“C’inventeremo regole, ci sceglieremo i nomi.”

Caro Passato,

ti scrivo per renderti partecipe del fatto che da oggi io di te non voglio più saperne. Voglio ricordarmi le cose belle e le nozioni accademiche accumulate, che metto a parte perché alcune, tipo il trattamento delle fistole anali, non si possono certo definire belle. Dentro di te c’è un sacco di me, troppa me, troppi pensieri si riferiscono a te e troppe ansie ti abitano e continuano ad abitare qui, troppo in superficie, e sono davvero esageratamente vicine. Mi fanno male e non è davvero più necessario tenerle a portata di mano… Ti va di tenerle tutte tu? Sopportarne il peso? Perché a me non va più. Non mi servono e mi rallentano, sono ormai una zavorra incommensurabile ed insensata assieme a tutto il dipartimento Insicurezze Adolescenziali che hanno stufato ormai da qualche anno.
Vorrei che tu mi restituissi tutta una serie di cose e persone ma non ti dò colpa se ciò non è possibile. Una volta eri il mio Presente e sono stata io ad incespicare più d’una volta e perdermi le cose per la strada… Non avrei voluto. Se però ti capita di vedere la Me del tuo tempo fammi il favore: prendila a ciaffàte per quelle due o tre scelte sbagliate fino a che non perderà i sensi, e dille che sono tutte da parte mia.
Non sentirti in colpa se non mi hai dato delle cose, spero che possa pensarci il tuo collega Futuro anche se tua cugina Età le renderà completamente diverse sulla mia pelle. Io sono in ogni caso fiduciosa per cui non preoccuparti per me… Sto veramente bene.
Solo, per favore, non prendertela se decido di proseguire un po’ più lontana da te… Le tue vestigia mi stanno antipatiche, sono come rami secchi che sento il bisogno di recidere.
In ogni caso voglio che tu tenga presente che imho sei stato meraviglioso ed intenso nella tua parte bella, più intenso di quello della maggior parte della gente credo… Anche se quello è merito di tua zia Emozione, non certo del tuo sé cronologico o contingente.
Passato, un’ultima cosa voglio dirtela: resta dove sei, io guarderò a te quando sarò sul punto di sbagliare o di scegliere, ma guarderò solo al bello.
Ho bisogno di cose belle.
Di una giornata sul molo di Viareggio col fritto di pesce e il sole col freddo pungente.
Di un voto alto al mio ultimo esame.
Di una serata senza pensieri.
Delle mie amiche.
Di non crollare fisicamente e di un periodo emicrania-free di almeno un mese e mezzo.
Di sentire tutte le mie risorse mentali ben presenti: fare l’appello e trovare lì tutte le mie skills professionali ed emotive, pronte a servirmi.
Di laurearmi.
Di sfoàrci con la tesi.

E tutta una serie d’altre cose che in te non credo troverò perché sei saturo, saturo, saturo e basta.

Grazie di tutto,
ti saluto con la mano, tenera ma distaccata.

Gioia

COROLLARIO, ovvero: da dove vengono tutta questa inspirazione e questo insight io proprio non lo so.

10 a caso tra le scelte migliori che abbia mai fatto:
1 – Dare Anatomia Patologica al primo appello disponibile al quinto anno
2 – Studiare Medicina
3 – TE
4 – Il trasferimento a Pisa
5 – Rianimazione? Per adesso sì, ma credo che me lo dirà solo il tempo
6 – Il piercing al trago ed il tattoo
7 – Giulia, Cate, Vane e Lucy
8 – Gli scout
9 – La vita libera dalle necessità mondane cosiddette d’alto profilo
10 – Le minigonne since 1992.

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Vita da Sìngol #2 —> The Dark Side of Zitellitùdine.

PARTE #2: Di come alle volte mi accatterei il primo imbecille che mi passa davanti.

Partiamo dal fatto che mia madre mi ha regalato per Natale una maglietta che recita: “SINGLE IN THE CITY… AND LOVING IT!” ed un tanga nero, il che m’induce a farmi tutta una serie di domande e se stessi ancora crescendo mi sarei bloccata sicuramente…

Nell’altro post ho fatto la donna indipendente, quella che non deve chiedere mai e si gode la libertà.
Capiteammé.
Io sono quella donna per la maggior parte del tempo. O meglio, lo sono per la maggior parte del tempo che trascorro a vivere la mia parte di vita libera dagli esami e dagli impegni universitari.
Considerando che faccio Medicina direi che il tempo sottratto alla vita sociale si avvicina all’80% della mia giornata. Se inseriamo un 20% dedicato a pasti e collassi su ogni tipo di superficie calpestabile fra tirocinio, mille pagine di Pediatria, l’UTI e sticazzi rimane qualche manciata di minuti quotidiani(o quantomeno settimanali) che passo sveglia a contemplare la mia vita sentimentale.

