Regolare, verde e normale, come una bottiglia.

Nutro odio.
Quelli che ruttano indiscriminatamente perché tanto chissenefrega.

Quelli che alla comprovata parità dialettica frappongono superiorità fallocentrica in fatto di sesso. Una perfetta danza di denigramento ben nascosta da rispetto di facciata sbandierato ai quattro venti.

Quelli che “sono corretti, eccheccazzovuoi?” ma poi il prossimo per loro può gaìre fra le fiamme dell’Inferno. E nella fattispecie il prossimo sei tu.

Anzi, la prossima. Da controllare, insultare, manipolare perché non importante. Mai. Thank you for reminding me I’m not special.

Quelli a cui è impossibile spiegare che disponibilità sessuale non comporta lo svalutare la PERSONA che te la concede.

Quelli che il sesso lo vivono con violenza brutta, come bestie malate. Che amano usare senza rispetto e divertimento.

Che trombare va bene, ma presuppone il fatto che siano coinvolte altri esseri umani. Quelli che tanto varrebbe sega, porno e sigaretta.

Ho bisogno di essere trattata da essere umano e Donna, nell’amore e nel sesso.

Nella casualità e nell’eternità.

Nelle contraddizioni che accetto dagli altri, e non vedo perché le mie no.

Ho bisogno di cose belle, di sorrisi sinceri. Di una persona che, qualunque cosa voglia, mi faccia ridere. Delle mie amiche.
Potrebbe sembrare male, ma in realtà va tutto bene.

E di qualcosa che sia celeste, nella mia vita verde bottiglia.

Promemoria per me, senza titolo evocativo però.

Insomma, sono andata in vacanza con due persone alle quali voglio un sacco bene ma che non vedo mai. Una di queste, oltre a suscitarmi la stima che sono solita nutrire in chi elevo al rango di Amico, mi dà sensazioni contrastanti in molti suoi atteggiamenti. Trovo ciò stimolante.
L’altra è una persona in grado di smontarmi pezzo per pezzo con una semplicità sconvolgente e rimontarmi confusa ma consapevole che sono un passo più vicina al bandolo della matassa.

E che passo, stavolta.

Insomma, voglio ricordarmi quel che mi ha fatto notare quella gran donna di G.C. mentre sorseggiavamo litràte di birra in un paese sperduto della Croazia, e cercherò di ridurre il concetto all’osso poiché molti pensieri mi fluttuano in testa dopo quelle rivelazioni. Ho il terrore di divagare e perdere il punto esatto del discorso, la boa attorno alla quale nuotano tutte le altre elucubrazioni che altro non sono che esempi in concretezza e praticità di come dovrei fare per sentirmi un po’ meglio.

Insomma, mi sono resa conto che non mi perdono, voce del verbo perdonare.
Non mi perdono praticamente niente, nemmeno i miei stessi gusti e il mio modo di essere. Lo amo, ma vivo nella convinzione di doverlo giustificare agli altri, o doverlo porre come elemento di sfida nei loro confronti. Tanto sicuramente pensano male. Tutti.
Per questo risulto impacciata e inutile, o risulto una iena.
Oppure non risulto nessuna delle due, fatto sta che non sono io.
Quel che è peggio è proprio questo: sono talmente e intimamente ossessionata dall’immagine che dò agli altri che mi dimentico quasi di vivere.
“Non ti accetti”, in tre parole, anche se quest’espressione suona tanto #disagio #preadolescenza #highschool #teenagedirtbag.

*TRAMA “TEENAGE DIRTBAG”, ANTICA GLORIA DELL’ANNO 2000:
Lui ama Lei ma è uno sfigato metallaro che ascolta gli Iron Maiden e pensa che Lei non lo cagherà mai – STOP – lei sta col quarterback figo – STOP – al Prom lei, contro ogni previsione, si avvicina a Lui e gli chiede di accompagnarla a vedere gli Iron Maiden – STOP – morale americana primi anni duemila: dietro una persona che giudichi fighissima e inarrivabile si nasconde un ragazzo con l’apparecchio dai gusti musicali demodé che ti ama a sua volta.*

 

Insomma, io a sentire gli Iron Maiden non voglio andarci, ma non avrei mai il fegato della biondina che alla fine si rivela sfigata quanto il tizio che canta la canzone.

Ora.

A parte che nella vita reale la biondina resta col quarterback e non ti caga mai (cfr. Vagina, che come sempre risulta illuminante)…
Io non ho quel fegato perché sono impaurita da ennemila cose, prima fra tutte le mie incoerenze.

Per questo mi piace l’ospedale. Mi piace il velocissimo fluire delle cose, il pensare per tutto il tempo a qualcun altro che dipende dalla mia preparazione e da un impegno tangibile – fisico e mentale – , il quale prescinde completamente dalle mie paturnie e me ne libera appieno.
Chiudo, non esistono. Esisto io al pieno di ciò che mi riesce meglio.

Credo.
Mi chiedo quando esattamente ho iniziato a rifugiarmi nello studio, quando ho cominciato a vedere tutto nero. Perché una volta non era così. Gli psichiatri lo chiamerebbero episodio depressivo, ma non sono abituata a consegnare ad una malattia i miei malumori, preferisco parlare di “periodo di merda” e “carattere di merda”.
Cose che corrispondono a realtà apprezzabile coi cinque sensi.

E intendo tutti e cinque, perché sono acida pure al tatto.
Mi ritraggo come un gatto diffidente. Soffio, quasi.
Non mi perdo in un abbraccio dal Pleistocene e non mi ricordo l’ultima volta che, prima di questa vacanza, mi sono data davvero a qualcosa o qualcuno – ad eccezione dei libri e della Facoltà.
Mi sono illusa di farlo, mi sono crogiolata in dispiaceri da operetta e ho ammassato tutta la mia insoddisfazione dietro a un sipario di cinismo e negatività.

 

Insomma, spero diventi tutto più lineare…

***

CINQUE REGOLE PER LA COSTRUZIONE DI UNA ME STESSA PIU’ SINCERA E SERENA:

1 – Non giustificarti MAI per cose per le quali non sei tenuta a farlo. Da lì al palesare insicurezza e acidità il passo è brevissimo, e ti svilisci ogni volta che lo fai;
2 – Ama quello che ami, amalo davanti a tutti e non sminuirti mai;
3 – Sorridi, porcoddìo. Chi hai di fronte non sta pensando che fai schifo, né tenterà di ucciderti;
4 – Ricorda che ognuno dà quello che vuole e che può. Non è detto che se tu dài 30 devi ricevere indietro minore o uguale di 25;
5 – Chiedi a quel tizio di venire a vedere gli Iron Maiden con te, anche se probabilmente ti risponderà secco: “Eh no, cuore, vedi quella stangona bionda di 40 kg? E’ la mia ragazza…”.

Questa sei ancora tu…