Qualcosa (3)

“Non capisco perché non puoi essere felice e basta.”

Scostò il ciarpame ammassato a caso all’interno del cassetto, rovesciò inavvertitamente un pacco di pasta aperto e scoppiò in un vaffanculo particolarmente sentito.
Certe cose gli erano venute sempre bene senza una precisa ragione, prima fra queste il far cadere oggetti. La seconda era la masturbazione, sì, proprio quella.
Genitale e, purtroppo, mentale.
C’era un che di mistico nella sua capacità innata di smontare un concetto e rimontarlo con parole diverse, nuove sfaccettature foriere di ulteriori ragionamenti, un aspetto forse nuovo. Era in grado di sembrare incredibilmente intelligente e profondo semplicemente invertendo gli avverbi di modo e sfoderando il dizionario di sinonimi e contrari che abitava nella sua testa. Eppure ogni evoluzione linguistica che lui produceva sembrava in grado di far vedere le cose da una prospettiva diversa.
Avrebbe venduto sci ai Caraibi e Polaretti in Alaska se solo avesse voluto, ma questa dote la sfruttava principalmente per trovare cosa non andasse in sé stesso e i molteplici espedienti per modificarlo senza di fatto evolvere o voler faticare minimamente. Perché sia mai che dall’elucubrazione efferata si passasse all’effettivo miglioramento personologico. E’ un’ansia.

“Essere felici? E’ troppo facile per noi artisti, lo sai.”
“Vaffanculo Marco, lo sai che la pazienza è un po’ che l’ho finita. Esci fuori, che oggi c’è il sole, e non pensare che qualcosa stia inesorabilmente distruggendosi di fronte ai tuoi occhi. La verità è che non sta succedendo un cazzo di nulla, te ne rendi conto? Nulla di tragico, nulla che può farti del male…”

Marco non era una persona forte. Era una persona che crollava di fronte agli amori mancati, le persone perdute, gl’insuccessi, e si rialzava solo dopo giorni e giorni di autismo, mutismo e isolamento. Non gli sarebbe mai venuto in mente per un secondo che certe cose non sono così gravi. Tutto è insormontabile, tutto è un dramma epico e noi non ce la faremo mai. Di base. Il resto son colpi di culo in attesa dell’inesorabile abbattersi della tragedia successiva, dell’uragano emotivo, la devastazione che stava in agguato dietro l’angolo…

(to be continued?)

Annunci

Il filo nel cuore

“Quindi, fammi capire bene: tipo Pulp Fiction, dal petto?”
“No mamma, non funziona così. Si entra da una grossa vena nel collo e poi questo filo va giù e passa attraverso le camere cardiache.”
“Fai veramente un mestiere di merda, tu. Vedi te se è il caso d’impelagarsi a forare la gente per arrivare al cuore. Io te l’ho sempre detto che dovevi fare una cosa normale tipo Dermatologia. Da donne, avrebbe detto nonno. Maffigùrati.”
“Vabò mamy, carbonara?”

 

Al fondo delle cose, come se non fosse possibile farne a meno. Alla ricerca della mansione più difficile del campionario, che sennò godevo troppo e non avevo bisogno della gastroscopia perché magari l’ulcera non mi veniva.
Penso sia un po’ quello a cui ho teso sempre più o meno consapevolmente, e non è detto che sia sempre un bene.
Lo faccio in tutto, lo faccio con tutt*, lo faccio da sempre, lo faccio con una passione che fatico a spiegarmi, come se ne dipendesse una parte essenziale della mia personalità.
Il che è una maniera edulcorata di dire che sono una cacacazzi.  Lo faccio proprio di lavoro, principalmente nei confronti di me stessa.
Il giudice più severo e meno empatico che si sia mai conosciuto.
E niente, sto capendo che devo semplicemente volermi un po’ più bene e rendermi la vita facile. Aiutarmi di più, passare sopra  determinate cose, cominciare a fare Aerials, ascoltare più spesso i Foo Fighters. Programmare viaggi e concerti, camminare sul mare, tenere la casa in uno stato di decenza più o meno accettabile.

Prendermi meno sul serio, sorridere di più.

Non l’ho mai capito cosa significasse esattamente l’espressione “volersi bene“. Mi sembrava buonista e autocommiserativa. Realizzo solo da poco che è un po’ quel “be on your own” ma senza l’acido di stomaco di cui sopra. Appino mi direbbe di pensare poco e ridere scema, ed è ciò che ho intenzione di fare.

 

 
“Ma poi ‘sto filo… A che vi serve?”
“A capire se una persona è piena o vuota, se ha bisogno di acqua ed aria o semplicemente di scaricare qualcosa che è di troppo. Prendi un po’ di sangue da lui, un po’ ne prendi da un’altra parte, metti insieme i dati e puoi capire ciò che altrimenti mai vedresti.”
“Una volta non c’erano queste diavolerie, mi fa proprio impressione. Beh, contenta tu… Secondo me le persone sono più facili di così, tavolo operatorio o meno.”
“Sai una sega te. Comunque, buona ‘sta carbonara, mà.”