(Not) being enough?

Il concetto che mi ripeto a macchinetta dal secondo anno di Università in poi è che ho fatto delle scelte.
Scelte delle quali dovrei andare fiera e per le quali non ho bisogno di rimproverarmi continuamente, per le quali mi sono spaccata in due riuscendo -quasi- ad affermarmi come la persona che volevo diventare.

Il mio problema è che io voglio diventare troppe cose.

Cioè, nemmeno tantissime a guardar bene: oltre a diventare Anestesista vorrei una casa mia, ma MIA davvero, di quelle in cui se tiri una secchiata di vino sul muro non devi andare a guardarti la tabella degli oneri per sapere se spetta a te o al padrone di casa.
Una casa MIA è il primo obiettivo a lungo termine, e non sono ancora in grado di dire dove sarà o se in tale progetto è incluso anche un uomo.
Ecco, poi vorrei costruire qualcosa insieme a una persona e avere dei figli.
In aggiunta a tutto ciò ho sempre mirato a preservare un’area d’interessi culturali che esulassero dal mondo ippocratico. Per questo scrivo, traduco e cerco di leggere ed informarmi il più possibile – anche se da qualche mese ho smesso di seguire la politica perché troppo presa dalle faccende concorsuali.
Voglio diventare una persona completa, con qualcosa da raccontare al di là del corretto posizionamento di uno Swan-Ganz. Una persona che non si annulli nel proprio lavoro, con un’interiorità un attimino approfondita, anche se significa menate e conflitti a non finire. Mi piace così.
Ogni tappa della costruzione di questa me stessa (una “me stessa” che andasse anche un po’ oltre sé stessa, come diceva Gaber) ha richiesto sacrifici e variazioncine sul tema: come tutti ho lasciato delle cose per guadagnarne altre, che finché sei al Liceo si risolve tutto con brufoli, pianti e canzoni degli Oasis.

Quando ti si prospetta la scelta fra:
diventare la copia anni 2000 di Rita Levi Montalcini Buon’Anima,
oppure una Persona Completa con Uncazzodiqualcosadadire
Sono cazzi.

E’ stato proprio nel corso del secondo anno di Università che io ho deciso che no, non volevo diventare la copia anni 2000 di Rita Levi Montalcini Buon’Anima.
Volevo esplorare, conoscere, vivere quella città capitatami fra capo e collo. Godermi gli anni che mai più sarebbero tornati.
Ringrazio ogni singolo istante di quegli anni e non potrei essere più felice di conservare nel cuore ricordi che non sono concessi a tutti. Alcuni perché troppo chiusi, altri perché meno fortunati di me.

Ora, però, una parte di me sta maledicendo quella testadicazzo fuorisede al terzo anno che ha deciso di sacrificare la formazione medica per andare ai festini e ubriacarsi con gli amici, ça va sans dir, due facce della stessa medaglia post-adolescenziale del cazzo.

Oggi, nel pieno della psicosi pre-concorsuale, ho cacciato fuori il materiale di Medicina Interna, Emergenze, Neurologia e Cardiologia recuperandolo fra le minuziose cartelline e cartellette da OCD che ho fatto quando ho traslocato a Lucca.
Dentro ogni pagina c’è una storia, mi ricordo dov’ero quando ho scritto ogni schema, riconosco la foga o l’insistenza con cui ho ripassato più e più volte gli stessi argomenti perché hanno due o tre strati di sottolineatura.
Distinguo il mio periodo righe, il periodo quadretti, il periodo delle materie grosse che mi ci voleva il quadernone ad anelli ed il consumo industriale di quaderni A4 su cui ho macinato tutti gli esami più piccoli.
Ci sono io dentro quei quaderni, ci ho messo tutto. Sangue, sputo, sudore, e sono arrivata ad una fine meravigliosa.

Che poi fine non è, ed è brutto capire che probabilmente tutto questo amore non basterà.

Che essere abbastanza e sapere di essere abbastanza… Non è abbastanza.

Ma io non mollo… Nemmeno se mi pagano. Entro in quell’aula col coltello fra i denti e me la gioco tutta, fino all’ultima crocetta del cazzo.

Da bambina volevo guarire i ciliegi, limortaccimia.

