Esatto: non ci sono più.

Breathe in, breathe out.
Non che stia perdendo il lume della ragione, perlamordiddìo.
Oggi è una di quelle giornate in cui non ho voglia di far niente e stare al pc tutto il giorno a contemplare serie tv già viste mille volte, articoli motivazionali nei quali non mi riconosco, e guardarmi in uno specchio senza trovarmi più.

Il lavoro ti cambia, ma ti cambia in un modo talmente subdolo che nemmeno saprei dire cosa non va. Faccio fatica a elaborare il disagio, cosa che invece mi è sempre riuscita benissimo. per prima cosa bisognerebbe che capissi se succede a tutti o è successo solo a me: alcuni dei miei colleghi sembrano aver armonizzato perfettamente la vita lavorativa con quanto faceva parte già da prima della loro vita.
Senza grossi sconvolgimenti, per loro stessa ammissione. Allora perché mi sento come se mi avessero messa sull’ottovolante e non riuscissi più a scendere?
Semplice, ci sono legata sopra. Adoro l’ottovolante, mi piace girare e fare una cosa che mi provoca continui picchi di ormoni surrenalici, sono entusiasta soprattutto da quando mi hanno spostata in Rianimazione, ho avuto quel “segno” che ormai da troppo tempo aspettavo, e dulcis in fundo lavoro anche le 36 ore previste dal mio contratto con i riposi proprio come l’Unione Europea li vuole.
[Doveroso corollario: questa cosa fino ad un mese fa non si verificava: lavoravo una media di 45 ore settimanali svolgendo tante mansioni infermieristiche e ausiliarie che mi stavano portando a un livello di frustrazione che non pensavo nemmeno esistesse. Ero profondamente infelice e avevo riacquistato quel mood iper-melodrammatico cominciando a macchinare rivoluzioni tipo “cambio specializzazione”, “ammazzo qualcuno”, “torno a fare la GM” – che non è Giovane Marmotta, ma Guardia Medica.]
Vorrei anche parlare di quanto quella persona sia il mio specchio, ma davvero,e  di quanto vorrei renderla fiera di me. Di quanto mi piace parlare con lei anche se tralascio in questo modo i miei doveri di brava Specializzanda piccola.

Ma non ne parlerò, perché non riesco a scrivere delle cose belle: devo scrivere di Disagio&Rabbia, come da sempre avviene.

Disagio perché?
Disagio perché manca qualcosa, che non so se sia la serenità, gli amici, le minchiate o la leggerezza. Penso, in una parola, che sia più la leggerezza. Tutti si aspettano che io tiri fuori un brilloccoro da un momento all’altro, o che mi sposi, o che annunci la gravidanza. Tutti pensano che io sia arrivata, finita, esaurita, completa, ormai risolta. Non è così. Sento che mi manca tanto. Avessi a capire che cosa però…
Disagio perché sono un’ignorante e non so i dosaggi della dobutamina, ma ho anche poca voglia di studiarli. O l’ultrafiltro, i cortisonici, i protocolli, e tutto il corrimidietro. Sono pigra pigra pigra e non so bene cosa farmene di tutto questo tempo che ora ho a disposizione.

Rabbia perché?
Perché ho perso la mia profondità e non riesco a perdonarmelo.
Perché assisto a scene di vita, morte e malattia che dal punto di vista umano hanno dell’incredibile e dovrebbero colpirmi, o farmi riflettere, o cambiarmi o non so che, ma semplicemente le introietto senza rifletterci.
Perché pensare mi fa fatica, scrivere ancora di più, imparanoiarmi pure. Escludendo il lavoro, ovvio, dove m0imparanoio circa 15 volte a turno.

No, non riesco a perdonarmelo.
Sono molto confusa.

 

Da bambina volevo guarire i ciliegi, limortaccimia.

