché non me lo spiega come si ride, come si piange, come si fa a sentire il cuore stracolmo, e come soffrono i pazienti? Lei sapeva tutto. Era così sicura e convinta della sua vita e delle sue possibilità che avrei tante domande da farle.
Dove cazzo è finita?
Sento una feroce voglia di stanarla, prenderla a legnate, poi abbracciarla forte e pregarla di tornare da me, perché non ce la faccio a stare senza di lei.

“E cerco invano qualcosa da inventare in mutande”

Sai per che cosa mi odio?
Per le ore vuote. Perché ci sono tante cose da fare, da scoprire, da vedere, da pensare. Ma preferisco vestirmi di niente e consumare tutta l’inedia che a volte non riesco a scrollarmi di dosso.
Che tanto poi risorgo.
Sai per che cosa odio la mia vita?
Perché ho fatto troppe cose, eppure troppo poche. Perché tutte le mie uova sono in un canestrino che mi cade ogni tre per due. E io viaggio in un equilibrato disequilibrio, non saprei come altro definirlo.
Sai per che cosa odio il mio passato?
Perché ci sono cose con le quali non riesco a far pace, ma soprattutto cose che hanno condizionato in maniera fortissima la mia personalità di adulta, e vorrei non l’avessero fatto. Vorrei non essere un panzer col senso del dovere sopra ogni cosa. Vorrei, per qualche giorno almeno, riuscire a rilassarmi davvero e smettere di sentirmi perennemente inquieta.
Sai qual è l’aspetto di me che stona terribilmente?
Il fatto che non mi perdono cose che poi son stupidaggini, e sottovaluto veri e propri errori, questioni per le quali dovrei cambiare radicalmente atteggiamento.
Sai cosa mi manca?
Perché io non lo so.

Esatto: non ci sono più.

Breathe in, breathe out.
Non che stia perdendo il lume della ragione, perlamordiddìo.
Oggi è una di quelle giornate in cui non ho voglia di far niente e stare al pc tutto il giorno a contemplare serie tv già viste mille volte, articoli motivazionali nei quali non mi riconosco, e guardarmi in uno specchio senza trovarmi più.

Il lavoro ti cambia, ma ti cambia in un modo talmente subdolo che nemmeno saprei dire cosa non va. Faccio fatica a elaborare il disagio, cosa che invece mi è sempre riuscita benissimo. per prima cosa bisognerebbe che capissi se succede a tutti o è successo solo a me: alcuni dei miei colleghi sembrano aver armonizzato perfettamente la vita lavorativa con quanto faceva parte già da prima della loro vita.
Senza grossi sconvolgimenti, per loro stessa ammissione. Allora perché mi sento come se mi avessero messa sull’ottovolante e non riuscissi più a scendere?
Semplice, ci sono legata sopra. Adoro l’ottovolante, mi piace girare e fare una cosa che mi provoca continui picchi di ormoni surrenalici, sono entusiasta soprattutto da quando mi hanno spostata in Rianimazione, ho avuto quel “segno” che ormai da troppo tempo aspettavo, e dulcis in fundo lavoro anche le 36 ore previste dal mio contratto con i riposi proprio come l’Unione Europea li vuole.
[Doveroso corollario: questa cosa fino ad un mese fa non si verificava: lavoravo una media di 45 ore settimanali svolgendo tante mansioni infermieristiche e ausiliarie che mi stavano portando a un livello di frustrazione che non pensavo nemmeno esistesse. Ero profondamente infelice e avevo riacquistato quel mood iper-melodrammatico cominciando a macchinare rivoluzioni tipo “cambio specializzazione”, “ammazzo qualcuno”, “torno a fare la GM” – che non è Giovane Marmotta, ma Guardia Medica.]
Vorrei anche parlare di quanto quella persona sia il mio specchio, ma davvero,e  di quanto vorrei renderla fiera di me. Di quanto mi piace parlare con lei anche se tralascio in questo modo i miei doveri di brava Specializzanda piccola.

Ma non ne parlerò, perché non riesco a scrivere delle cose belle: devo scrivere di Disagio&Rabbia, come da sempre avviene.

Disagio perché?
Disagio perché manca qualcosa, che non so se sia la serenità, gli amici, le minchiate o la leggerezza. Penso, in una parola, che sia più la leggerezza. Tutti si aspettano che io tiri fuori un brilloccoro da un momento all’altro, o che mi sposi, o che annunci la gravidanza. Tutti pensano che io sia arrivata, finita, esaurita, completa, ormai risolta. Non è così. Sento che mi manca tanto. Avessi a capire che cosa però…
Disagio perché sono un’ignorante e non so i dosaggi della dobutamina, ma ho anche poca voglia di studiarli. O l’ultrafiltro, i cortisonici, i protocolli, e tutto il corrimidietro. Sono pigra pigra pigra e non so bene cosa farmene di tutto questo tempo che ora ho a disposizione.

