Esatto: non ci sono più.

Breathe in, breathe out.
Non che stia perdendo il lume della ragione, perlamordiddìo.
Oggi è una di quelle giornate in cui non ho voglia di far niente e stare al pc tutto il giorno a contemplare serie tv già viste mille volte, articoli motivazionali nei quali non mi riconosco, e guardarmi in uno specchio senza trovarmi più.

Il lavoro ti cambia, ma ti cambia in un modo talmente subdolo che nemmeno saprei dire cosa non va. Faccio fatica a elaborare il disagio, cosa che invece mi è sempre riuscita benissimo. per prima cosa bisognerebbe che capissi se succede a tutti o è successo solo a me: alcuni dei miei colleghi sembrano aver armonizzato perfettamente la vita lavorativa con quanto faceva parte già da prima della loro vita.
Senza grossi sconvolgimenti, per loro stessa ammissione. Allora perché mi sento come se mi avessero messa sull’ottovolante e non riuscissi più a scendere?
Semplice, ci sono legata sopra. Adoro l’ottovolante, mi piace girare e fare una cosa che mi provoca continui picchi di ormoni surrenalici, sono entusiasta soprattutto da quando mi hanno spostata in Rianimazione, ho avuto quel “segno” che ormai da troppo tempo aspettavo, e dulcis in fundo lavoro anche le 36 ore previste dal mio contratto con i riposi proprio come l’Unione Europea li vuole.
[Doveroso corollario: questa cosa fino ad un mese fa non si verificava: lavoravo una media di 45 ore settimanali svolgendo tante mansioni infermieristiche e ausiliarie che mi stavano portando a un livello di frustrazione che non pensavo nemmeno esistesse. Ero profondamente infelice e avevo riacquistato quel mood iper-melodrammatico cominciando a macchinare rivoluzioni tipo “cambio specializzazione”, “ammazzo qualcuno”, “torno a fare la GM” – che non è Giovane Marmotta, ma Guardia Medica.]
Vorrei anche parlare di quanto quella persona sia il mio specchio, ma davvero,e  di quanto vorrei renderla fiera di me. Di quanto mi piace parlare con lei anche se tralascio in questo modo i miei doveri di brava Specializzanda piccola.

Ma non ne parlerò, perché non riesco a scrivere delle cose belle: devo scrivere di Disagio&Rabbia, come da sempre avviene.

Disagio perché?
Disagio perché manca qualcosa, che non so se sia la serenità, gli amici, le minchiate o la leggerezza. Penso, in una parola, che sia più la leggerezza. Tutti si aspettano che io tiri fuori un brilloccoro da un momento all’altro, o che mi sposi, o che annunci la gravidanza. Tutti pensano che io sia arrivata, finita, esaurita, completa, ormai risolta. Non è così. Sento che mi manca tanto. Avessi a capire che cosa però…
Disagio perché sono un’ignorante e non so i dosaggi della dobutamina, ma ho anche poca voglia di studiarli. O l’ultrafiltro, i cortisonici, i protocolli, e tutto il corrimidietro. Sono pigra pigra pigra e non so bene cosa farmene di tutto questo tempo che ora ho a disposizione.

Rabbia perché?
Perché ho perso la mia profondità e non riesco a perdonarmelo.
Perché assisto a scene di vita, morte e malattia che dal punto di vista umano hanno dell’incredibile e dovrebbero colpirmi, o farmi riflettere, o cambiarmi o non so che, ma semplicemente le introietto senza rifletterci.
Perché pensare mi fa fatica, scrivere ancora di più, imparanoiarmi pure. Escludendo il lavoro, ovvio, dove m0imparanoio circa 15 volte a turno.

No, non riesco a perdonarmelo.
Sono molto confusa.

 

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Da bambina volevo guarire i ciliegi, limortaccimia.