Quando ho firmato il contratto per lavorare come medico di Continuità Assistenziale ho vissuto un momento di puro panico. Temevo che avrei avuto a che fare con casi stile ER, pazienti sull’orlo del baratro, crisi comiziali, mali eclamptici, arresti respiratori e via dicendo. Dopo aver letto il manuale apposito mi sono sentita molto meglio e alla fine me la sono cavata con qualche bruttissimo momento, una constatazione di decesso dopo un’intera notte di veglia e qualche iniezione di Plasil.
La paura che provo questa notte è però qualcosa di diverso: non si tratta d’ansia dell’ignoto, non mi trovo di fronte a qualcosa che ho paura di non saper fare ma che razionalmente so essere nel mio potere fare.
Stavolta il compito da svolgere è qualcosa per cui sono stata minuziosamente e pedissequamente preparata per quasi 7 anni. E so di non essere ancora in grado di sostenerlo ottimamente. So di avere a che fare con una serie di cervelli che io in confronto sono al primo livello di Super Mario e loro hanno già sconfitto Bowser acchiappando tutte le stelline dorate lungo il cammino.
Ci sono arrivata bene, che dire? MA non bene come altri, non con le stesse conoscenze e lo stesso sangue freddo.
Oppure sono semplicemente nel panico.
Credo che respirerò piano e profondamente per qualche minuto, perché non intendo crollare emotivamente proprio adesso. Sono frastornata, confusa ed arrabbiata per quello che mi hanno fatto, per quello che CI hanno fatto. Ma, sopra ogni cosa, il terrore.

Ho paura stasera.
E io non ho mai paura.

Eppure me l’aveva detto, il saggio Padre, di fare Scienze della Comunicazione.

Affetto + Mannaggiatté

Non ha mai detto una parola di più di quante ne fossero necessarie per dirimere una questione seria. I suoi discorsi seri sono di una linearità e di una semplicità sconvolgenti senza per questo risultare puerili o stupidi dal punto di vista del ragionamento e del valore del pensiero. Perché il suo valore può spessissimo essere messo in dubbio, ma questo lo sa e per qualche motivo che tuttora non capisco, gli va bene così.
Anche se ci vedo veramente poco, lo riconosco da come cammina e da come sta in piedi fermo, lo riconosco da 200 metri di distanza perché la sua camminata fa parte di quell’insieme di gestualità a caso che, inspiegabilmente, mi piacciono un sacco.
Spesso si mostra eccessivamente, e lo fa in modi che nessuno sceglierebbe per piacere agli altri.
Ma piace lo stesso. Perché, mischiate alla finta spacconaggine e alle battute di dubbo gusto, possiede una dolcezza innata e una gentilezza tutta sua. E mille altre cose che chissà dove le tiene per la maggior parte del tempo.

E, ecco, io sento un affetto incredibile.

Il mio pH non risalirà mai più. Ciao.

