Chi siamo Noi.

Cosa si fa a un malato Covid quando viene ricoverato in Terapia Intensiva (TI)?

La TI è un reparto in cui, per Legge, deve essere presente un Medico/a ogni 4 pazienti e un Infermiere/a ogni 2 pazienti. La cura,

come dice il nome, dev’essere “intensiva”. Questo significa innanzitutto che il monitoraggio dei parametri vitali è continuativo: del paziente osserviamo costantemente l’ossigenazione del sangue, la pressione arteriosa battito-battito, la frequenza cardiaca, la diuresi, una serie di valori ematici forniti in tempo reale da un apparecchio chiamato emogasanalizzatore e molti parametri respiratori forniti dall’ormai famosissimo ventilatore, o respiratore.

L’infermiere/a osserva i parametri e ne comunica l’andamento al Medico/a segnalando eventuali problemi, che poi vengono discussi in team e trattati con farmaci o manovre pratiche spesso invasive.

I pazienti sono intubati, il che significa che il respiro è sostenuto da un tubo inserito dalla bocca fino alla trachea. Viene insufflata aria nei polmoni, che nel paziente affetto non riescono da soli a garantire l’ossigenazione, secondo parametri ben precisi adatti alla persona e alla sua situazione, fotografata di solito all’arrivo in PS con una TAC.

Il tubo non si può tollerare da svegli perché è come un corpo estraneo che si tenderebbe a rigettare, come quando va “di traverso” qualcosa. Per questo “intubato” significa anche sedato, quindi addormentato e incosciente.

Per ventilare meccanicamente in maniera adeguata i polmoni è spesso necessario pronare il paziente, cioè metterlo a faccia in giù, o a “buo pillónzi”, come scritto sui più celebri testi di Anestesia e Rianimazione… Questo ci serve a vincere la forza di gravità e gli addensamenti polmonari determinati dalla malattia, facendo ri-areare le zone normalmente declivi e aprendo gli alveoli polmonari collassati per il processo infiammatorio che si sviluppa nel polmone.

“Girare a faccia in giù“ richiede grande sforzo di tutto il team intensivo poiché la persona è del tutto incosciente e va tutelata da possibili danni da decubito e altre problematiche. Stare in questa posizione può determinare disequilibrio di pressione arteriosa e variazioni dell’ossigenazione, per cui dopo ogni manovra

di pronazione è richiesta una grande attenzione medico-infermieristica per valutare come reagisce il paziente.

Si alterna prono-supinazione ogni 12 ore, più o meno. Attenti: ogni 12 ore buona parte del personale effettua questa manovra ed è impegnato su UN malato. Le TI ne hanno molti di più, in tempi non-Covid solo una piccola parte di essi hanno bisogno di cicli di pronazione e sono fra i più impegnativi.

È importante sottolineare che molte delle cose che si fanno sui pazienti Covid si facevano anche un mese fa, quando molti non sapevano chi fosse il Medico della TI o cosa significasse “intubazione”. Sono manovre con le quali abbiamo dimestichezza, anche se pronare è particolarmente impegnativo come compito.

La risposta alla pronazione si valuta tramite i parametri che compaiono sul ventilatore e l’ecografia polmonare, che si può fare al letto del paziente più volte al giorno e ci dà informazioni su come sta andando. L’immagine più fedele di come sta il polmone ce la darebbe la TAC, ma per portare il paziente a farla bisogna che stia abbastanza bene, perché staccarlo dal ventilatore per attaccarlo agli apparecchi portatili fa perdere tanto di quello che si guadagna con una ventilazione ottimale e costante.

Andare in TAC è un “viaggio”, che oltretutto rischia di contaminare i percorsi compiuti da operatori e pazienti di altri reparti ed espone molte persone.

Nel frattempo è necessario nutrire artificialmente il paziente, lo si fa tramite un sondino che dal naso arriva allo stomaco dove viene infusa una soluzione alimentare.