Quando ho firmato il contratto per lavorare come medico di Continuità Assistenziale ho vissuto un momento di puro panico. Temevo che avrei avuto a che fare con casi stile ER, pazienti sull’orlo del baratro, crisi comiziali, mali eclamptici, arresti respiratori e via dicendo. Dopo aver letto il manuale apposito mi sono sentita molto meglio e alla fine me la sono cavata con qualche bruttissimo momento, una constatazione di decesso dopo un’intera notte di veglia e qualche iniezione di Plasil.
La paura che provo questa notte è però qualcosa di diverso: non si tratta d’ansia dell’ignoto, non mi trovo di fronte a qualcosa che ho paura di non saper fare ma che razionalmente so essere nel mio potere fare.
Stavolta il compito da svolgere è qualcosa per cui sono stata minuziosamente e pedissequamente preparata per quasi 7 anni. E so di non essere ancora in grado di sostenerlo ottimamente. So di avere a che fare con una serie di cervelli che io in confronto sono al primo livello di Super Mario e loro hanno già sconfitto Bowser acchiappando tutte le stelline dorate lungo il cammino.
Ci sono arrivata bene, che dire? MA non bene come altri, non con le stesse conoscenze e lo stesso sangue freddo.
Oppure sono semplicemente nel panico.
Credo che respirerò piano e profondamente per qualche minuto, perché non intendo crollare emotivamente proprio adesso. Sono frastornata, confusa ed arrabbiata per quello che mi hanno fatto, per quello che CI hanno fatto. Ma, sopra ogni cosa, il terrore.

Ho paura stasera.
E io non ho mai paura.

Eppure me l’aveva detto, il saggio Padre, di fare Scienze della Comunicazione.

It’s something unpredictable.

Siccome di domenica mi annoio a morte e non ho voglia di studiare, in più piove, oggi mi sono trovata a pensare a quando i Green Day hanno scritto Good Riddance.
Good Riddance è la canzone-tipo da falò sulla spiaggia, San Lorenzo, momenti riflessivi e romantici in compagnia di amici, campi scout e tutta ‘sta roba qua. E’ anche quella canzone che tutti pensano s’intitoli “Time of your life”, la confondono con la colonna sonora di Dirty Dancing e non sanno che si chiama così. E’ Good Riddance, per Dio, un pezzo di storia. Sapevàtelo.
Wikipedia m’insegna che Good Riddance fu scritta da Billie Joe Armstrong già nel 1994 dopo il fallimento di un’importante relazione sentimentale, ma fu pubblicata con l’album Nimrod nel 1997. Chitarra acustica, violini, contrabbasso e la voce di Billie Joe che mi riporta a quando avevo 15 anni.
Al di là di quello che sono stati per me i Green Day (il blog si chiama kerplunk non a caso), una canzone su tre quando c’è un cristiano con la chitarra in mano e un gruppo di amici è Good Riddance. Non fai in tempo a digitare “good r…” su Google che lui ti ha già trovato video, lyrics e tutto ciò che c’è da sapere su questo mostro sacro del pop-punk anni ’90. Anche quelli che non hanno mai ascoltato i Green Day amavano ed amano Good Riddance.
Insomma, ho avuto quest’illuminazione: Good Riddance E’ gli anni ’90.

Questa canzone la conosco a memoria da 10 anni, oggi mi è capitata random su Spotify e l’ho cantata a squarciagola mentre riordinavo l’armadio. Poi mi sono resa conto che non ricordavo benissimo cosa Billie Joe volesse dirmi con questa canzone. Così sono andata a rileggere per bene il testo.
Premessa: oggi con Google Traslate son tutti traduttori, per cui in giro si trovano traduzioni da pistolettata nelle rotule… Ma la popolarità di Good Riddance cozza con la difficoltà nel tradurla in maniera appropriata. La sua forza è la dolcezza mista a malinconia, quando ancora non eravamo tutti una generazione di depressi col futuro a puttane. Quella malinconia del crescere una volta era nuova, erano le prime volte che la sperimentavamo e Good Riddance è questo.
Il nostro passato.

