Feroce.

Mi hanno sempre detto tutti che non sorrido mai, anche se sono molti i momenti in cui qualche motivo per sorridere lo avrei. Magari sorrido dentro pensando di farlo anche fuori, ma in realtà ho su la stessa ghigna della maggior parte del tempo. Quella che sembra voglia uccidere qualcuno o abbia appena seppellito una cucciolata di labrador sgozzati nel cortile di Cisanello.
In realtà magari sono anche tranquilla e soffro solo di resting bitch face syndrome, o non so che. Vorrei tornare me stessa e riavvicinarmi un po’ a quella ragazza che viveva d’ideali e birra scadente, e dico “birra scadente” perché citare la tequila pare quasi sconveniente.
Vengo da un passato strano, io. Sono piena di “ma”, di “se” e di “forse” che mi abitano dentro, ma fuori cerco di mostrarmi inarrestabile. Un panzer, mi sono auto-definita.
Solo che questi volti, queste pelli screziate e a volte marezzate, queste ossa che spuntano, queste lacrime e questo cielo breve non so se riesco a leggerli, nemmeno a elaborarli, forse capirli.
E allora cosa ceppadiminchia dovrei sorridere?
Dovrei sorridere di fronte alle vite spezzate, ai giorni vuoti, allo sfruttamento, alla rabbia che provo ogni momento?
Dovrei sorridere di fronte al fatto che mi sento profondamente infelice e in qualche modo castrata da qualcosa d’invisibile? Dovrei accettare inquietudine, ansia, dolore cronico e via dicendo e nonapprofondiamoperchéperlamordiddio?
Quella ragazza non me la ricordo più e mi manca da morire. La cerco in fondo allo specchio, a volte la chiamo ma non mi risponde e la prenderei a testate perché se n’è andata. Che male c’era a restarmi vicina ancora un po’?
Perché non me lo spiega come si ride, come si piange, come si fa a sentire il cuore stracolmo, e come soffrono i pazienti? Lei sapeva tutto. Era così sicura e convinta della sua vita e delle sue possibilità che avrei tante domande da farle.
Dove cazzo è finita?
Sento una feroce voglia di stanarla, prenderla a legnate, poi abbracciarla forte e pregarla di tornare da me, perché non ce la faccio a stare senza di lei.

“E cerco invano qualcosa da inventare in mutande”

Sai per che cosa mi odio?
Per le ore vuote. Perché ci sono tante cose da fare, da scoprire, da vedere, da pensare. Ma preferisco vestirmi di niente e consumare tutta l’inedia che a volte non riesco a scrollarmi di dosso.
Che tanto poi risorgo.
Sai per che cosa odio la mia vita?
Perché ho fatto troppe cose, eppure troppo poche. Perché tutte le mie uova sono in un canestrino che mi cade ogni tre per due. E io viaggio in un equilibrato disequilibrio, non saprei come altro definirlo.
Sai per che cosa odio il mio passato?
Perché ci sono cose con le quali non riesco a far pace, ma soprattutto cose che hanno condizionato in maniera fortissima la mia personalità di adulta, e vorrei non l’avessero fatto. Vorrei non essere un panzer col senso del dovere sopra ogni cosa. Vorrei, per qualche giorno almeno, riuscire a rilassarmi davvero e smettere di sentirmi perennemente inquieta.
Sai qual è l’aspetto di me che stona terribilmente?
Il fatto che non mi perdono cose che poi son stupidaggini, e sottovaluto veri e propri errori, questioni per le quali dovrei cambiare radicalmente atteggiamento.
Sai cosa mi manca?
Perché io non lo so.

Esatto: non ci sono più.

Breathe in, breathe out.
Non che stia perdendo il lume della ragione, perlamordiddìo.
Oggi è una di quelle giornate in cui non ho voglia di far niente e stare al pc tutto il giorno a contemplare serie tv già viste mille volte, articoli motivazionali nei quali non mi riconosco, e guardarmi in uno specchio senza trovarmi più.