Ho deciso che li odio dal profondo del mio cuore. E’ viscerale, credo che se non starò attenta la rabbia mi divorerà e la stinfiàggine diverrà la sola ed unica padrona di ciò che resterà di me.
Ho deciso che  certe persone inesorabilmente fighe dovrebbero essere considerate illegali. Non parlo di bellezza estetica, o meglio, non solo di quella. Parlo del fatto che ci sono alcune persone alle quali basta fare una foto in un campo con una canotta bianca e gli occhiali a specchio per sembrare Jennifer Lawrence nella sua ora di libertà. Per quanto riguarda i ragazzi, per alcuni bastano tre foto a un panorama e la colonnina “Informazioni” su FB per volerli come compagni sempiterni di vita.
E’ che a loro viene naturale, hanno quel je ne sais quoi, e io no. Non sono mai stata ritenuta universalmente figa. Sono stata ritenuta intelligente e in gamba nelle realtà di cui ho fatto parte. In altri casi ho miseramente fallito (vedi danza), e ancora sono rimasta una ragazza normale in una moltitudine di ambiti.
Quello che non sono mai riuscita a fare è essere naturalmente figa, invidiabile in maniera disinvolta, considerata cool per le esteriorità che ho mostrato e mostro.
Mettici che non sono una top model, mettici che ho un carattere di merda. Mettici che però ho un quantitativo di materia grigia che supera ampiamente quello di tanta gente universalmente ritenuta figa.
Qual è, dunque il problema?
Il problema non è che rosico, anche se rosico, e rosicare non è mai bello né c’è da andarne fieri. Il problema è che nel mio rosicare c’ho la meta-rosicazione, c’est à dir: rosico perché ANCH’IO giudico i soggetti di cui sopra inevitabilmente fighi, mentre la parte razionale di me urla che non è possibile che un mezzo cesso mezzo pelato e rachitico solo perché ha una Reflex e pubblica gli Arcade Fire un giorno sì e l’altro pure diventi improvvisamente scopabile. Anche per me, anche se inesorabilmente dopo due giorni non ne tollererei l’ego ipertrofico.
Mi chiedo come mai sono anch’io così sensibile a questi nuovi fascini non-conventional che poi sono più conventional del guardare il Grande Fratello. Una volta ero una persona meglio. O forse una volta vivevo in una realtà così categorizzata che questi finti barboni coi montgomery di Burberry, le sigarette auto-rollate, le cuffione e gli MGMT non esistevano. Pottini, fricchettoni e fascisti: a 12 anni lo spartiacque senza via di ritorno né mezze misure. Ci hanno pensato i Mod e i Red Skins qualche anno dopo a ravvivare l’ambiente. Poi sono andata a Pisa e ho capito che:
1 – infilare le persone in categorie socio-estetiche è una boiata e succede solo a Lucca;
2 – i fascisti per fortuna non ci sono ovunque, e dove ci sono vengono -giustamente- emarginati;
3 – il fricchettonismo ha assunto la tinteggiatura hipster e non ci si può più fidare nemmeno di rasta e colori giamaicani. Nascondono inevitabilmente album degli Smiths e un gusto perverso per le novels di Palahniuk (che piacciono anche a me, peraltro…), celano fra un bracciale di pelle e l’altro la camicia firmata e il “Mi piace” alla pagina del Movimento 5 stelle.

Eppure questi soggetti risultano estremamente fighi e fighe, anche ai miei ipercritici occhi.
E mi chiedo come mai non ci son nata io ggggggiòvane, carina e con la Reflex al collo. Come mai non ci sono nata io, ragazza cool che va in gita fuori porta ogni domenica e mette 300 foto su Instagram #nofilter #sunday #love #picofimieicoglionisfranti mentre la vera me probabilmente è in Terapia Intensiva a litigare con l’ecografo non perché mi pagano, ma per la tesidemmerda.
E poi vieni a sapere che fanno parte di 3 associazioni di volontariato, suonano il piano da semi-professionisti e magari fanno anche gli scout. O se ne intendono di vino, giocano a squash ( a SQUASH, capito?), e conoscono a memoria Les Fleurs du Mal.
Ok, uccidetemi. Io nella mia vita è assai se ho imparato la Medicina e ancora non so mettere propriamente le mani addosso ai cristiani per curarli. Faccio ufficialmente cagare.
Poi mi rinvengo e penso di essere molto più vera di tante persone apparentemente fighe, mi ricordo che ho fatto millemila cose e quanto mi piace la mia vita. Anche se non mi sento mai uberfiga e non ho né Tumblr né Twitter. Su Instagram ci pubblico una foto ogni 2 mesi e di solito son foto del mio gatto.

Dal mio angolino di non-fighezza cerco sempre di farmi piacere ciò che mi piace e osteggiare con forza quelli che sembra debbano essere gli apprezzamenti obbligati dalla fetta cool della popolazione giovanile.
Tanto per dirne alcune:
– NON mi piacciono gli Arcade Fire, e nemmeno Brunori Sas;
– La Grande Bellezza mi ha fatto sommamente cagare;
– credo che le open toe con le calze sotto siano profondamente antiestetiche;
– mi piacciono gli anni ’90 e le serie tv di bassa lega;
– guardo Amici di Maria de Filippi e mi diverte molto;
– resto antifascista anche se tutti si dimenticano che i fascisti esistono ancora (ciao Dax, 16/03/03);
– mi piacciono i Negrita, “oddio, ma loro son proprio commerciali…”, e sticazzi?;
– ho speso 37 € per vedere Max Pezzali live ed ho anche pianto;
– odio Beppe Grillo e tutto ciò che il suo movimento rapresenta;
– non mi fa ridere la Littizzetto, anche se stasera sulle quote rosa aveva ragione.
Sono solo alcuni esempi. E’ il mio non-conventional personale ed autentico, molto più di tanti pupazzi che ci sono in giro.
E che cazzo, io trovo fighissimi. Qualcuno mi spieghi perché.

