Non ci sono più?

Una volta scrivevo tantissimo anche se non avevo niente d’interessante da dire, o meglio, ero in grado di costruire iperboli infinite su UN concetto UNO, che declinavo in ogni modo possibile immaginabile.
Ero brava, anche. In alcune occasioni ho tirato fuori degli scritti molto carini, che ho fatto leggere ad altri, per i quali ho ricevuto complimenti.
Da un po’ non riesco più a scrivere, e questo significa che non penso più. Non mi auto-analizzo, non rifletto sulle cose fino a sgretolarle, non mi tormento più. Questo da un certo punto di vista è abbastanza triste, perché significa che ho DECODIFICATO, risolto, deviluppato parte di me. Non so se il verbo “deviluppare” esista in italiano, spero si capisca ciò che intendo: rendere lineare e comprensibile quello o quell’altro aspetto della mia personalità, prima inarrivabile o talmente contorto da farmi impazzire quotidianamente.
Tante cose che prima erano problemi adesso non lo sono più, tante cose in cui non mi sarei mai spesa adesso fanno parte della mia routine, e mi piacciono. Ad esempio, ho comprato l’Appretto. Che qualche mese fa nemmeno sapevo cosa fosse, e se qualcuno me l’avesse spiegato avrei risposto che io stiro sei volte l’anno, che coincidono tutte con quando devo mettere il camice per andare in qualche corsia.
Faccio parte ad oggi della folta schiera degli Specializzandi, per non dire “di quella manica di poveracci sottopagati e sfruttati dal SSN per tutte le mansioni, da quella del fattorino a quella del Primario”. Questo significa che ho diritto alla lavanderia aziendale, che prende e restituisce periodicamente il mio camice, ogni volta più stecchito e giallognolo. Poco male, tanto non lo uso perché faccio Anestesia e sono destinata ad essere scambiata per Infermiera o Oss fino a quando non mi verranno le rughe, o fino a quando non metteranno il neon sul mio fonendoscopio, che di solito non si addice a portantini e altre figure sanitarie.
Insomma, il camice non lo devo più stirare perché me lo stirano le simpaticone della SO.GE.SI., ma stiro quasi ogni settimana perché il mio ragazzo ci ha le camicie e mica posso rifilarle alla madre. Manco posso permettermi di mandarlo in giro coi vestiti stazzonati, che poi qua a Lucca lo sanno che è il mio ragazzo.
Trovo una certa pace nello stirare, così come nel fare dolci e spulciare GialloZafferano.it, e cose del genere. Anche nel MIO gatto, una bestiolina della quale devo prendermi cura al 100%, vermi e vaccini compresi.
Sono ADULTA, abbastanza stabile, meno autodistruttiva e più serena.

Il rovescio della medaglia è che quella serie di contraddizioni e disperazioni propri dell’età giovanile potrano con sé una profondità del sentire ed una capacità di auto-analisi che credo di aver perso per sempre. Essere un caos totale, fondamentalmente disfunzionali, emotivamente instabbbbbili non significa solo ubriacarsi una sera sì e l’altra sì. Significa anche pensare e ripensare, avere poi un sacco di tempo perché fai l’Università e ciao. Medicina poi, predispone all’autoanalisi efferata, perché uscire non puoi che devi studiare, ma non è fisicamente possibile studiare per TUTTE le 12 ore che passi da sveglia. Quindi, una volta esaurite le serie tv, pensi. Scrivi. Rifletti. Osservi le ombre della serranda disegnare il soffitto. Ascolti tante canzoni per trovare qualcosa che in quel momento manca, e insieme ai pezzi di te trovi mille altri pensieri che ti accompagneranno per molti mesi. Alcuni ancora sono mantra che mi ripeto, perché gira che ti rigira sono sempre io.

Mi manca quella mente incasinata. Quella libertà di potersi analizzare perché i futili problemi emotivi lo richiedono. E’ come se stessi crescendo nella vita pratica ma rimanendo ferma emotivamente.

Non tornerei indietro nemmeno morta, ma non ho ben capito quando e come starò con me stessa d’ora in avanti.
Devo rifletterci sopra, ma quando?