Il lavoro ti cambia, ma ti cambia in un modo talmente subdolo che nemmeno saprei dire cosa non va. Faccio fatica a elaborare il disagio, cosa che invece mi è sempre riuscita benissimo. per prima cosa bisognerebbe che capissi se succede a tutti o è successo solo a me: alcuni dei miei colleghi sembrano aver armonizzato perfettamente la vita lavorativa con quanto faceva parte già da prima della loro vita.
Senza grossi sconvolgimenti, per loro stessa ammissione. Allora perché mi sento come se mi avessero messa sull’ottovolante e non riuscissi più a scendere?
Semplice, ci sono legata sopra. Adoro l’ottovolante, mi piace girare e fare una cosa che mi provoca continui picchi di ormoni surrenalici, sono entusiasta soprattutto da quando mi hanno spostata in Rianimazione, ho avuto quel “segno” che ormai da troppo tempo aspettavo, e dulcis in fundo lavoro anche le 36 ore previste dal mio contratto con i riposi proprio come l’Unione Europea li vuole.
[Doveroso corollario: questa cosa fino ad un mese fa non si verificava: lavoravo una media di 45 ore settimanali svolgendo tante mansioni infermieristiche e ausiliarie che mi stavano portando a un livello di frustrazione che non pensavo nemmeno esistesse. Ero profondamente infelice e avevo riacquistato quel mood iper-melodrammatico cominciando a macchinare rivoluzioni tipo “cambio specializzazione”, “ammazzo qualcuno”, “torno a fare la GM” – che non è Giovane Marmotta, ma Guardia Medica.]
Vorrei anche parlare di quanto quella persona sia il mio specchio, ma davvero,e  di quanto vorrei renderla fiera di me. Di quanto mi piace parlare con lei anche se tralascio in questo modo i miei doveri di brava Specializzanda piccola.

Ma non ne parlerò, perché non riesco a scrivere delle cose belle: devo scrivere di Disagio&Rabbia, come da sempre avviene.

Disagio perché?
Disagio perché manca qualcosa, che non so se sia la serenità, gli amici, le minchiate o la leggerezza. Penso, in una parola, che sia più la leggerezza. Tutti si aspettano che io tiri fuori un brilloccoro da un momento all’altro, o che mi sposi, o che annunci la gravidanza. Tutti pensano che io sia arrivata, finita, esaurita, completa, ormai risolta. Non è così. Sento che mi manca tanto. Avessi a capire che cosa però…
Disagio perché sono un’ignorante e non so i dosaggi della dobutamina, ma ho anche poca voglia di studiarli. O l’ultrafiltro, i cortisonici, i protocolli, e tutto il corrimidietro. Sono pigra pigra pigra e non so bene cosa farmene di tutto questo tempo che ora ho a disposizione.

Rabbia perché?
Perché ho perso la mia profondità e non riesco a perdonarmelo.
Perché assisto a scene di vita, morte e malattia che dal punto di vista umano hanno dell’incredibile e dovrebbero colpirmi, o farmi riflettere, o cambiarmi o non so che, ma semplicemente le introietto senza rifletterci.
Perché pensare mi fa fatica, scrivere ancora di più, imparanoiarmi pure. Escludendo il lavoro, ovvio, dove m0imparanoio circa 15 volte a turno.

No, non riesco a perdonarmelo.
Sono molto confusa.

 

Non va bene nessuno.

La verità è che crescendo sono diventata una pessima amica: non ci sono mai e quando ci sono parlo di tubi e incannulamento arterioso con ecoguida, o di quanto il mio mondo e quello dei chirurghi siano due binari che non s’incontrano mai, per quanto bisogno ne avrebbero.
Ultimamente i requisiti per essere mia amica ammontano circa ad una decina e devono essere tutti contemporaneamente presenti, il che mi candida a una certa fine come acida anestesista priva di amici. Ma con un fidanzato e un bellissimo gatto grigio ciniglia e bianco.

Sono intollerante e vorrei che tutti facessero a modo mio, che le esigenze altrui combaciassero con le mie e che chi mi sta vicino capisse le MIE enormità emotive, possibilmente possedendone una serie analoga alla mia. Così da poterci mutuamente lamentare e commiserare tuuuuutti in coro.
In parte i miei colleghi soddisfano il bisogno di essere compresa e ragionare di arterie: difficilmente una cena passati tutti insieme non va a finire in discussioni interminabili su monitoraggi, cateteri e altri troiai di sorta. Il problema è che i colleghi non sono (ancora) veri e propri Amici con cui poter scavare in fondo alle contraddizioni di fronte alle quali questo mestiere mi pone quotidianamente.
La Banda, per contro, è divisa in due: B. è come me, solo che lavora in amministrazione in una ditta di nonsoché. questo mi permette di condividere parte delle mie frustrazioni lavorative ed emotive, ma di arterie non se ne parla proprio. BB è presa da altro. E. come al solito ha come unica priorità l’uscire in centro a Pisa, che io mi chiedo COSA CI SIA che ancora non ha visto. Io se esco bramo alcol e la compagnia degli amici di sempre. Voglio ritrovare quel po’ di vita universitaria che ha ancor aun SIGNIFICATO per me, quelle persone che mi vogliono bene e mi fanno ridere.
Questo il problema più grande, e ciò che mi divide da E. e da tutti i miei amici ancora in quella fase della vita (i.e. “il momento del bischero”): per me contano le cose significative. Tutto deve avere importanza, un retroscena emotivo, un valore profondo del cacchio. Altrimenti gnè.
G., invece, sta nel mezzo. Sto incitandola a raggiungermi, a saltare il fosso maledetto della Laurea, perché allora ci capiremo al 100% eliminando quel fastidioso 10% che al momento stona.