Sono necessarie inoltre le terapie specifiche antivirali, concordate giorno per giorno con gli Infettivologi/e secondo protocolli attualmente in continua evoluzione. Per erogare endovena queste terapie sono necessari grossi accessi vascolari, il cui posizionamento è competenza del Medico/a della TI e dev’essere effettuato in maniera sterile, comportando procedure di vestizione aggiuntive per l’operatore.

A proposito, la vestizione per chi lavora sui pazienti Covid è quella che si vede sui social e in tv: tute, maschere dedicate, scudo facciale. Per chi lavora fuori dalle TI spesso i presidi sono insufficienti e molti operatori rischiano di non essere adeguatamente protetti.

Donate o procurateli a ospedali, ambulatori di Medicina Generale o Continuità Assistenziale (=Guardia Medica), perché ne abbiamo un gran bisogno.

Tornando in TI: se il paziente ha la febbre la trattiamo, se si sovrappone un’altra infezione perché i polmoni già sono deboli la trattiamo. Se il paziente va in insufficienza renale perché la malattia polmonare provoca un danno a distanza facciamo qualcosa di simile alla dialisi. Queste sono cose che facciamo tutti i giorni sui malati intensivi, tutti, anche non Covid.

Questa routine può durare una-due-tre settimane o anche di più, nel corso delle quali il paziente migliora o peggiora e succedono diverse cose.

Molto dipende dalle condizioni iniziali del polmone, per questo i pazienti con precedente patologia polmonare che si ammalano sono più difficili da trattare. Smettiamo di fumare, và, lo dico anche a me stessa, che sarà il caso.

Stessa cosa vale per i cardiopatici, il cui cuore può mal tollerare la posizione prona e dare problematiche di circolazione tali e quali a quelle che i Rianimatori gestiscono quotidianamente in tutti i pazienti che si trovano in TI per motivi anche diversi dal Covid. Non me ne voglia il movimento bodypositive, di cui sono una fervente sostenitrice, ma ovviamente la pronazione in un paziente obeso è più difficoltosa.

Vi siete mai chiesti come mai alla visita con l’Anestesista Rianimatore prima di un intervento vi chiedono se avete problemi di cuore o polmoni?

“Che gliene frega, tanto deve solo addormentarmi…”

Il motivo è che la ventilazione meccanica e la sedazione provocano dei cambiamenti del fisiologico equilibrio cardiorespiratorio anche in un paziente sano che deve togliersi l’appendice. È cruciale sapere come stanno i vostri polmoni e il vostro cuore, e sí, nel caso ve lo steste chiedendo, se vi siete tolti la tiroide o l’appendice vi hanno intubati.

Specifici fattori di rischio che ci indichino chi andrà bene e chi andrà male non li conosciamo ancora. Per adesso è una serie d’ipotesi, impressioni, valutazioni giorno per giorno, perché questo virus è nuovo, stiamo imparando via via a curarlo.

Noi siamo in rete. I social ci stanno dando una mano, scambiamo informazioni, idee, flow-chart, protocolli, procedure.

Ieri in tre ore di videoconferenza 5000 Anestesisti Rianimatori si sono aggiornati con i Colleghi che trattano i Covid sin dai giorni di Codogno, che sembra tipo cinque anni fa, e hanno appreso la loro esperienza studiando contemporaneamente ciò che dicono i cinesi, che ci son già passati.

Questo è ciò che facciamo, poi ci sarebbero tante cose da dire, la TI è un mondo a sé e particolare, chi ci lavora lo sa.

In TI non esistono angeli, la retorica della Missione e del Santo dovete DAVVERO risparmiarcela.

Siamo professionisti e professioniste con competenze acquisite in anni di studio, esperienza e calci in c**o.

In questi giorni ho visto una collaborazione pazzesca, come se ci stessimo ricordando che apparteniamo a qualcosa di grande e più importante di noi, e niente, è bello.

E voi, sostanzialmente, dovete stare a casa e sostenere come potete il nostro SSN.

Donate mezzi di protezione.

Andate a fare la spesa ai vostri vicini, organizzatevi.

Esigete il lavoro da casa, se potete.

Non fate polemica.

Le cose belle torneranno ma in realtà sono già qui, basta vederle.

Un’ Anestesista Rianimatrice

Tutta la verità, signori, sulla mia generazione.