Ma poi, Billie Joe si è reso conto di cos’ha scritto quando ha scritto God Riddance? Sapeva che di lì a poco sarebbe divenuto il re indiscusso delle schitarrate notturne?

E noi? Noi l’abbiamo vissuto davvero il time of our life? O siamo stati a chiacchierare del niente, a farci scorrere i giorni davanti impassibili? E poi… Siamo stati in grado di riporre in nostri ricordi in ordine, in modo da poterli contemplare al bisogno o per piacere, senza che ci feriscano o ci ostruiscano la via?

Queste cose mi colpiscono sempre.

Another turning point, a fork stuck in the road
Time grabs you by the wrist, directs you where to go
So make the best of this test, and don’t ask why
It’s not a question, but a lesson learned in time

It’s something unpredictable, but in the end is right,
I hope you had the time of your life.

So take the photographs, and still frames in your mind
Hang it on a shelf in good health and good time
Tattoos and memories and dead skin on trial
For what it’s worth it was worth all the while

It’s something unpredictable, but in the end is right,
I hope you had the time of your life.

It’s something unpredictable, but in the end is right,
I hope you had the time of your life.

It’s something unpredictable, but in the end is right,
I hope you had the time of your life.

Melancholia a caso.

Prima di tutto ci terrei davvero a capire come mai è giugno e fa ancora un freddo assurdo.
Sono nata il 21 di maggio e ricordo benissimo che, all’arrivo del mese del mio compleanno, scendevamo giù in giardino e giocavamo fino a sera in calzoncini corti e maglietta. Io, Marco, Irene e mio fratello. Anche le mie feste di compleanno si sono sempre svolte in giardino, e in quelle foto che ora sembrano quasi d’epoca tutti i bambini avevano vestitini leggerissimi, e splendeva il sole.
Mi ricordo questo gran sole e i gavettoni dell’ultimo giorno di scuola ogni anno, che eravamo tutti già arrossati sul volto e sulle spalle. Dopo esserci schizzati come emeriti deficienti gironzolavamo per la città in quelle condizioni improponibili tutto il giorno senza sentire mai fresco.
Ora invece fa un freddo cane, ho addosso tuta, maglia a maniche lunghe e calzini, e mi trovo sotto il pile con una mezza idea di tirar fuori il piumone.
Sì che dalle mie parti ha sempre fatto freddo, più freddo di Lucca centro, e non parliamo di Pisa.

Stasera tornando a casa ho visto una lucciola che svolazzava nella mia veranda, e volava in circolo, come se fosse confusa. Anche questo è cambiato. Mi ricordo così tante lucciole ad illuminare il gelsomino vicino al fosso che sembravano un’installazione natalizia, solo più bella. Me le ricordo vivaci e colorate, a migliaia, e amavo guardarle ogni volta che rientravo. Una sorta di mantra: telecomando, cancello, gira a destra, spegni la macchina, sbatti la portiera, guarda il gelsomino con tutte quelle luci… E poi il cielo, che erano più stelle che blu.
Stanotte quella lucciola era da sola e stavo quasi per ergerla a metafora di tutti i cambiamenti malinconici che ho vissuto negli ultimi anni.
Ero pronta a crollare in un oceano di autocommiserazione quando questa bestina, incredibilmente, mi ha seguita in casa. Mentre stavo per chiudere la porta, un’altra lucciolina l’ha seguita lesta lesta.
Adesso danzano nel buio del mio salotto, e anche se sono solo due sono belle.
Belle in modo diverso, belle che forse ci metteranno un po’ a smettere di girare per poi ritrovare la strada di casa, ma intanto fanno sorridere me.

Che non è facile.
Mai, niente.

Fra dodici giorni mi laureo. Ciao.