In parole povere per essere mia amica devi essere una quasi-adulta mezza disillusa e mezza Peter Pan in cerca della propria stabilità economica e personale.

Che tristezza. Non c’è da sorprendersi se comincio a sentirmi un pesce fuor d’acqua praticamente ogni volta che esco di casa…

Non ci sono più?

Una volta scrivevo tantissimo anche se non avevo niente d’interessante da dire, o meglio, ero in grado di costruire iperboli infinite su UN concetto UNO, che declinavo in ogni modo possibile immaginabile.
Ero brava, anche. In alcune occasioni ho tirato fuori degli scritti molto carini, che ho fatto leggere ad altri, per i quali ho ricevuto complimenti.
Da un po’ non riesco più a scrivere, e questo significa che non penso più. Non mi auto-analizzo, non rifletto sulle cose fino a sgretolarle, non mi tormento più. Questo da un certo punto di vista è abbastanza triste, perché significa che ho DECODIFICATO, risolto, deviluppato parte di me. Non so se il verbo “deviluppare” esista in italiano, spero si capisca ciò che intendo: rendere lineare e comprensibile quello o quell’altro aspetto della mia personalità, prima inarrivabile o talmente contorto da farmi impazzire quotidianamente.
Tante cose che prima erano problemi adesso non lo sono più, tante cose in cui non mi sarei mai spesa adesso fanno parte della mia routine, e mi piacciono. Ad esempio, ho comprato l’Appretto. Che qualche mese fa nemmeno sapevo cosa fosse, e se qualcuno me l’avesse spiegato avrei risposto che io stiro sei volte l’anno, che coincidono tutte con quando devo mettere il camice per andare in qualche corsia.
Faccio parte ad oggi della folta schiera degli Specializzandi, per non dire “di quella manica di poveracci sottopagati e sfruttati dal SSN per tutte le mansioni, da quella del fattorino a quella del Primario”. Questo significa che ho diritto alla lavanderia aziendale, che prende e restituisce periodicamente il mio camice, ogni volta più stecchito e giallognolo. Poco male, tanto non lo uso perché faccio Anestesia e sono destinata ad essere scambiata per Infermiera o Oss fino a quando non mi verranno le rughe, o fino a quando non metteranno il neon sul mio fonendoscopio, che di solito non si addice a portantini e altre figure sanitarie.
Insomma, il camice non lo devo più stirare perché me lo stirano le simpaticone della SO.GE.SI., ma stiro quasi ogni settimana perché il mio ragazzo ci ha le camicie e mica posso rifilarle alla madre. Manco posso permettermi di mandarlo in giro coi vestiti stazzonati, che poi qua a Lucca lo sanno che è il mio ragazzo.
Trovo una certa pace nello stirare, così come nel fare dolci e spulciare GialloZafferano.it, e cose del genere. Anche nel MIO gatto, una bestiolina della quale devo prendermi cura al 100%, vermi e vaccini compresi.
Sono ADULTA, abbastanza stabile, meno autodistruttiva e più serena.

Il rovescio della medaglia è che quella serie di contraddizioni e disperazioni propri dell’età giovanile potrano con sé una profondità del sentire ed una capacità di auto-analisi che credo di aver perso per sempre. Essere un caos totale, fondamentalmente disfunzionali, emotivamente instabbbbbili non significa solo ubriacarsi una sera sì e l’altra sì. Significa anche pensare e ripensare, avere poi un sacco di tempo perché fai l’Università e ciao. Medicina poi, predispone all’autoanalisi efferata, perché uscire non puoi che devi studiare, ma non è fisicamente possibile studiare per TUTTE le 12 ore che passi da sveglia. Quindi, una volta esaurite le serie tv, pensi. Scrivi. Rifletti. Osservi le ombre della serranda disegnare il soffitto. Ascolti tante canzoni per trovare qualcosa che in quel momento manca, e insieme ai pezzi di te trovi mille altri pensieri che ti accompagneranno per molti mesi. Alcuni ancora sono mantra che mi ripeto, perché gira che ti rigira sono sempre io.

