Fashion victim? Fanculo.

A me, della moda, non me ne frega assolutamente niente.
Tempo fa bisticciando su Facebook con una delle blogger che seguo più assiduamente e che stimo molto ho sostenuto strenuamente la tesi che essere fashion victims ed avere buon gusto sono due cose ben diverse.
Parliamoci chiaro: io sono l’antimoda. Al primo anno di liceo fui derisa e sbeffeggiata per le mie Converse nere semplici semplici. Due anni dopo ce le avevano TUTTI.
Mi sono sempre rifiutata d’indossare le scarpe con la punta e sempre mi rifiuterò. Ho pure letto che sono tornate in voga, e mi si prospetta la stessa problematica del 2006: non troverò MAI un paio di decolletées tonde, per non parlare delle ballerine. TRAGEDIA.
E poi, e poi… Leggendo la blogger di cui sopra mi sono resa conto che citava spesso una certa Chiara Ferragni.
Reazione mia: “Macchicazzosarà C.F.? Eppure l’ho già sentita nominare, mi pare su qualche rivista che ho letto dal parrucchiere… Forse una stilista? Una modella? Una velina? Boh…”
Googlo e… Sti grandissimi, immensi cazzi.

Questa è Chiara Ferragni:

Ho volutamente messo una foto nella quale non indossa niente di che ed è abbastanza acqua e sapone per far notare quanto il suo viso sia bello e particolare. Non è la bionda occhi azzurri scontata, ha dei lineamenti splendidi e qualcosa fra le guance e gli zigomi che la rende unica.
Voglio un viso così. Il fisico è altrettanto perfetto, ma si sa che preferisco le donne più formose.
Anyway.
Per trovare altre tremila foto basta entrare sul suo blog.
In parole povere questa ragazza che fa?
Studia Giurisprudenza, disegna scarpe, mette le foto su ‘sto blog che riceve migliaia di visite giornaliere da tutto il mondo, fa la modella e sostanzialmente ha Hit Girl stile Serena Van Der Woodsen de noartri. Ma pare per niente scema dato che per abbinare col suo gusto ci dev’essere un barlume d’intelligenza, e poi che diamine, studia Ius! Non può essere una capra.

Detto ciò, questa ragazza è una sorta di guru della moda: a me NON piace il modo di vestire sempre perfetto ed impostato, della serie “ci ragiono tre ore anche se devo andare a fare la spesa e mi metto le sneakers”. NON mi piace il fatto che si spendano tanti soldi in borse ed accessori, ma ognuno fa come vuole. E magari, se i soldi ce li avessi, li spenderei anch’io così…
[NO, ma tralasciamo…]
Però devo dire che è un’opera d’arte. E’ splendida e ha un gusto incredibile DI NORMA.
E fin qui è la scoperta dell’acqua calda, ma una cosa la devo dire: la moda è una cosa tremendamente cretina. E’ sempre stata e resta una cosa profondamente IDIOTA.

Motivo l’affermazione: può una persona normare indossare un outfit come questo?
No ciccia, te lo dico io, il concetto è semplice.
O SEI FIGA COME LA FERRAGNI, O SEMBRI UN CATAMARANO CON LA VELA FOSFORESCENTE. E non c’è Cristi.
Però siccome la Ferragni c’ha il vestito fluo me lo compro pure io, chissà che non diventi fAiga come lei.
Voglio dire che la Ferragni PUO’ perché è così, ma obiettivamente il vestito è orrido, orrido oltre ogni misura.
Questa storia della “dittatura del buongusto” che anche la Zit sbandiera a destra e a manca NON sussiste. E’ un mix fra bellezza fisica oggettiva, dignità e self confidence che fa la persona di buon gusto.
Ed è oggettivo. Poi che la Ferragni oggettivamente possa indossare anche un Rotolone Regina ed essere ‘na fregna mostruosa ci siamo, ma siamo obiettive. Suvvia.