Rabbia perché?
Perché ho perso la mia profondità e non riesco a perdonarmelo.
Perché assisto a scene di vita, morte e malattia che dal punto di vista umano hanno dell’incredibile e dovrebbero colpirmi, o farmi riflettere, o cambiarmi o non so che, ma semplicemente le introietto senza rifletterci.
Perché pensare mi fa fatica, scrivere ancora di più, imparanoiarmi pure. Escludendo il lavoro, ovvio, dove m0imparanoio circa 15 volte a turno.

No, non riesco a perdonarmelo.
Sono molto confusa.

 

Non va bene nessuno.

La verità è che crescendo sono diventata una pessima amica: non ci sono mai e quando ci sono parlo di tubi e incannulamento arterioso con ecoguida, o di quanto il mio mondo e quello dei chirurghi siano due binari che non s’incontrano mai, per quanto bisogno ne avrebbero.
Ultimamente i requisiti per essere mia amica ammontano circa ad una decina e devono essere tutti contemporaneamente presenti, il che mi candida a una certa fine come acida anestesista priva di amici. Ma con un fidanzato e un bellissimo gatto grigio ciniglia e bianco.

Sono intollerante e vorrei che tutti facessero a modo mio, che le esigenze altrui combaciassero con le mie e che chi mi sta vicino capisse le MIE enormità emotive, possibilmente possedendone una serie analoga alla mia. Così da poterci mutuamente lamentare e commiserare tuuuuutti in coro.
In parte i miei colleghi soddisfano il bisogno di essere compresa e ragionare di arterie: difficilmente una cena passati tutti insieme non va a finire in discussioni interminabili su monitoraggi, cateteri e altri troiai di sorta. Il problema è che i colleghi non sono (ancora) veri e propri Amici con cui poter scavare in fondo alle contraddizioni di fronte alle quali questo mestiere mi pone quotidianamente.
La Banda, per contro, è divisa in due: B. è come me, solo che lavora in amministrazione in una ditta di nonsoché. questo mi permette di condividere parte delle mie frustrazioni lavorative ed emotive, ma di arterie non se ne parla proprio. BB è presa da altro. E. come al solito ha come unica priorità l’uscire in centro a Pisa, che io mi chiedo COSA CI SIA che ancora non ha visto. Io se esco bramo alcol e la compagnia degli amici di sempre. Voglio ritrovare quel po’ di vita universitaria che ha ancor aun SIGNIFICATO per me, quelle persone che mi vogliono bene e mi fanno ridere.
Questo il problema più grande, e ciò che mi divide da E. e da tutti i miei amici ancora in quella fase della vita (i.e. “il momento del bischero”): per me contano le cose significative. Tutto deve avere importanza, un retroscena emotivo, un valore profondo del cacchio. Altrimenti gnè.
G., invece, sta nel mezzo. Sto incitandola a raggiungermi, a saltare il fosso maledetto della Laurea, perché allora ci capiremo al 100% eliminando quel fastidioso 10% che al momento stona.

In parole povere per essere mia amica devi essere una quasi-adulta mezza disillusa e mezza Peter Pan in cerca della propria stabilità economica e personale.

Che tristezza. Non c’è da sorprendersi se comincio a sentirmi un pesce fuor d’acqua praticamente ogni volta che esco di casa…

Non ci sono più?