Mi manca quella mente incasinata. Quella libertà di potersi analizzare perché i futili problemi emotivi lo richiedono. E’ come se stessi crescendo nella vita pratica ma rimanendo ferma emotivamente.

Non tornerei indietro nemmeno morta, ma non ho ben capito quando e come starò con me stessa d’ora in avanti.
Devo rifletterci sopra, ma quando?

Quando è successo?

Bando alle questioni stilistiche, agl’inglesismi di sorta e alle bellùrie estetiche. Io voglio solo lanciare un appello a reti unificate, potendo parlerei anche su Canale 5, per chiedere quando ceppadiminchia è successo tutto questo.

Per “tutto questo” intendo:

– preferire il pigiama alla tequilasalelimone;
– guardare con disprezzo chi fa la vita da studente e ha la mia età;
– odiare con manifesta veemenza chiunque conduca un’esistenza spensierata;
– affittare un rustico alla prima periferia di Lucca;
– accompagnarmi qualcuno di cui conosco l’intero albero genealogico o quasi, ogni neo, anche il cognome da ragazza della madre;
– sempre l’accompagnarmi, MA… A uno che non mi manda a cagare dopo essermisi fatta enne volte dicendo “non sei tu, sono io”;
– e ribadisco, affittare un rustico alla prima periferia di Lucca, e non per andarci in villeggiatura – che forse sarebbe stato peggio;
– sproloquiare a giornate sane sempre  solo di: orari, turni, infermieri indisponenti, strutturati indisponenti, pazienti indisponenti, colleghi mai inisponenti (love them <3), OSS indisponenti, e tutto quello che può definirsi indisponente in un blocco operatorio ad alto turnover di pazienti – Dio maledica la chirurgia minore;
– le creme di bellezza;
– le creme di bellezza BIO;
– gli affettati di tacchino all’1% di grassi;
– le tasse;
– il commercialista, che io nemmeno so che lavoro è quello del commercialista;
– il turno di 12 ore al posto del Paci 12 ore;
– il fatto di NON studiare;
– le sei di mattina da sobria.
E insomma, non me ne vengono altre. Fanculo.

“The carousel never stops turning…”

Rianimatori e tutto il contorno. [prima o poi edito, giuro]

Ho smesso di fumare. Non credevo fosse possibile, eppure è dal 4 novembre che non tocco sigaretta.
Non si è trattato di un fioretto o qualcosa di simile, perché ho mollato una sera a caso, prima dell’ingresso in Specializzazione, dopo aver comprato un pacchetto da 10 come tante volte ho fatto.

Ho anche deciso d’iniziare a curarmi l’emicrania. Ho prenotato la visita neurologica, iniziato l’integratore al magnesio e un ciclo di massaggi cranio-sacrali che stanno incredibilmente funzionando. Almeno fino a quando non mi sveglierò con la testa spaccata in due come succede regolarmente da tanti anni.

Il mal di testa me lo fanno venire figurativamente un sacco di cose, in primis l’home banking che non funziona. Un cretino che mi graffia la macchina nuova. Scoprire che “è tutto un pagà”, e che essere adolescenti era molto più facile.
Che essere egoriferiti non si può più, perché c’è di mezzo la sopravvivenza, il benessere psicofisico e la felicità di N persone.
Mi viene mal di testa e contemporaneamente mi sale il nazismo di fronte al tempo perso, alle ore mal vissute, alle fiure di merda con gli Strutturati. E a confronto col fatto che, minchia, ho ancora bisogno di studiare un sacco.

M’innervosisce altresì il fatto che ho disimparato a scrivere, anche se non ho mai avuto così tante cose da dire. I pensieri sono infiniti e mi sfuggono per poi tornarmi in mente ma tanto la voglia di sedermi e metterli insieme non c’è, anche perché non ho voglia nemmeno di guardare un film, tanto sono stanca.