Oppure quando s’è messa una specie di giacca da quarterback smisurata e stivali semplici semplici col tacco e un magliettone. A me mi arrestano se vado in giro così, ce ne rendiamo conto?
La tesi è che può farlo perché è figa, e noi dietro come i pecoroni a indossare minishorts e stivaloni coi buchi della cellulite che paiono trafori del Frejus uno accanto all’altro.
Non è moda. E’ che potresti metterti anche un accappatoio addosso e saresti gorgeous ugualmente.

Che poi tra l’altro pare che la ragazza se la tiri assai a quanto dice questo blogger.

Niente, volevo solo chiarire che vivo un perenno conflitto interno fra l’apprezzamento per la bellezza ed il gusto e il mio essere sempre e comunque non conventional… Che dire. Dualismi.

E poi Chiara? Suvvia! Fa un freddo che si scianguina anche se siamo quasi a giugno, quei sandalini sai dove puoi metterteli? E gli shorts, e le gonne… Splendida davvero, ma intanto è lì che mòre dal freddo. La mia mente contadinotta radical chic ‘ste cose non le concepisce.
E poi Chiara? Se non si fosse capito penso che tu sia DAVVERO SPLENDIDA ED INTELLIGENTE, ma non serve che me lo dica tu d’inseguire i miei sogni e quella fracca di banalità che hai pubblicato il 24 maggio, perché ‘ste cose le sappiamo tutti. E sappiamo anche che tu hai avuto MOLTA FORTUNA insieme alle tue impagabili doti. Molte ragazze come te isneguono i sogni e ci credono, ma è anche vero che “una su mille ce la fa”, e molte sono davvero meritevoli… Insomma, mi è sembrata un po’ una sviolinata.

Forse dovrei comprarmi un paio di quelle zeppe della Ferragni però.
Per quando faranno 30°C e non prima, però.

A meno che non si paghino in reni e primogeniti.
Cosa che NON SO perché a me, come ho detto, fondamentalmente non me ne frega una mazza.

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Non è da stalker, non è creepy. E’ altro, got it?

Io sono dappertutto.
Sono nelle tue lenzuola la sera prima di gettarti dentro ad un sogno dove, senza volerlo e senza saper dare spiegazioni a te stesso, mi troverai.
Ti guarderò con aria severa e cupa, quella di sempre, con la fronte perennemente aggrottata ed il broncio come espressione di default. M’immagino in mezzo alla tua notte, seduta su un muretto con le gambe penzoloni e le braccia conserte che aspetto che tu ti avvicini a dirmi cosa ci faccio in quei pensieri così nudi e scevri di razionalità. Cosa c’entro in quel momento, mentre stai dormendo e non hai alcun filtro da frapporre fra il te più vero e quello che non vuoi e non sai darti.
Nella notte di adesso come nella notte della tua vita quando ti ho portato con me.
Scoprirai un giorno che io c’entro sempre.
Sono nel sapore dolce del caffè e fra le pagine di un libro. Sarò in una fotografia che ti ritroverai fra le mani e nelle parole che hai imparato.
Sarò per te un modo di dire, un’espressione dialettale, un’idea politica o una giustificazione morale nell’ambito di una discussione che sosterrei meglio di quanto tu potrai mai fare.
Sono nelle persone di cui ti circondi e nel modo che hai di amarle. Sostengo questo poiché puoi farlo solo nel modo in cui hai imparato che si può amare. Come hai visto me amare te.
Io sarò sempre nel tuo viaggiare sereno e nel tuo stile che abbiamo costruito insieme, nei profumi e nella condivisione d’idee maniacali ed ossessive. Sarei curiosa di sapere chi ti corrisponderà in quel modo. Ma lo saprò, perché sono ovunque.
Sono talmente presente che il rumore che faccio fa più male a me che a te. Sono così vicina che posso contare le tue ciglia, che credimi,  sono appese ad occhi così pieni e vuoti da sembrare il mio cuore a fasi alterne. Se lo volessi potrei essere così vicina da sfiorare i tuoi perché e far esplodere qualche angolo della tua città interiore, ad oggi perfettamente funzionale ad un’esistenza senza legami.
Escludendo un legame perverso ed univoco che ti rende vicino, vicino, troppo vicino ed incredibilmente detestabile.
Sono dappertutto e non vorrei essere dappertutto. Vorrei non essere mai stata in nessun luogo.
Sono così ovunque che posso disegnare i tuoi sogni, conoscere anche adesso chi sei.
Sono così ovunque da uccidere ogni tuo istante.
Sono così ovunque che vorrei essere altrove.