Oggi ho paura. Sto cercando d’imprimere bene sullo schermo questo concetto nella speranza che un po’ rimanga lì quando chiuderò il PC, e non mi segua. Mi sento un peso enorme sulle spalle, spalle che mi fanno costantemente male perché sto piegata a scrivere per ore senza contare i turni in Terapia Intensiva durante i quali soffro lo stress dell’attesa e l’incertezza costante. Non sta andando male, non è andata male sinora. E’ solo che non so se posso farcela, non mi sento pronta a balbettare di fronte a 200 persone che si beh insomma ho tipo scritto una tesi sul precondizionamento ischemico e voglio la mia corona d’alloro… La mia corona d’alloro. Scriverlo mi fa mancare il fiato e no, non è possibile che manchino solo dodici giorni. Perché per me è più grossa rispetto a come lo è per tutti gli altri? Perché nessuno ha fatto le storie che sto facendo io quando s’è laureato?
Mi rispondo, con un po’ di tristezza, che io non ho fatto altro. Ho letto, ho scritto tantissimo e ho amici splendidi, ma non ho fatto altro con lo stesso amore e la stessa passione.
Ecco perché ho tanta paura. Paura che non sia abbastanza, che ci sia un Professore-merda che mi darà 104, che cadrò sui tacchi o m’impappinerò di fronte a tutti. Ma sopra ogni altra cosa, paura di dimenticare qualcosa. E non vivermi il momento, perché giuro che non riesco a realizzare. E’ come se stesse succedendo tutto a qualcun altro, qualcuno che con me non c’entra proprio. Non sono io, non chiameranno il mio nome e non dovrò alzarmi e parlare a quel lungo microfono con almeno otto Docenti ad ascoltarmi e mio padre fra il pubblico. Mio padre.
Mi viene da piangere.
Non so di cosa ho bisogno.
Non ce la faccio a mettere in ordine la tesi adesso.
Vorrei che qualcuno mi portasse le sigarette e mi dicesse che andrà tutto bene, che mi aiutasse a raccogliere le idee. Non sono pronta e ho paura.

I am the girl you know can’t look you in the eye
I am the girl you know so sick I cannot try
I am the one you want can’t look you in the eye
I am the girl you know I lie, and lie, and lie

I’m miss world, somebody kill me
Kill me pills, no one cares my friends
My friend

I’m miss world, watch me break and watch me burn
No one is listening my friends, yeah

I made my bed I lie in it
I made my bed I die in it
I made my bed I lie in it
I made my bed I die in it

Cute girls watch when I eat ether
Suck me under, maybe forever my friends, yeah
I made my bed I lie in it
I made my bed I die in it
I made my bed I die in it…

 

Oggi ho mangiato un limone intero a morsi. Problemi?

E insomma, mi fanno scrivere su questo sito.
E insomma, sono anche fra gli autori più letti del mese di gennaio.
E scriverci mi piace. Anche se devo moderare i toni e non posso sempresempre scegliere di cosa parlare – vedi articolo su San Valentino che ho iniziato a scrivere con la verve del relitto del Titanic, direbbe la Litty, ma alla fine è stata una bella sfida ed è uscito abbastanza bene.
Una cosa che mi perplìme è il fatto che scriviamo in maniera che definirei catchy, in modo che alla gente non venga il magòne quando apre un articolo. Mi spiego meglio.
Il punto è che la mia caporedattrice dice che è meglio dividere in paragrafi il tutto in maniera che la gente sia invogliata a leggere e gli articoli pesino meno al lettore.
Altro consiglio e format ormai stra-adottato da tutti i siti ggggiòvani per igggggiòvani come noi: l’elenco. La lista.
Ora, siccome se non critico qualcosa mi viene l’orticaria, dirò che tendenzialmente dividere in paragrafi e fare gli elenchi… A me non piace proprio.
Sono abituata a chiudere le affluenze ematiche al cervello e scrivere come e cosa mi piace, per me, senza pensare alla comodità di nessuno. Se così non fosse sarei un altro tipo di blogger e writer. Chiaro che non scrivo la Divina Commedia, e nemmeno un carme. E’ una via di mezzo, lunghino di solito, i tuoi santi cinque minuti a leggerlo ce li metti.
Ma, daje, credo tu possa farcela anche senza che ti divida il tutto in paragrafi o m’inventi “Le ventordici cose che“.