Love hangs herself
With the bedsheets in her cell
Threw myself on fires for you
Ten good reasons to stay alive
Ten good reasons that I can’t find

Oh, give me a reason to be beautiful
So sick in his body so sick in his soul
Oh, give me one reason to be beautiful
Oh, and everything I am

Love hates you!
I live my life in ruins for you!
And for all your secrets kept
I squashed the blossom and the blossom’s dead

Oh, give me a reason to be beautiful
So sick in his body so sick in his soul
Oh, and I will make myself so beautiful
Oh, and everything I am

Miles and miles of perfect skin
I swear I do, I fit right in
My love burns through everything
I cannot breathe
Miles and miles of perfect sin
I swear, I said, I fit right in
I fit right in your perfect skin
I cannot breathe

Hey, baby, take it all the way down
Hey, baby, taste me anyway
Oh, you were born
So pretty, oh, summer babe
We’ll never know
And fading like a rose

Give me a reason to be beautiful
So sick in his body so sick in his soul
I’ll give you my body just sell me your soul
Oh, and everything I am will be bought and sold
Oh, and everything I am will turn hard and cold

And they say in the end
You’ll get bitter just like them
And they steal you heart away
When the fire goes out you better learn to fake
It’s better to rise the fade away

Hey, you were right
Named a star for your eyes
Did you freeze? Did you weep?
Turn to gold, baby, sleep

Hey, honey mine
I was there all the time
And I weep at your feet
And it rains and rains

Oggi ho mangiato un limone intero a morsi. Problemi?

E insomma, mi fanno scrivere su questo sito.
E insomma, sono anche fra gli autori più letti del mese di gennaio.
E scriverci mi piace. Anche se devo moderare i toni e non posso sempresempre scegliere di cosa parlare – vedi articolo su San Valentino che ho iniziato a scrivere con la verve del relitto del Titanic, direbbe la Litty, ma alla fine è stata una bella sfida ed è uscito abbastanza bene.
Una cosa che mi perplìme è il fatto che scriviamo in maniera che definirei catchy, in modo che alla gente non venga il magòne quando apre un articolo. Mi spiego meglio.
Il punto è che la mia caporedattrice dice che è meglio dividere in paragrafi il tutto in maniera che la gente sia invogliata a leggere e gli articoli pesino meno al lettore.
Altro consiglio e format ormai stra-adottato da tutti i siti ggggiòvani per igggggiòvani come noi: l’elenco. La lista.
Ora, siccome se non critico qualcosa mi viene l’orticaria, dirò che tendenzialmente dividere in paragrafi e fare gli elenchi… A me non piace proprio.
Sono abituata a chiudere le affluenze ematiche al cervello e scrivere come e cosa mi piace, per me, senza pensare alla comodità di nessuno. Se così non fosse sarei un altro tipo di blogger e writer. Chiaro che non scrivo la Divina Commedia, e nemmeno un carme. E’ una via di mezzo, lunghino di solito, i tuoi santi cinque minuti a leggerlo ce li metti.
Ma, daje, credo tu possa farcela anche senza che ti divida il tutto in paragrafi o m’inventi “Le ventordici cose che“.

Tutto ciò voleva essere una semplice introduzione al fatto che, siccome di secondo nome faccio “coerenza”, oggi mi va di fare un elenco d’epica inutilità.

Ma MI VA, per cui ècchelo:

SEI MODI IN CUI I MIEI COETANEI MASCHI SANNO ESSERE VERAMENTE DISGUSTOSI*

*= Quando dico “disgustosi” non lo dico così, tanto per sparare alto. Parlo di atteggiamenti e comportamenti che suscitano reazioni pessime nel 100% delle donne di fronte alle quali tali orrori vengono performati. Reazioni che vanno dall’ “oioioioioioi” al “non ti scoperei nemmeno tu fossi l’ultimo sul globo terracqueo, fottesega di preservare la specie”.