Sindrome apato-catatonica con deviazione schizoide Y correlata.

E’ deciso.
Rinuncio definitivamente  a qualsivoglia contatto intellettuale col genere maschile che superi il “Scusa, è libero questo posto?” e la ripetizione di Oncologia e Radioterapia.
E sai che c’è? Mi ci prende veramente bene.
Perché l’interagire in maniera umana non è proprio degli uomini della mia generazione. Non ci arrivano, è inutile. E a me pare ovvio e lapalissiano il mio agire. Immediato e di facilerrima comprensione, non ci vuole un master in scienze comportamentali, non ci vuole così tanta materia grigia per rispettare quelle che sono norme civili del vivere comune. Nelle relazioni, intendo.
Seriamente, non riesco a capire che problemi abbiano. Il linguaggio verbale s’è sviluppato per un motivo e sarebbe d’uopo saperlo utilizzare in modo da facilitare la comprensione dei reciproci intenti.

Che poi viviamo in un mondo fondamentalmente maschilista. Affermazione più che scontata, ma mi calza a pennello. A me piacerebbe andare a fare la spudorata in faccia a Tipo Carino X che vedo tutti i giorni e dirgli che lo trovo interessante e che vorrei approfondire i suoi accorgimenti(cit.) di fronte ad una birra. Che diavolo c’è di male a comunicare le proprie intenzioni e le proprie aspettative? C’è una vita sola tesoro, io non ho tempo per capire come ti senti, se c’hai probbbblèmi o se non c’hai testa o se c’hai una ex alla quale ancora pensi o se non sono il tuo tipo. O se sono booty call material. O se potresti amarmi e scappare con me a vivere in una casetta bianca coi fiori fucsia in Andalusia.
Non leggo mica nella sfera?

“Mi sono rotta il cazzo degli esperimenti, del ‘frequentiamoci’, però senza impegno…”

Tanto se c’è una thing fra due persone c’è e basta. Non dico dal primo giorno ma da quasi subito, quindi perché arrovellarsi? Perché andare di sofismi e pipponi?
E’ la cosa più elementare che si possa immaginare: io ti dico una cosa, tu rispondi in maniera logica e consequenziale. Invece…

“Dove vai?”
“…son cipolle!”

Mai proverbio fu più appropriato. Io stento a credere che tu, a ventordici anni suonati, abbia il coraggio di sfoderarmi un’espressione vacua che manco ti stessi parlando di fisica nucleare e di cominciare a tartagliare come un minus habens.
Il fatto che una chieda “cosa siamo?” non implica che voglia tre gemelli, uno steccato bianco ed un cane di nome Lucky col tizio in questione. Qualcuno dovrebbe spiegarlo o trasferire il gene dell’acutezza nel comprendere direttamente nel cormosoma Y.
Al contrario di quanto i Signori Uomini sono soliti pensare le signorine non programmano il suicidio ogni volta che vengono rimbalzate. Non pensano al colore dei fiocchi per le bomboniere quando dicono “vorrei vederti domani”. Non cacceranno un’ascia da combattimento fra goblin ad un loro “no”.
Ci vedono lì, già brandendo la scimitarra con la bava alla bocca quando chiediamo delucidazioni sugli stati delle cose. Che mica per altro, mi basta sapere che cazzo c’hai nella testa così passo al box successivo se non se ne fa di nulla, non ho intenzione di tirarmi da una scogliera alla prossima occasione utile.