Il problema non è “non essere risolti” quando hai 31 anni ed è arrivato berciando e sbattendo la porta l’anno 2020. Non credo ci siano persone fra i 25 e i 35 “non risolte“, come spesso sento titolare in maniera altisonante dai nostri chiassosi e ridondanti mezzi di comunicazione.
Noi siamo una generazione strana.
Non è che non siamo “risolti“, è che il mondo attorno a noi è frutto della fisiologica crescita di un sistema sociale che sta collassando su sé stesso.
Sono una categoria professionale che si definisce privilegiata, eppure non so se e quando avrò uno stipendio e non sono in grado di districarmi fra le maglie di una burocrazia inintelligente, spese indubbiamente alte e il cervello di chi vorrebbe soltanto ballettare con una canzone stupida ad alto volume e una birra ghiacciata in mano (“let me go out like a blister in the sun…“).
Penso che siamo cresciuti troppo in fretta e senza nessuno sconto, noialtri, perché sono dieci anni che ci dicono che non abbiamo opportunità, che sarà tutto difficile e che per far fronte a tutto ciò dobbiamo fare a gara a sistemarci, incasellarci, flaggare una serie di caselline che a vederla scritta nero su bianco fa quasi paura: lavoro, figli, una casa tua. Il posto fisso, la laurea, la specializzazione, il dottorato, il master, il postdoc, il contributo regionale per l’affitto e l’uscita dallo stato di famiglia. Uno, a una certa, vorrebbe solo avvolgersi nella vestaglia e avviare l’ennesimo rewatch di Scrubs senza sentirsi inesorabilmente inadatto.
C’è anche da dire che siamo una generazione di merda, noi. Figli degli anni ’90, in cui c’era il Girl Power ma anche la poetica della principessa, del tutto dovuto perché sei donna ma anche tutto negato perché sei donna. Qualcosa non ha funzionato e ci ha tarati tutti pesantemente. Vivere diversamente è molto difficile, chi lo fa spesso lo fa con un malinteso ideale di libertà che lo porta a parassitare gli altri. Cfr l’ultratrentenne ancora a carico dei genitori che deve finire la triennale. Perché ognuno ha i suoi tempi.
[Ma porca miseria, davvero? Ancora?]
Vedo questa dicotomia e mi dico che spesso diventiamo i peggiori giudici di chi ci sta accanto, nonostante siamo tutti nella stessa barca e a parte il giochino dell'”ok boomer” non siamo nemmeno in grado di criticare seriamente, e con una certa autorevolezza, chi ci ha messi in questa situazione.

Al di là dei contratti co.co.co, co.co.pro e co.co.comecazzoarrivoalmeseprossimo, però, penso che ciò che resta come vero determinante sia una profonda carenza di educazione emotiva e una dilagante incapacità a difendersi. Sentimentalmente, intendo, e capire ciò che ci fa bene. Ci hanno detto che esistono sentimenti puri, non scalfibili né modificabili in base ai vari accidenti della vita. L’amore eterno, la felicità perfetta del vissero per sempre blabla… I film che finivano e tu davi per scontato che dopo una decina di scene di vita rocambolesche ti aspettasse qualcosa d’immobile, bello, fisso, sereno.
Non ci siamo proprio. La vita è lunga e la mancanza di riferimenti ti ammazza, ciò a cui volgiamo il nostro sguardo è una serie di libri, film, motti, citazioni, che con la mutevolezza della nostra epoca non si adattano né si adatteranno mai. Non siamo programmati per il “per sempre” ma per il “qui ed ora“, tanto il giorno dopo cambi idea. La rivoluzione intersezionale, zitta zitta, è in atto. Non ci stupiamo più di nulla, e chi lo fa è un povero mentecatto. Le femministe della quinta ondata urlano, sempre più maschi rispondono e piano piano la cultura cresce e si discrimina sempre meno, a parte quelli là, che hanno sopra i 50 anni e ti devono dare lavoro. Non che sia un problema da poco, ma quantomeno coi coetanei ragioniamo quasi liberi da sessismo. Gli under 25, che credo a questo punto si chiamino “Generazione Z”, sembrano appartenere a un altro pianeta, dove disgraziatamente impera la trap e qualche rimasuglio di sottocultura razzista probabilmente appresa da genitori fourty-something che siccome sono poveri credono a Salvini, Marine Le Pen, Trump e altri fascisti di sorta. Loro sì che sanno cosa vogliono, complice l’assolutismo tipico dell’adolescenza, che sui 23 anni comincia a vacillare pericolosamente, pronta a sgretolarsi in mille pezzi alla prima richiesta squallida e sessista su Tinder.