La Società Internazionale Phye Cagacazzi ha da millenni varato la metodologia di Grading Internazionale dei comportamenti disgustosi, che si possono situare fra 1 e 5 BLEAH, dove 5 indica l’assoluta impossibilità a relazionarsi col soggetto che performa il comportamento disgustoso in questione perché troppo infimo e tendente al grottesco.

1) L’uscita inappropriata dal contenuto sessuale esplicito: oggi un tizio che conosco ben poco ha affermato con convinzione che vuole una donna bionda ed alta(e te pareva?) “che faccia le seghe coi piedi“. Ora, se me l’avesse detto il mio amico del cuore gli avrei detto “via giù” e probabilmente avremmo disquisito del tema per otto ore a filo sputtanando una giornata di studio. Ma tu no, cuore. Credi di essere talmente phyo da poter sparare volgarità a caso senza che io ti giudichi un pluridecorato demente? La risposta è ovviamente NO.
Livello disgusto: 2 BLEAH, ovvero: hai ancora speranze di dire o fare qualcosa d’intelligente e riscattarti. Se hai l’aspetto di Louis Garrel posso anche passarci sopra.

2) Orecchie, dietro delle stesse o unghie sporche: io mi chiedo, porchilmondo, com’è possibile che alla verde età di 25 anni suonati tu non sia in grado di strusciare un attimino di più mentre ti lavi le orecchie. E’ agghiacciante, sai? Per non parlare della vegetazione di schifo che ti abita sotto le dita. Non mi fate dì altro, và.
Livello disgusto: 3 BLEAH, perché chissà cos’hai nelle mutande se non sei in grado di pulire nemmeno le zone visibili.

3) Rutti a tavola: qui bisogna fare le dovute distunzioni. Io non sono una Principessina di fronte alla quale usare solo linguaggio forbito o inchinarsi. Può andarmi bene sentir emettere rumori strani al baretto di fronte a una birra, o così per sport solo perché sei un uomo e hai la fisiologica necessità di compiere poderose eruttazioni per segnare il territorio e guadagnartene la supremazia.
Ma NON mentre IO sto mangiando, grazie.
Non esiste persona più disgustosa di chi rutta deliberatamente mentre gli altri consumano il proprio pasto, non tanto per la fisica sensazione di rigetto che provoca, quanto perché dà prova di un menefreghismo e di una pochezza sociale da mettere i brividi.
Livello disgusto: 1 BLEAH, e sono buona, non ne metto 2 solo perché questa è effettivamente una cosa tollerabile e tollerata dai più. PERO’ a me continua a far veramente schifo.

4) Le donne come pezzi di carne: ebbene, come dicevo qualche post fa c’è modo e modo di essere un single farfallone alla ricerca di sesso casuale e niente più. Puoi essere Frank Flannagan(tanto prima o poi un’Arianna che t’impalma davanti ti passerà), o puoi essere un ghiòzzo di bùa, come si dice a Pisa, senza ritegno che si bulla con gli amici, ma non prima di essersi esibito in una performance sessuale vuota, triste, deprimente e bestiale – non in senso buono. Sia direttamente che indirettamente ho fatto esperienza di alcuni di questi soggetti e devo dire che la sensazione di sporcizia, desolazione, pena e tristezza che lasciano addosso è qualcosa di inspiegabile. Fortunatamente negli anni di singletùdine s’impara ad evitare questi soggettoni in favore di giri di valzer coi più disparati Frank Flannagan, ogni volta pensando di far la fine della culosissima Arianna. Solo che non succede mai.
Livello disgusto: 4 BLEAH, non si arriva a 5 poiché un minimo di responsabilità da parte della donna a ‘na certa età SI RICHIEDE, e non è più ammissibile trovarsi ad avere a che fare con certi obbròbri.
Sì, a
nche se si tratta del phyo più phyo del mondo.
, anche se suona in un gruppo, fa arrampicata, cura i bambini malati in Africa ed è la fotocopia sputata del Marco Cocci di cui sopra.