Quando ho firmato il contratto per lavorare come medico di Continuità Assistenziale ho vissuto un momento di puro panico. Temevo che avrei avuto a che fare con casi stile ER, pazienti sull’orlo del baratro, crisi comiziali, mali eclamptici, arresti respiratori e via dicendo. Dopo aver letto il manuale apposito mi sono sentita molto meglio e alla fine me la sono cavata con qualche bruttissimo momento, una constatazione di decesso dopo un’intera notte di veglia e qualche iniezione di Plasil.
La paura che provo questa notte è però qualcosa di diverso: non si tratta d’ansia dell’ignoto, non mi trovo di fronte a qualcosa che ho paura di non saper fare ma che razionalmente so essere nel mio potere fare.
Stavolta il compito da svolgere è qualcosa per cui sono stata minuziosamente e pedissequamente preparata per quasi 7 anni. E so di non essere ancora in grado di sostenerlo ottimamente. So di avere a che fare con una serie di cervelli che io in confronto sono al primo livello di Super Mario e loro hanno già sconfitto Bowser acchiappando tutte le stelline dorate lungo il cammino.
Ci sono arrivata bene, che dire? MA non bene come altri, non con le stesse conoscenze e lo stesso sangue freddo.
Oppure sono semplicemente nel panico.
Credo che respirerò piano e profondamente per qualche minuto, perché non intendo crollare emotivamente proprio adesso. Sono frastornata, confusa ed arrabbiata per quello che mi hanno fatto, per quello che CI hanno fatto. Ma, sopra ogni cosa, il terrore.

Ho paura stasera.
E io non ho mai paura.

Eppure me l’aveva detto, il saggio Padre, di fare Scienze della Comunicazione.

Lo stato attuale.

C’erano diversi motivi per cui avevo da tempo decretato che non era proprio il caso. Diverse e validissime ragioni per ritenere che mantenere lo status quo sarebbe stata la scelta migliore, almeno per il momento. Almeno fino a quando non sarei stata in grado di rispondere alla domanda “cosa ti attende per i prossimi mesi?”.
In altre parole, almeno fino al concorso.
E ora, ripetiamo tutti insieme: MAFFIGURATI.
Perché ci stava, era ineluttabile, scontato. Financo logico e consequenziale.
E mi sono anche detta che finalmente la mia situazione, che durava da fin troppo, risultava in qualche modo adeguata allo stato delle cose, perché una relazione cambia prospettive e pensieri. E non fa studiare Anestesiologia.

Gioia delle gioie, stavolta la tensione ha deciso di farsi sentire sottoforma di colite, cosa che non mi era mai successa. Avevo già pronte le scorte di Novalgina e Tachidol per le care, vecchie, solite emicranie fulminanti. Invece ora sono a un passo dai punturoni di Buscopan e cerco d’ignorare la cosa mangiando continuamente schifezze, che si sa, mangiar fuori è la cosa che più mi tira su il morale.
E penso. Penso tantissimo. Non faccio altro che pensare. Alla spinale, all’epidurale, ai vantaggi della lama retta piuttosto che uncinata. Penso anche che mi batte fortissimo il cuore e io non la volevo questa cosa.

Ma è successa.

Considerazioni random:

1) non mi piace la retorica da centro sociale del tipo “ci stanno rubando il futuro”, perché mentre ci rubano il futuro siamo in Vettovaglie a fare l’aperitivo e nessuno di noi ha la benché minima idea di cosa significhi non vederlo davvero, un futuro. Ma quando ti sbattono in faccia una realtà come il nuovo concorso nazionale di Specializzazione Medica non si può far altro che constatare amaramente che questo è un Paese malato, che certe cose non possono e non devono succedere, che porca troia io non voglio ma devo andare via. Voglio, esigo e pretendo l’opportunità di autodeterminarmi come medico e come donna, e un giorno come moglie e madre. Voglio scegliere, perché non ho bisogno di una Patria né di un Dio, ma ho bisogno di salute psicofisica. Come ne avranno bisogno i miei pazienti. Per cui vaffanculo, vaffanculo, vaffanculissimo, posso mettercela tutta ma non mi merito questo. E non lo meritano nemmeno i miei colleghi, la mia generazione tutta non si merita una vita di precariato e malessere, con opportunità zero.

2) credo non sia mai esistita una persona con la quale non abbia mai avuto da ridire. Ma su di Te non ho da ridire proprio niente.

3) una canzone allegra, perché ne ho bisogno. Buonanotte.