Tutto ciò per dire che, tutto sommato, le persone fra i 25 e i 40 sono persone che usciranno mezze abbacchiate e mezze gasate da questi anni, e veleggeranno verso i 50 senza prospettiva pensionistica soddisfacente, ma con la laconica e tragicomica rassegnazione di chi sa di aver visto un tempo difficile, che sì, tutto sommato c’è sempre il vino a qualche amico, ma poteva anche andare meglio. Vabbè, arrangiamoci, cerchiamo l’amore ma teniamo conto che siamo talmente feriti, portiamo bagagli talmente pesanti, siamo talmente acidi e disillusi che sarà veramente tosta.

Un tempo fatto di niente, ma che stiamo riuscendo a riempire, con un po’ di indie e di sudore della fronte.
La cosa buona che ci hanno dato Scrubs -e forse un po’ anche i classici Disney- è la propensione ineluttabile a crederci, il bisogno catartico di trovare una cosa chiamata felicità.

Anche se sarà difficile.
Anche se bestemmiamo e in chiesa non ci andiamo più.
Anche se abbiamo tanti valori ma non riusciamo a metterli in fila.
[Anche se piangiamo un po’, un po’ troppo spesso.]
Anche se la nona stagione di Scrubs faceva veramente, ma veramente cagare.

Ingiusto fece te contra te giusto.

Caro Ale,

ti scrivo per dirti che la mia fatica è quasi finita. Sono stati mesi in cui ti ho pensato spesso, ti ho visto piccolo piccolo per quel letto così grande, malvagio eppure indifeso, terribile eppure inerme e rassegnato a ciò in cui la tua vita si stava trasformando
E, parlando di mutamenti, hai trasformato un sacco di cose in quelle settimane, anche se non potrai mai saperlo.
La vita dei tuoi cari è cambiata, la immagino ora adorna di una zona nera, ingombrante e terrificante alla quale non possono fare a meno di volgere il loro sguardo ogni giorno, forse chiedendosi se avrebbero potuto far qualcosa per accendervi una piccola luce prima che fosse troppo tardi.
Ma questo tu, Ale, lo sai. La tua mente era così ossessionata dall’impatto che la tua persona aveva su di loro che non c’è bisogno d’interrogarsi su come si sentano adesso.

Quello che non sai, e non saprai mai, è quanto tu abbia trasformato me, che in fondo, ero solo uno dei tuoi medici.

Io sono giovane, faccio errori e imparo anche dalla banalità di un’ausiliaria che gira un malato per lavarlo. Ho una testa dura che non puoi immaginare, le cose mi entrano come treni in corsa, sto male anche se vedo un gattino zoppo, ipersensibile, incazzosa. Una bestiaccia, insomma.
Sono giovane ma sono anche tanto forte, perché spesso le cose non mi scalfiscono nemmeno e faccio quelle battutacce da veterana post sei burn-out, e vado a dritto.
Dopo di te, però, Ale, io non sono riuscita a guardare avanti senza essere impossessata da un’angoscia che non capivo, uno strazio che mi ha accompagnata per mesi.
Ho parlato a tanti di te, nel mio cervello sinistroide odiatore del sopruso ti ho paragonato a Stefano Cucchi, non perché la tua storia si avvicini alla sua, ma in quel ragazzo inerme al quale finalmente stiamo riuscendo a fare giustizia ho visto anche te, che giustizia non l’avrai mai, perché dal tuo mostro non sei riuscito a scappare.