5) L’anchéggio disperato cum appoggio in discoteca: ora, per qualche motivo il Maschio Tristòne Medio dev’essersi messo in testa ai tempi antichi che il fatto si spiattellarci la mercanzìa sul didietro mentre balliamo in pace con le nostre amiche possa in qualche modo risultare sexy. Propongo una campagna internazionale per il debellamento di questa credenza. Neanche il più figo Marco Cocci o Luca Argentero di turno potrebbero andare in goal con quella mossa disgustosa. A chi piace?
Forse siamo tutte condizionate dal fatto che la tendenza a questa pratica terrificante è di solito direttamente proporzionale alla bruttezza ed alla stupidità di chi la applica, della serie: ogni cacchio di volta che mi vòlto mi trovo davanti un cesso di proporzioni epiche. Ma anche fosse Luca Argentero credo che prima di saltargli addosso gl’intimerei di scegliere approcci un cincinìno più fini. Perlamordiddio, ragazzi.
Livello disgusto: 4 BLEAH, manco i clienti di mezza età al ristorante dove lavoravo mi s’approcciavano in maniera così viscida.

6) I punti neri sul naso, magari su sfondo di pelle grassagrassagrassa: qui siamo all’apoteòsi, signori miei. Il dietro delle orecchie sta appunto dietro, il condotto uditivo è profondo e ricurvo, per carità, posso capire che risulti difficoltoso avventurarsi in tali pertugi e ripulirli. Per quanto riguarda le unghie ci sta benissimo che andando in giro ti sporchi, chessò, perché maneggi la catena della bicicletta o ti metti a scavar buche nel terreno per diletto. Non so, comunque, voglio dire… CAPITA.
Ma il naso NO. Il tuo naso è tragicamente ed ineluttabilmente al centro della TUA faccia.
Allora, cuore, come cacchio è possibile che tu non veda quella piantagione di cotròzzoli neri che vi campeggiano in vetta?
Inoltre, come puoi tu, persona plausibilmente normovedente, non accorgerti che rifletti da tanto che la tua pelle è untuosa? Mi vengono i brividi solo ad immaginare determinati conoscenti conciati a ‘sto modo ed incuranti della nausea che in me sale prepotentemente mentre c’interloquisco.
Una volta ho dovuto scusarmi facendo finta di ricevere una telefonata perché stavo per strillare in faccia al soggetto in questione “MIODDIO REGOLATI! CHE è QUELLA ROBA?! c’HAI IL VAIOLO?”. Spaventoso ed intollerabile.
Livello disgusto: 5 clamorosi ed altisonanti BLEAH. Non credo esista più grande espressione di sudiciùme.

*****

Ecco, ora ho sfogato un po’ di livòre pre-esame e mi sento meglio.
Meno male che in questi giorni ci sono Vagy e Paola a farmi compagnia fra una malattia a caso e l’altra che mi ritrovo a dover studiare per ‘sta dannatissima Medicina Interna.
Due blogger che incarnano perfettamente le mie due anime in perenne contrasto. Passerei le ore a leggerle per ritrovarmi un po’ meno acida ed un po’ più compresa.

Overwhelming.

Non mi stupirei se richiedessero per me un TSO a breve.
ParanGIoia is back.
Io non ho la depressione post-natalizia. Semmai soffro d’ira post-natalizia. In questi giorni sono in grado di saltare su come una molla qualsiasi cosa turbi in maniera anche minimale il mio equilibrio interiore ed esteriore. Due giorni fa ho avuto l’impulso di prendere a calci il gatto che mi si era tirato addosso con troppa irruenza e la chiamata serale per cena da parte di mia madre mi genere un odio atavico perché ha la gravissima colpa di distogliermi dalle mie occupazioni tipo studiare, vegetare sulla blogosfera o leggere cose un attimino più di spessore, che poi è la mia attività natalizia preferita.
Forse è che sono uscita troppo, ho bevuto troppo, ho –orrore– socializzato troppo. Che ne so io. Vorrei far fermare tutto un attimo e tornare alla mia normalità come non mai. Vorrei tornare nella mia stanza di Pisa, senza pensieri e senza tutte le ansie belle e brutte che accompagnano inevitabilmente lo stare a casa… Ma più di tutto vorrei non essere un’altalena emotiva, non amare ed odiare questo posto al tempo stesso ed avere una stabilità più consona ad una normalissima ragazza di 25 anni quale sono.
Diciamo che stare a casa comporta un livello d’invasività del mio spazio al quale non sono più abituata. Non parlo di mia madre che, povera crista, mi chiama per cena o mi intima non proprio gentilmente di mettere a posto la mia stanza.
Parlo delle mie amiche, dei locali, delle sensazioni che questa città porta a galla. Mi sento distratta e disturbata da tutto quello che ho qui perché forse tendo troppo spesso ad ignorarlo. Non che sia brutto, anzi. Ho passato due settimane meravigliose qui, è stato tutto così naturale da sembrare innaturale… Tutto così limpido che tornare in via semi-definitiva a giugno non mi pare nemmeno così orrida come prospettiva. Però è un’altra vita, ne ho due e le cose sono troppe.