Una volta scrivevo tantissimo anche se non avevo niente d’interessante da dire, o meglio, ero in grado di costruire iperboli infinite su UN concetto UNO, che declinavo in ogni modo possibile immaginabile.
Ero brava, anche. In alcune occasioni ho tirato fuori degli scritti molto carini, che ho fatto leggere ad altri, per i quali ho ricevuto complimenti.
Da un po’ non riesco più a scrivere, e questo significa che non penso più. Non mi auto-analizzo, non rifletto sulle cose fino a sgretolarle, non mi tormento più. Questo da un certo punto di vista è abbastanza triste, perché significa che ho DECODIFICATO, risolto, deviluppato parte di me. Non so se il verbo “deviluppare” esista in italiano, spero si capisca ciò che intendo: rendere lineare e comprensibile quello o quell’altro aspetto della mia personalità, prima inarrivabile o talmente contorto da farmi impazzire quotidianamente.
Tante cose che prima erano problemi adesso non lo sono più, tante cose in cui non mi sarei mai spesa adesso fanno parte della mia routine, e mi piacciono. Ad esempio, ho comprato l’Appretto. Che qualche mese fa nemmeno sapevo cosa fosse, e se qualcuno me l’avesse spiegato avrei risposto che io stiro sei volte l’anno, che coincidono tutte con quando devo mettere il camice per andare in qualche corsia.
Faccio parte ad oggi della folta schiera degli Specializzandi, per non dire “di quella manica di poveracci sottopagati e sfruttati dal SSN per tutte le mansioni, da quella del fattorino a quella del Primario”. Questo significa che ho diritto alla lavanderia aziendale, che prende e restituisce periodicamente il mio camice, ogni volta più stecchito e giallognolo. Poco male, tanto non lo uso perché faccio Anestesia e sono destinata ad essere scambiata per Infermiera o Oss fino a quando non mi verranno le rughe, o fino a quando non metteranno il neon sul mio fonendoscopio, che di solito non si addice a portantini e altre figure sanitarie.
Insomma, il camice non lo devo più stirare perché me lo stirano le simpaticone della SO.GE.SI., ma stiro quasi ogni settimana perché il mio ragazzo ci ha le camicie e mica posso rifilarle alla madre. Manco posso permettermi di mandarlo in giro coi vestiti stazzonati, che poi qua a Lucca lo sanno che è il mio ragazzo.
Trovo una certa pace nello stirare, così come nel fare dolci e spulciare GialloZafferano.it, e cose del genere. Anche nel MIO gatto, una bestiolina della quale devo prendermi cura al 100%, vermi e vaccini compresi.
Sono ADULTA, abbastanza stabile, meno autodistruttiva e più serena.

Il rovescio della medaglia è che quella serie di contraddizioni e disperazioni propri dell’età giovanile potrano con sé una profondità del sentire ed una capacità di auto-analisi che credo di aver perso per sempre. Essere un caos totale, fondamentalmente disfunzionali, emotivamente instabbbbbili non significa solo ubriacarsi una sera sì e l’altra sì. Significa anche pensare e ripensare, avere poi un sacco di tempo perché fai l’Università e ciao. Medicina poi, predispone all’autoanalisi efferata, perché uscire non puoi che devi studiare, ma non è fisicamente possibile studiare per TUTTE le 12 ore che passi da sveglia. Quindi, una volta esaurite le serie tv, pensi. Scrivi. Rifletti. Osservi le ombre della serranda disegnare il soffitto. Ascolti tante canzoni per trovare qualcosa che in quel momento manca, e insieme ai pezzi di te trovi mille altri pensieri che ti accompagneranno per molti mesi. Alcuni ancora sono mantra che mi ripeto, perché gira che ti rigira sono sempre io.

Mi manca quella mente incasinata. Quella libertà di potersi analizzare perché i futili problemi emotivi lo richiedono. E’ come se stessi crescendo nella vita pratica ma rimanendo ferma emotivamente.

Non tornerei indietro nemmeno morta, ma non ho ben capito quando e come starò con me stessa d’ora in avanti.
Devo rifletterci sopra, ma quando?

Quando è successo?

Bando alle questioni stilistiche, agl’inglesismi di sorta e alle bellùrie estetiche. Io voglio solo lanciare un appello a reti unificate, potendo parlerei anche su Canale 5, per chiedere quando ceppadiminchia è successo tutto questo.

Per “tutto questo” intendo:

– preferire il pigiama alla tequilasalelimone;
– guardare con disprezzo chi fa la vita da studente e ha la mia età;
– odiare con manifesta veemenza chiunque conduca un’esistenza spensierata;
– affittare un rustico alla prima periferia di Lucca;
– accompagnarmi qualcuno di cui conosco l’intero albero genealogico o quasi, ogni neo, anche il cognome da ragazza della madre;
– sempre l’accompagnarmi, MA… A uno che non mi manda a cagare dopo essermisi fatta enne volte dicendo “non sei tu, sono io”;
– e ribadisco, affittare un rustico alla prima periferia di Lucca, e non per andarci in villeggiatura – che forse sarebbe stato peggio;
– sproloquiare a giornate sane sempre  solo di: orari, turni, infermieri indisponenti, strutturati indisponenti, pazienti indisponenti, colleghi mai inisponenti (love them <3), OSS indisponenti, e tutto quello che può definirsi indisponente in un blocco operatorio ad alto turnover di pazienti – Dio maledica la chirurgia minore;
– le creme di bellezza;
– le creme di bellezza BIO;
– gli affettati di tacchino all’1% di grassi;
– le tasse;
– il commercialista, che io nemmeno so che lavoro è quello del commercialista;
– il turno di 12 ore al posto del Paci 12 ore;
– il fatto di NON studiare;
– le sei di mattina da sobria.
E insomma, non me ne vengono altre. Fanculo.

“The carousel never stops turning…”