Ho voluto restituirti parte di ciò che di te non avevamo capito, non perché non ci fossimo sforzati, ma perché a volte sono i malati come te quelli più indecifrabili. Quelli che di stoffa dovrebbero averne, perché la gioventù è forte, Ale, come un tempo forte lo eri anche tu. Ne sono sicura.

Ho parlato di fatica perché non ho mai lottato così tanto contro il Power Point annuale per la Scuola di Specializzazione. Ho sempre affrontato slides e letteratura scientifica come se ci fossi nata in mezzo, l’ordine che si crea fra animazioni e frecce mi ha sempre soddisfatta e invogliata ad andare avanti, e la scusa di poter approfondire un circoscritto argomento rendeva facilissima l’opera.
Stavolta il mio compito principale è stato quello di scovare ogni singola terapia che ti abbiamo prescritto, come ti sentivi ogni giorno, se parlavi con noi, se eri arrabbiato, assente, spaventato o ossessionato. Mi sono chiesta se abbiamo fatto tutto il possibile, se i tuoi genitori hanno qualcosa da rimproverarci, se avremmo potuto fare di meglio.

E mi sono chiesta se sarei mai riuscita a lasciarti andare, a superare il fatto che ti abbiamo perso e non poteva essere diversamente.
Da te ho imparato a dare peso a tutto un altro aspetto dei miei malati. Ho potuto allargare i miei orizzonti e migliorare davvero come medico, ho trovato il coraggio d’iniziare un percorso noioso e accidentato ma che era veramente d’uopo.

Adesso sento il bisogno di salutarti un’ultima volta, tu e il tuo volto emaciato che ancora mi spezza il cuore. Resterai in un angolino speciale e un po’ spaventoso, ma smetterai di farmi male come hai smesso di farne a te stesso, purtroppo o per fortuna… Per quanto possa essere grottesco.

Ciao Ale, riposa in pace.

Hai paura del buio?

E’ che io non vorrei più sentirlo, questo distinto senso di angoscia. Questa sensazione che tutto debba sprofondare da un momento all’altro perché non sono né sarò mai adeguata alla situazione. Perché sono troppo brusca e aggressiva, in certe dinamiche non ci so stare e ho anche ricominciato a fumare sebbene mi faccia schifo.
Voglio andare a dormire senza quell’irrequietezza brutta che mi fa pensare di non essere una donna abbastanza forte, indipendente e ragionevole da abortire certi pensieri sul nascere. Mi sembra di non essere mai cambiata e di girare attorno allo stesso timore dell’abbandono attorno al quale giro da anni. Si direbbe che possano entrarci un padre emotivamente stitico e pretenzioso, gli anni che passano troppo velocemente sebbene composti da ore interminabili, o più semplicemente un’indole di merda.
Incline allo psicodramma e alla creazione del medesimo qualora non ci siano elementi tangibili per affogare in un oceano di rabbia e autocommiserazione.
Forse vorrei guardarmi allo specchio e non sentirmi così irrimediabilmente condizionata ed elucubrante, tutto il tempo, ogni minuto.
Magari io certe cose non le voglio, ma non lo so nemmeno io. Magari era tanto che non avevo paura, e adesso ho paura. Che poi è una sensazione subdola quando non la si percepisce nettamente e non si dice con onestà a noi stessi. E’ il non capirsi che frega, poco importa se urli al mondo che sei terrorizzata. Non lo sai davvero finché non ti trovi a pensare che potresti a breve sentirti devastata rimanendo totalmente impotente di fronte agli eventi. Che stavolta sono cazzi perché crollerai.
E tu di crollare non hai nessunissima voglia.
Per cui che fai? Da fuori ti vedono tutti che fai le bizze.
Io non faccio le bizze, non pesto i piedi. O meglio, lo faccio, ma la verità è che ho paura.
Sempre.
Di tutto.
Perché il mio buio potresti diventare tu.

Di egoismi e tristezze.

