Di egoismi e tristezze.

Ho scelto questo percorso professionale fondamentalmente perché sono una psicopatica e mi piace la meccanica polmonare, ma fra le varie motivazioni più o meno consce c’è anche il fatto che io, con le malattie, ho un rapporto veramente vergognoso.
Ecco, l’ho detto. Non credo questo significhi che ho fatto il medico perché ho paura, anche se il mio prossimo obiettivo è arrivare a non averne mai, di paura.
Sono in grado di gestire il dolore fisico e psicologico in maniera ineccepibile di fronte agli altri, ma ho una maniera quasi malata d’introiettarlo e soffrirlo per conto mio.
Non voglio dire che sono moltoh profondah e mi tengo tutto dentro, perché non è così, anzi. Tendo a comunicare la mia situazione e i conseguenti risvolti emotivi con una certa aggressività, come se avessi bisogno di buttarli lì per far capire come mai sono scura. Ma poi la verità è che no, non ci penso. Vado a lavorare, torno a casa, esco, faccio le mie cose e non rimugino. Mi dedico a certe cose in momenti ben precisi al difuori dei quali non voglio proprio saperne.
Che brutta persona.
Semplicemente perché certe cose, a pensarle, corrodono e basta. Il lavoro che faccio mi porta a vivere dinamiche che non vorrei vivere e a specchiarmi in sofferenze diverse ogni giorno. Ognuno ha il suo modo di soffrire, il mio mi pare il più efficiente.
Un pianto dirotto ogni tanto, testa bassa e pedalare. Perché devo fermarmi anche io insieme a chi sta male, mostrare contrizione, essere triste da mattina a sera e mettere da parte la mia vita?
Se c’è bisogno di me ci sono, sono una di quelle che “faccio faccio faccio”, per il resto tutto è chiuso in un compartimento che non voglio aprire.
Non so se mi faccia bene. Non so se mi prendo in giro. Mi vergogno quasi a dire che credo di no.

Così mi ha detto quella persona che per me è come il paio di vecchi jeans. Che ogni tanto me li rimetto e mi fanno sentire leggera. Quasi ogni giorno scrivo, a volte canto, ballo sempre più spesso. Perché certe tristezze sono inevitabili e ancor più inevitabile è quello che succederà. Non dipende da noi o da quanto siamo bravi, dal livello al quale scegliamo di dilaniarci o votarci a cause perse.
Da quanto ci ammaliamo, per gli altri.
Dipende da quanto di integro resta di noi, da quante energie investiamo nella nostra pars construens, da quanto dedichiamo alla parte luminosa della nostra vita. I tunnel di negatività vanno arredati e bisogna uscire spesso a prender aria.

Giustificazioni? Non lo so.

Per il resto… Va.
Va strano e che ci capisco poco, ma quella parte luminosa brilla come non mai, e la voglio tutta. Da impazzire.

“Sto ricominciando a fumare. Mi dico che no, che non è vero, che smetto quando voglio, che una sigaretta ogni tanto (nel corso della giornata) non è poi questo dramma. Mi dico che non posso mica rinunciare a qualsiasi cosa, perché quelle come me non sono persone sane, non lo sono state mai. Non siamo buone e non siamo salutiste. E’ una postura, ce lo imponiamo, fingiamo di poter agire sulla nostra indole ma no, sono tutte stronzate, se nasci tondo non muori mica magro.” (cit. Memorie di una Vagina)

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