Tutto ciò voleva essere una semplice introduzione al fatto che, siccome di secondo nome faccio “coerenza”, oggi mi va di fare un elenco d’epica inutilità.

Ma MI VA, per cui ècchelo:

SEI MODI IN CUI I MIEI COETANEI MASCHI SANNO ESSERE VERAMENTE DISGUSTOSI*

*= Quando dico “disgustosi” non lo dico così, tanto per sparare alto. Parlo di atteggiamenti e comportamenti che suscitano reazioni pessime nel 100% delle donne di fronte alle quali tali orrori vengono performati. Reazioni che vanno dall’ “oioioioioioi” al “non ti scoperei nemmeno tu fossi l’ultimo sul globo terracqueo, fottesega di preservare la specie”.

La Società Internazionale Phye Cagacazzi ha da millenni varato la metodologia di Grading Internazionale dei comportamenti disgustosi, che si possono situare fra 1 e 5 BLEAH, dove 5 indica l’assoluta impossibilità a relazionarsi col soggetto che performa il comportamento disgustoso in questione perché troppo infimo e tendente al grottesco.

1) L’uscita inappropriata dal contenuto sessuale esplicito: oggi un tizio che conosco ben poco ha affermato con convinzione che vuole una donna bionda ed alta(e te pareva?) “che faccia le seghe coi piedi“. Ora, se me l’avesse detto il mio amico del cuore gli avrei detto “via giù” e probabilmente avremmo disquisito del tema per otto ore a filo sputtanando una giornata di studio. Ma tu no, cuore. Credi di essere talmente phyo da poter sparare volgarità a caso senza che io ti giudichi un pluridecorato demente? La risposta è ovviamente NO.
Livello disgusto: 2 BLEAH, ovvero: hai ancora speranze di dire o fare qualcosa d’intelligente e riscattarti. Se hai l’aspetto di Louis Garrel posso anche passarci sopra.

2) Orecchie, dietro delle stesse o unghie sporche: io mi chiedo, porchilmondo, com’è possibile che alla verde età di 25 anni suonati tu non sia in grado di strusciare un attimino di più mentre ti lavi le orecchie. E’ agghiacciante, sai? Per non parlare della vegetazione di schifo che ti abita sotto le dita. Non mi fate dì altro, và.
Livello disgusto: 3 BLEAH, perché chissà cos’hai nelle mutande se non sei in grado di pulire nemmeno le zone visibili.

3) Rutti a tavola: qui bisogna fare le dovute distunzioni. Io non sono una Principessina di fronte alla quale usare solo linguaggio forbito o inchinarsi. Può andarmi bene sentir emettere rumori strani al baretto di fronte a una birra, o così per sport solo perché sei un uomo e hai la fisiologica necessità di compiere poderose eruttazioni per segnare il territorio e guadagnartene la supremazia.
Ma NON mentre IO sto mangiando, grazie.
Non esiste persona più disgustosa di chi rutta deliberatamente mentre gli altri consumano il proprio pasto, non tanto per la fisica sensazione di rigetto che provoca, quanto perché dà prova di un menefreghismo e di una pochezza sociale da mettere i brividi.
Livello disgusto: 1 BLEAH, e sono buona, non ne metto 2 solo perché questa è effettivamente una cosa tollerabile e tollerata dai più. PERO’ a me continua a far veramente schifo.