Ho scelto questo percorso professionale fondamentalmente perché sono una psicopatica e mi piace la meccanica polmonare, ma fra le varie motivazioni più o meno consce c’è anche il fatto che io, con le malattie, ho un rapporto veramente vergognoso.
Ecco, l’ho detto. Non credo questo significhi che ho fatto il medico perché ho paura, anche se il mio prossimo obiettivo è arrivare a non averne mai, di paura.
Sono in grado di gestire il dolore fisico e psicologico in maniera ineccepibile di fronte agli altri, ma ho una maniera quasi malata d’introiettarlo e soffrirlo per conto mio.
Non voglio dire che sono moltoh profondah e mi tengo tutto dentro, perché non è così, anzi. Tendo a comunicare la mia situazione e i conseguenti risvolti emotivi con una certa aggressività, come se avessi bisogno di buttarli lì per far capire come mai sono scura. Ma poi la verità è che no, non ci penso. Vado a lavorare, torno a casa, esco, faccio le mie cose e non rimugino. Mi dedico a certe cose in momenti ben precisi al difuori dei quali non voglio proprio saperne.
Che brutta persona.
Semplicemente perché certe cose, a pensarle, corrodono e basta. Il lavoro che faccio mi porta a vivere dinamiche che non vorrei vivere e a specchiarmi in sofferenze diverse ogni giorno. Ognuno ha il suo modo di soffrire, il mio mi pare il più efficiente.
Un pianto dirotto ogni tanto, testa bassa e pedalare. Perché devo fermarmi anche io insieme a chi sta male, mostrare contrizione, essere triste da mattina a sera e mettere da parte la mia vita?
Se c’è bisogno di me ci sono, sono una di quelle che “faccio faccio faccio”, per il resto tutto è chiuso in un compartimento che non voglio aprire.
Non so se mi faccia bene. Non so se mi prendo in giro. Mi vergogno quasi a dire che credo di no.

Così mi ha detto quella persona che per me è come il paio di vecchi jeans. Che ogni tanto me li rimetto e mi fanno sentire leggera. Quasi ogni giorno scrivo, a volte canto, ballo sempre più spesso. Perché certe tristezze sono inevitabili e ancor più inevitabile è quello che succederà. Non dipende da noi o da quanto siamo bravi, dal livello al quale scegliamo di dilaniarci o votarci a cause perse.
Da quanto ci ammaliamo, per gli altri.
Dipende da quanto di integro resta di noi, da quante energie investiamo nella nostra pars construens, da quanto dedichiamo alla parte luminosa della nostra vita. I tunnel di negatività vanno arredati e bisogna uscire spesso a prender aria.

Giustificazioni? Non lo so.

Per il resto… Va.
Va strano e che ci capisco poco, ma quella parte luminosa brilla come non mai, e la voglio tutta. Da impazzire.

“Sto ricominciando a fumare. Mi dico che no, che non è vero, che smetto quando voglio, che una sigaretta ogni tanto (nel corso della giornata) non è poi questo dramma. Mi dico che non posso mica rinunciare a qualsiasi cosa, perché quelle come me non sono persone sane, non lo sono state mai. Non siamo buone e non siamo salutiste. E’ una postura, ce lo imponiamo, fingiamo di poter agire sulla nostra indole ma no, sono tutte stronzate, se nasci tondo non muori mica magro.” (cit. Memorie di una Vagina)

Qualcosa (3)

“Non capisco perché non puoi essere felice e basta.”

Scostò il ciarpame ammassato a caso all’interno del cassetto, rovesciò inavvertitamente un pacco di pasta aperto e scoppiò in un vaffanculo particolarmente sentito.
Certe cose gli erano venute sempre bene senza una precisa ragione, prima fra queste il far cadere oggetti. La seconda era la masturbazione, sì, proprio quella.
Genitale e, purtroppo, mentale.
C’era un che di mistico nella sua capacità innata di smontare un concetto e rimontarlo con parole diverse, nuove sfaccettature foriere di ulteriori ragionamenti, un aspetto forse nuovo. Era in grado di sembrare incredibilmente intelligente e profondo semplicemente invertendo gli avverbi di modo e sfoderando il dizionario di sinonimi e contrari che abitava nella sua testa. Eppure ogni evoluzione linguistica che lui produceva sembrava in grado di far vedere le cose da una prospettiva diversa.
Avrebbe venduto sci ai Caraibi e Polaretti in Alaska se solo avesse voluto, ma questa dote la sfruttava principalmente per trovare cosa non andasse in sé stesso e i molteplici espedienti per modificarlo senza di fatto evolvere o voler faticare minimamente. Perché sia mai che dall’elucubrazione efferata si passasse all’effettivo miglioramento personologico. E’ un’ansia.