Ecco, sono stanca, anche. Non ho bisogno di dire “sono stanca” per parafrasare i “non ne ho voglia”.
Perché io sono stanca, stremata, distrutta fisicamente tutto il tempo. Per cui va a finire che la sincerità sussiste al 100% ogni volta che pacco un’uscita, il che avviene più volte a settimana.
Non è colpa mia, io ci ho sonno.

E poi il Blocco Operatorio, io, lo odio e lo amo.
Odio te, Infermiere di Chirurgia, che hai lo stesso pressappochismo del Chirurgo ma meno voglia di laurearti per poter giungere a tagliuzzare la gente.
Ma ti amo perché mi fai dare un occhio alla flebo che è finita e m’insegni a muovermi veloce e produttiva in Sala Operatoria.
Odio te, Specializzando di Chirurgia che assisti a tutti gli scivoloni e puoi riderne con colleghi miei coetanei, la cui massima responsabilità consiste nel tener fermi i divaricatori e fare suture superficiali, per cui fammi ridere. L’atrofizzazione del tuo cervello sta solo cominciando, ma vedo che procede a passi da gigante.
Ma ti amo, perché come me sei nuovo e devi capire dove puoi arrivare e dove non devi assolutamente avventurarti, e a te posso spiegare come vanno le cose davvero e perché no, quella paziente in sala non posso farla entrare per davvero. Senza le sovrastrutture che riservo solo ai Chirurghi Strutturati. Voi, voi proprio vi odio perché con quell’inutile complesso del Dio avete rotto ogni tipologia di gonade. E no, voi non vi amo, salvo forse quando mostrate quel minimo di umanità che non mi consente di generalizzare sul fatto che siete una categoria d’immondi maniaci self-involved da fare sincero spavento.
Odio te, Tecnico di Anestesia, perché pensi che io sia piovuta nel Blocco direttamente dal Paese dei Decerebrati, per cui ritieni opportuno spiegarmi anche come tagliare i cerotti, salvo poi sparire al momento di preparare la sala o portarmi le lame sterilizzate. COmparsate improvvise invece me le fai al momento dell’intubazione, manovra che NON ti compete ma che inevitabilmente in decenni d’esperienza hai imparato ad eseguire. Che vuoi essere medico anche tu, e allora se a me non riesce subentri. Posso dirti una cosa? C’è una Facoltà, si chiama Medicina e Chirurgia,che bisogna affrontare per avere le MIE competenze, che non sono le TUE. Come diceva Paola, se avessi voluto fare l’Infermiera avrei fatto l’Infermiera. Stessa cosa deve valere per te.
Ma ti amo, Tecnico di Anestesia, quando rispetti il mio ruolo e pari i colpi degli strutturati, perché ne sai più di me e vuoi aiutarmi a non ricevere mazzate inutili. Rispetto te e la tua esperienza, e non finirò mai di esserti grata.
Odio e, strutturato che ti sei dimenticato che vuol dire essere alle prime armi, avere la testa piena di nozioni e logistica tanto da dimenticare lo studio teorico e il vero motivo per cui sei lì. Odio te che sparisci mentre il monitor suona all’impazzata, odio le tue fissazioni che finiscono con l’essere la mia croce, e per finire odio la tua arroganza e il fatto di lavorare per te.
Ma ti amo, strutturato, perché anche con una scorreggia m’insegni qualcosa. M’insegni a intubare, incannulare, regolare il ventilatore, comprendere cosa succede nel corpo del mio paziente. M’insegni a guardarlo in faccia, a osservare l’espansione del suo torace e non solo l'”appannometro, che però è tanto utile.
Mi racconti quella volta che il paziente è andato in asistolia e hai avuto paura, o quando la Testimone di Geova si è lasciata morire ed era notte e tu eri impotente.
Amo la tua esperienza, la invidio, invidio la sicurezza con cui somministri le nostre pozioni.
E amo fare il mio lavoro, nel mio ruolo, nel mio piccolo essere formica tuttofare. Un soggetto spesso vilipeso, ignorato, non trattato come dovuto. Ma che svolge un grande servizio, un BUON SERVIZIO.
Con le sei ora che diventano puntualmente otto.
Col riso freddo che va di traverso.
Con la pacca sulla spalla di un collega, che i miei colleghi sono la mia gioia.
Con le corse per una firma, entra e filtrati, esci e rimettiti il bianco.
Con quel fuoco di cui parlavo un po’ di tempo fa.
Forte, ma forte davvero.

Dei pazienti ne parliamo un’altra volta, perché c’è troppo da dire…