4) Le donne come pezzi di carne: ebbene, come dicevo qualche post fa c’è modo e modo di essere un single farfallone alla ricerca di sesso casuale e niente più. Puoi essere Frank Flannagan(tanto prima o poi un’Arianna che t’impalma davanti ti passerà), o puoi essere un ghiòzzo di bùa, come si dice a Pisa, senza ritegno che si bulla con gli amici, ma non prima di essersi esibito in una performance sessuale vuota, triste, deprimente e bestiale – non in senso buono. Sia direttamente che indirettamente ho fatto esperienza di alcuni di questi soggetti e devo dire che la sensazione di sporcizia, desolazione, pena e tristezza che lasciano addosso è qualcosa di inspiegabile. Fortunatamente negli anni di singletùdine s’impara ad evitare questi soggettoni in favore di giri di valzer coi più disparati Frank Flannagan, ogni volta pensando di far la fine della culosissima Arianna. Solo che non succede mai.
Livello disgusto: 4 BLEAH, non si arriva a 5 poiché un minimo di responsabilità da parte della donna a ‘na certa età SI RICHIEDE, e non è più ammissibile trovarsi ad avere a che fare con certi obbròbri.
Sì, a
nche se si tratta del phyo più phyo del mondo.
, anche se suona in un gruppo, fa arrampicata, cura i bambini malati in Africa ed è la fotocopia sputata del Marco Cocci di cui sopra.

5) L’anchéggio disperato cum appoggio in discoteca: ora, per qualche motivo il Maschio Tristòne Medio dev’essersi messo in testa ai tempi antichi che il fatto si spiattellarci la mercanzìa sul didietro mentre balliamo in pace con le nostre amiche possa in qualche modo risultare sexy. Propongo una campagna internazionale per il debellamento di questa credenza. Neanche il più figo Marco Cocci o Luca Argentero di turno potrebbero andare in goal con quella mossa disgustosa. A chi piace?
Forse siamo tutte condizionate dal fatto che la tendenza a questa pratica terrificante è di solito direttamente proporzionale alla bruttezza ed alla stupidità di chi la applica, della serie: ogni cacchio di volta che mi vòlto mi trovo davanti un cesso di proporzioni epiche. Ma anche fosse Luca Argentero credo che prima di saltargli addosso gl’intimerei di scegliere approcci un cincinìno più fini. Perlamordiddio, ragazzi.
Livello disgusto: 4 BLEAH, manco i clienti di mezza età al ristorante dove lavoravo mi s’approcciavano in maniera così viscida.

6) I punti neri sul naso, magari su sfondo di pelle grassagrassagrassa: qui siamo all’apoteòsi, signori miei. Il dietro delle orecchie sta appunto dietro, il condotto uditivo è profondo e ricurvo, per carità, posso capire che risulti difficoltoso avventurarsi in tali pertugi e ripulirli. Per quanto riguarda le unghie ci sta benissimo che andando in giro ti sporchi, chessò, perché maneggi la catena della bicicletta o ti metti a scavar buche nel terreno per diletto. Non so, comunque, voglio dire… CAPITA.
Ma il naso NO. Il tuo naso è tragicamente ed ineluttabilmente al centro della TUA faccia.
Allora, cuore, come cacchio è possibile che tu non veda quella piantagione di cotròzzoli neri che vi campeggiano in vetta?
Inoltre, come puoi tu, persona plausibilmente normovedente, non accorgerti che rifletti da tanto che la tua pelle è untuosa? Mi vengono i brividi solo ad immaginare determinati conoscenti conciati a ‘sto modo ed incuranti della nausea che in me sale prepotentemente mentre c’interloquisco.
Una volta ho dovuto scusarmi facendo finta di ricevere una telefonata perché stavo per strillare in faccia al soggetto in questione “MIODDIO REGOLATI! CHE è QUELLA ROBA?! c’HAI IL VAIOLO?”. Spaventoso ed intollerabile.
Livello disgusto: 5 clamorosi ed altisonanti BLEAH. Non credo esista più grande espressione di sudiciùme.

*****

Ecco, ora ho sfogato un po’ di livòre pre-esame e mi sento meglio.
Meno male che in questi giorni ci sono Vagy e Paola a farmi compagnia fra una malattia a caso e l’altra che mi ritrovo a dover studiare per ‘sta dannatissima Medicina Interna.
Due blogger che incarnano perfettamente le mie due anime in perenne contrasto. Passerei le ore a leggerle per ritrovarmi un po’ meno acida ed un po’ più compresa.