Lamentarsi di ciò è veramente da cretini e ne sono pienamente consapevole. Devo solo imparare a vivere serenamente le cose e non pensare sempre che mi sovrasteranno in un modo che non saprò gestire. Andrà tutto bene e troverò il modo di farci stare tutto come ho sempre fatto, mettere tutti i pezzi al loro posto non è mai stato un problema, solo che se di problemi non me ne faccio io non sono contenta.
Nel frattempo mi siedo e faccio un respiro, qualcosa succederà e ripartirò sulla giostra.

Esterofili? Ciao, ma ciao proprio.

Non posso continuare in questa fase di blocco dello scrittore(scrittore? Vabbè…) che interrompo solo da ubriaca sull’urgere di robe sentimentali che meno interessanti non si poteva.
Per cui da oggi riparto, ma non da me.
Riparto da un post della Cocchi che mi ha colpita particolarmente e ben si adatta ad alcune di quelle che sono le mie attuali frustrazioni. O meglio: le declinazioni che le mie sempiterne frustrazioni stanno in questo periodo assumendo, il che è un po’ diverso.

Riparto col rispondere alla Cocchi perché ho bisogno di una traccia per continuare a nutrire questo spazio che una volta mi piaceva, mi piaceva su Splinder…

***Pausa: tiro giù il cielo dalle bestemmie ricordando quel maledettissimo giorno in cui ho perso l’email che comunicava la chiusura di Splinder, tipo Roberto in Berlinguer ti voglio bene, per intendersi***

…più che su WordPress, non lo sento ancora mio, eppòi mi manca il filo comune con la gioiakerplunk del duemilacinque. Duemilacinque, ci rendiamo conto?

Insomma, il post della Cocchi mi trova d’accordo dal punto di vista della correttezza e dell’onestà intellettuale ma non riesco ad accettare completamente ciò che scrive perché sto dalla parte opposta. Sto dalla parte di quelli che non tollerano l’esterofilia ad ogni costo ed il sentir definire tutti LAVORATORI o ARTISTI o DOTTORI, come peraltro si dice in questo articolo, con un intento ben diverso però. A pensarci c’entra poco, ma è interessante e funzionale a dove voglio arrivare.

Per esperienza purtroppo ci credo poco a chi prende e va a *nome di qualsiasi capitale, il più delle volte europea, il più delle volte Londra* a “lavorare”, oppure a “guardarsi intorno”. Cacchiotiguardiintorno? Bah.
Come dicono gli Afterhours, “ci sono molti modi” per fare ciò:
Hai diciannove anni e vuoi imparare l’inglese e prenderti del tempo per capire quale università è meglio per te e se è il caso o meno di proseguire gli studi. Hai ventitré anni ed hai finito la triennale, stesse motivazioni. Ok, sei un figo, stai facendo un’esperienza che ti sarà utilissima in un momento in cui è sacrosanto farla e ne può uscire solo qualcosa di buono.
Diventi l’Idiota SE dopo sei mesi tutto quello che hai imparato è dove sta il più vicino off-license, che il Fabric il venerdì fa la serata che ti piace, qual è il pusher di fiducia in zona. Non necessariamente in quest’ordine. Significa rimanere nello stesso torpore post-adolescenziale da Playstaton e baretto che ti contraddistingueva a Orzignano Pisano, non stai facendo altro. Svegliati.