Il loro essere ermetici, a tenuta stagna, autistici ed impediti socialmente genera in me e in altre decine di donne meravigliose(tutte single chiaramente) forte, fortissimo disagio.
Per cui suppongo che sarebbe carino da parte di lorsignori accettare le male parole e dispensarne senza paura al momento opportuno in modo da non farci sprecare energie e giornate a decifrare silenzi e facce amorfe, balletti vari in aula studio/piazza/Facoltà e mezzi discorsi interminabili.

Che poi è sbagliato pensare di non essere gradite, si rischiano granchi colossali. Perché NON SI ESPRIMONO. Possono amarti alla follia o volerti disperatamente portare a letto, ma non lo mostreranno. Per cui sta a te, giovane baldanzosa, proporti come l’ultima delle deficienti e vedere se qualche connessione interneurale si attiva in grazia di Dio. Se non altro per dire “no, piuttosto lecco la tavoletta del bagno di Gilles!”.
Non vi si richiede molto.

In fin dei conti.

“In fondo è scontato, automatico e naturale. E’ lineare, è come dev’essere: una questione di sopravvivenza. Abnegazione o continua negazione a seconda del punto di vista. E schiena dritta verso un futuro che vedo brillare e non brillare  a fasi alterne. Testa alta, in culo agli sbalzi d’umore e le crisi uterine più  svariate.
Cammino e lotto contro ogni spigolo, ogni vicolo ed ogni angolo di questa città.
E’ semplice, non c’è discussione: tu per me non esisti. Non ci sei, ecco tutto.
E non importa il fatto che ogni tanto mi senta come se si stesse strappando tutto.
Quando mi rendo conto che sono proprio queste e strade che percorro ogni giorno, quasi combattendo contro la mia stessa insofferenza…
Quando mi rendo conto che abiti ancora  in questo modo violento dentro di me…
Quando mi rendo conto che non piango più.
Non importa semplicemente perché sto camminando e mi sento una forza immensa addosso, non so nemmeno perché.”

G’A 8×24 – Season finale – REVIEW: “Mi mancherai”

E’ ufficiale: Shonda Rimes ha VOLUTO una stagione d’insoddisfazione per i fans Slexie e Crowen.
Fino all’ultimo respiro(della Piccola Grey ovviamente, Dio l’abbia in gloria).
Il mondo gaio esulta per la felicità e l’ammmòre infinito fra le Calzona(sempre che la biondina esca viva da quell’incidente… Oh wait, grazie a tutti questi dannati tweet e TFnerds che circolano su Facebook sappiamo già che ne uscirà viva eccome e tornerà dalla sua simpatica Calliope senza un graffio).
I Merder veleggiano sereni e per questo ringraziamo la Shondona internazionale perché i loro drammi emotivi, sessuali e professionali ci hanno attanagliati per sette lunghissime stagioni e non se ne poteva più.
Per la prossima stagione cosa ci si attende?
“Ad ogni morte corrisponde una nuova vita”, questo il tweet che lascia ben sperare. Per quanto mi riguarda spero che l’ennesimo trauma faccia rinsavire la Yang che DEVE rimanere al Seattle Grace Mercy West e scodellare un bel pargolo nippo-irlandese con Hunt, ma come minimo mi fanno ingravidare Meredith. Sennò come farebbe ad onorare la memoria della defunta sorella e chiamare la futura bambinetta Lexie?
Un finale immensamente triste che mostra quanto questi personaggi ci siano entrati dentro, quanto e più le quattro casalinghe disperate.
Un finale che lascia tanto amaro in bocca e tante domande. Perché G’sA ha ancora tanto, tantissimo da offrire se sceglieranno nuovi personaggi che non sconvolgano troppo l’equilibrio al quale siamo tanto affezionati. Perché la Rimes è una che sa il fatto suo e si è tenuta il suo pubblico senza sé e senza ma. Senza perderne nemmeno uno e mantenendo uno show di qualità.
A settembre ci saremo tutti.

Fi fi fi… FINALI DI STAGIONE, and stuff.