“Essere felici? E’ troppo facile per noi artisti, lo sai.”
“Vaffanculo Marco, lo sai che la pazienza è un po’ che l’ho finita. Esci fuori, che oggi c’è il sole, e non pensare che qualcosa stia inesorabilmente distruggendosi di fronte ai tuoi occhi. La verità è che non sta succedendo un cazzo di nulla, te ne rendi conto? Nulla di tragico, nulla che può farti del male…”

Marco non era una persona forte. Era una persona che crollava di fronte agli amori mancati, le persone perdute, gl’insuccessi, e si rialzava solo dopo giorni e giorni di autismo, mutismo e isolamento. Non gli sarebbe mai venuto in mente per un secondo che certe cose non sono così gravi. Tutto è insormontabile, tutto è un dramma epico e noi non ce la faremo mai. Di base. Il resto son colpi di culo in attesa dell’inesorabile abbattersi della tragedia successiva, dell’uragano emotivo, la devastazione che stava in agguato dietro l’angolo…

(to be continued?)

Il filo nel cuore

“Quindi, fammi capire bene: tipo Pulp Fiction, dal petto?”
“No mamma, non funziona così. Si entra da una grossa vena nel collo e poi questo filo va giù e passa attraverso le camere cardiache.”
“Fai veramente un mestiere di merda, tu. Vedi te se è il caso d’impelagarsi a forare la gente per arrivare al cuore. Io te l’ho sempre detto che dovevi fare una cosa normale tipo Dermatologia. Da donne, avrebbe detto nonno. Maffigùrati.”
“Vabò mamy, carbonara?”

 

Al fondo delle cose, come se non fosse possibile farne a meno. Alla ricerca della mansione più difficile del campionario, che sennò godevo troppo e non avevo bisogno della gastroscopia perché magari l’ulcera non mi veniva.
Penso sia un po’ quello a cui ho teso sempre più o meno consapevolmente, e non è detto che sia sempre un bene.
Lo faccio in tutto, lo faccio con tutt*, lo faccio da sempre, lo faccio con una passione che fatico a spiegarmi, come se ne dipendesse una parte essenziale della mia personalità.
Il che è una maniera edulcorata di dire che sono una cacacazzi.  Lo faccio proprio di lavoro, principalmente nei confronti di me stessa.
Il giudice più severo e meno empatico che si sia mai conosciuto.
E niente, sto capendo che devo semplicemente volermi un po’ più bene e rendermi la vita facile. Aiutarmi di più, passare sopra  determinate cose, cominciare a fare Aerials, ascoltare più spesso i Foo Fighters. Programmare viaggi e concerti, camminare sul mare, tenere la casa in uno stato di decenza più o meno accettabile.

Prendermi meno sul serio, sorridere di più.

Non l’ho mai capito cosa significasse esattamente l’espressione “volersi bene“. Mi sembrava buonista e autocommiserativa. Realizzo solo da poco che è un po’ quel “be on your own” ma senza l’acido di stomaco di cui sopra. Appino mi direbbe di pensare poco e ridere scema, ed è ciò che ho intenzione di fare.

 

 
“Ma poi ‘sto filo… A che vi serve?”
“A capire se una persona è piena o vuota, se ha bisogno di acqua ed aria o semplicemente di scaricare qualcosa che è di troppo. Prendi un po’ di sangue da lui, un po’ ne prendi da un’altra parte, metti insieme i dati e puoi capire ciò che altrimenti mai vedresti.”
“Una volta non c’erano queste diavolerie, mi fa proprio impressione. Beh, contenta tu… Secondo me le persone sono più facili di così, tavolo operatorio o meno.”
“Sai una sega te. Comunque, buona ‘sta carbonara, mà.”