Per il resto l’aver fatto il kitchen porter o il cameriere non ti rende migliore di nessuno. Ti rende semmai più vicino all’idea che vuoi avere di te stesso, il che è sacrosanto, ma non rompere l’anima a me che sto qui e ci sto bene.
Come ha scritto non mi ricordo chi nei commenti al post al quale mi sto riferendo, a volte l’esterofilia è solo un’altra faccia del provincialismo.
Il provincialismo peggiore non è quello ingenuo ed ostentato ma quello di cui non si è consapevoli, che porta a d errori di pensiero clamorosi e fa saltare i nervi a chi, di certi discorsi da bimbetti, proprio non ne può più.
E quella sarei io.
Francamente tutto questo amore per quello che viene da fuori e parla un’altra lingua lo capisco fino a quando non porta a svalutare a priori il proprio paese ed il proprio contesto. Come se fosse una colpa star bene dove si sta. Come se fosse da sfigati crescere con le stesse persone conoscendone di nuove nel frattempo. Come se non potesse vivere senza aver visto Melbourne o il Sudafrica.

Che poi a volte diventa anche un argomento antipaticissimo da disquisire: voglio dire, a me piacerebbe un botto fare queste cose:

…Ma mi piace un botto studiare Medicina too. Inoltre… Himalaya? Asia? Bah. Vorrei che tanti miei amici rosiconi nei confronti di chi s’è girato il mondo capissero che i casi sono due:
1 – O la persona s’è fatta il culo icosaedrico per ANNI prima di potersi permettere una roba del genere(vedi il mio amico Matteo, che ha 30 anni, lavora a Perth ed è fuori dall’Italia da mò).
2 – Alternativamente sono stronzetti pieni di vaìni(soldi), che il mio babbo non ce li ha tutti quei vaìni e manco li vede col binocolo. Ed anche se ce li avesse col cacchio che li darebbe al mio bel visino per scarrozzare il mio deretano in giro per ostelli e foreste pluviali.
Sono fermamente convinta del fatto che viaggiare NON costituisca diritto inalienabile. E’ un diritto che, se desiderato, va conquistato. La vita non è facile per tutti e forse la rosicona sono io, che in Thailandia per sport non ci posso andare pur non essendo figlia di un netturbino.
Ma sono convinta che di regali ce ne debbano essere pochi e che tutti, nessuno escluso, debbano inserire viaggi ed esperienze in generale(università, lavoro, lutti, amicizie, corsi di ricamo, acquagym, volontariato, sport, sesso) in un contesto ben ragionato e viverli nel rispetto delle priorità ed aspettative altrui e con animo sempre teso al miglioramento di sé stessi.
Non parliamo dei sedicenti “artisti”, poi, che mi parte un embolo*.

In definitiva, che tu ti addormenti in  un ostello di Bangkok, su un albero, in un monolocale a Mayfair o nel tuo letto di bambina a San Pietro a Vico(Lucca, Toscana)  l’importante è aver vissuto quel giorno da brava e bella persona. Non esser passato sopra gli altri, non aver sfruttato i genitori per sopperire alla noia o alle tue mancanze interiori, non aver vissuto nell’inedia, che è la peggior cosa e ti accompagnerà sempre, ma proprio sempre.
Anche in Cappadocia sulla mongolfiera col più bel paesaggio di fronte… Una persona misera resta misera.

Life’s what you make it.

*Una cosa però DEVO dirla, e magari meriterà un post a sé stante: Rosicate da mattina a sera che noi medici siamo boriosi e presuntuosi e che ci sembra di farci il culo solo a noi, ma voi passate le giornate fra divano, tivù e tromboni? Per piacere. Fare l’artista è ben più complicato rispetto a fare il medico. Ci vogliono degli attributi che io me li posso sognare la notte, ma non li avrò mai. Ci vuole la costanza di lottare molto spesso contro i mulini a vento, contro una sottocultura imbevuta da gente che vi ruba il nome e svaluta la vostra professione.
Uno che studia e produce costantemente Arte chiamiamolo artista, gli altri lasciamoli alle loro canne, ma che non pretendano alcun riconoscimento. Perlomeno da parte mia.