Ebbene sì, ho un esame. Non è certo una novità, ma questo non m’impedisce di occuparmi del momento più emotivamente busy dell’anno dal punto di vista telefilmico: shazam!(cit.), i FINALI DI STAGIONE. Il momento tanto temuto e tanto atteso da tutte(tutte? In realtà mi sento un po’ predicatrice nel deserto!) le telefilm blogger. Un sacco di lacrime, bestemmie e via discorrendo.
A me adesso recensire i finali di stagione di Once upon a time e Gossip Girl, nonché l’ultima puntata sempreepersempre di Desperate Housewives.
Senza dimenticare la season premiere di giugno di Pretty little liars. E Grey’s Anatomy in uscita giovedì notte.
In questi giorni è stato tutto un “LAVORATE, stronzi!” segretamente sussurrato ai traduttori e fatto notare con malcelata impazienza e tanta tanta tanta educazione di facciata.
Perché i TF per molti non sono una cretinata con cui commuoversi tre minuti. C’è di più. Almeno, per me c’è di più.
Ohmaccomesonocontenta, spero solo, fra un commento e l’altro, di riuscire a ripetere tutti quei dannati carcinomi.

Commentucci a caldo:

GG —> vabbè, dovrei smetterla di guardarlo, anzi, l’idea di un’altra stagione mi disgusta. E’ l’ora di staccargli la spina, non ho più parole per dire quanto sia penoso. D’altro canto sono sempre stata favorevole all’eutanasia mica per nulla.

DH —> geniale, dolce, romantico, risolutivo, da brividi, chiude il cerchio, cattura, fa pensare, fa commuovere, quei personaggi ce li abbiamo sulla pelle.

OUaT —> ha ancora tanto, tantissimo da offrire. Ancora parallelismi geniali, sempre un reinventarsi nella trama e nelle corrispondenze che si osservano in ogni minimo dettaglio. Seconda stagione da non perdere.

G’sA —> in uscita venerdì pv. E sono già in fibrillazione! Probabilmente mi schiattano la Piccola Grey. Ma non è certo. Speriamo sia Arizona, ma non ci conto troppo.

Game of Thrones poi va che è una meraviglia. Insomma, è tutto sotto controllo e sto imparando un sacco da questa fissazione. C’è modo e modo di guardare telefilm, modo e modo di appassionarsi alle storie e modo e modo di viverli. This is mine.

Minestrina di cavoli… Miei.

E’ che io ci provo ad essere propositiva, positiva, felice ed emotivamente autosufficiente. Ma fallisco miseramente e non so davvero che atteggiamento dovrei assumere che non sia questo. Cerco di godermela tutta, ma proprio tutta. Mi pesa l’idea di rinunciare anche ad una mezza serata di vita. Mi pesa l’idea che là fuori c’è un tutto da vivere e potrei perdermelo.
Ma più di tutto mi pesa tornare a casa sempre con la stessa maledetta sensazione nelle ossa. La stessa malinconia totalmente ingiustificata. In mezzo a mille persone. E’ come se,a tratti, mi sembrasse di star urlando e nessuno sentisse.
E’ la storia più vecchia del mondo, ma ora è la MIA storia.
Sto esprimendo tutto il meglio e mi piace un sacco, rimango orgogliosamente sostenitrice di me stessa e del mio modo di essere. E poi m’indispettisco, sì, m’indispettisco perché… Perché non ho voglia di scriverlo, anche scriverlo fa cazzo troppo male alla mia struttura interna, al mio scheletro emotivo. Mi fa male alle sinapsi fare certi collegamenti. Ma forse era meglio accettare con serenità quello che stava capitando.
Questo fa troppo parte di me. E’ inestirpabile, lo odio ma penso che senza sarei arida e senza Gioia.
Come quella maglia della quale stasera andavo tanto fiera.
La porterò ancora con orgoglio, come i miei capelli rossi. Come i miei occhi sempre anneriti con la riga grossa. Come le mie minigonne fuori moda e i miei ferretti fra i capelli, che non me ne frega proprio un cazzo se sono brutti.
Sono miei.
Tutto questo è mio e non intendo rinunciarvi.
Solo che vorrei cambiare qualcosa per stare un po’ meglio.
Davvero.