Quelli che passo in compagnia di amiche/ci e/o alcool scorrono veloci e meravigliosi, niente da dire, non sento la mancanza del fidanzato nella bubbàra sociale alla quale sono abituata a Pisa.

Quelli che passo di sabato sera in pausa-studio dopo cena, nel bel mezzo della mia Clausura pre-penultimo esame sono orridi e si capisce bene come mai mi venga voglia di spararmi. E vorrei tantissimo il fidanzato a coccolarmi, aiutarmi a ripetere la parte di Chirurgia Pediatrica e “distrarmi” con altri mezzi prima di dormire.

Sono questi i momenti in cui tutte, ma proprio TUTTE le sìngol rimpiangono anche il più fedifrago degli ex e considerano seriamente l’accontentarsi di qualcunochenonèl’Amore pur di sfuggire a tanta tristezza.

Ad oggi sul web si legge di tutto. Blog femminili più di quanti possiamo contarne incitano ad allegria ed indipendenza, ma a me non mi fregano.
Sono tutti post scritti da:

1) giovani donzelle in piena ormonellòsi cocchiana(cfr. il post precedente):
in questo caso la mole di sesso piacevolmente c0nsumatosi non più di dodici ore prima della stesura del post e la conseguente botta endorfinica inducono a scrivere cose del tipo “mollatevi tutte, di qua si sta una favola!“. Ennò. Abbiamo già sviscerato l’ineluttabile: nella fase mindless sex post rottura non si è in sé e soprattutto abbiamo ancora romanticismo e scorta di amore/cosedacoppia da smaltire. Il problema arriva quando il sesso inizia a stufare…

2) strafighe pazzesche o ragazze con quel jenesaisquoi:
…che comporta loro una fila sconsiderata di uomini meravigliosi all’uscio che non aspettano altro che amarle per sempre. In questo caso ti credo che è fico stare da sole e fare la conta per scegliere con quale Louis Garrel o Mariano Di Vaio di turno uscire.
Purtroppo non tutte siamo così. Io, ad esempio, non sono né stupida né ripugnante. Però sono isterica, in tesi, in procinto di laurearmi, ho la pancia e la faccia di chi portebbe saltarti alla giugulare da un momento all’altro. Decisamente NON attraente. Allo stesso modo decisamente CONSAPEVOLE del fatto che se la Ferragni(o chi per lei) scrive che essere sìngol è ganzo posso pure andarla a cercare per prenderla a sberle seduta stante.

Ma in fondo cosa sono pochi momenti d’angoscia e solitudine in confronto alla possibilità di restare lì e girare come trottole per Pisa aspettando qualcuno per cui valga la pena di fermarsi?
Non tollero chi esalta la singletùdine a prescindere. Tutti ci sentiamo soli ogni tanto, o frustrati dal fatto di non avere per le mani una cosa che ci renda veramente felici:
Credo anche che molti miei coetanei si riempiano spesso la bocca d’idiozie quando parlano di precedenti relazioni. Se sei troppo e sempre felice da solo significa che ti manca un certo tipo d’esperienza di coppia.
Non dico che chi non ha avuto la fortuna di vivere una storia importante sia un idiota, dico solo che non può capire di cosa si stia parlando.

Come me che non sono mai andata in Erasmus e non ho mai vissuto all’estero e non ho mai fatto bunjee jumping. Sono cose che NON HO FATTO e delle quali non so niente, questo porta la mia persona ad avere una formazione differente e non me ne vergogno anche se mi dispiace non essere “a 360°”.
All0ra perché mi devo sentir dire “chi te lo fa fare di fidanzarti?” da gente che a 25 anni definisce “relazione seria” i tre mesi con la compagna di classe del liceo? Capita molto, molto spesso e credo sarebbe necessario essere tutti più onesti e fare i dovuti distinguo.

Credo di aver avuto UNA relazione vera nella mia vita e, pur essendo passato un sacco di tempo, la sento come una delle esperienze più formative e preziose della mia esistenza. Credo che tutti dovrebbero avere qualcosa di simile nella vita, essere felici a quel modo, sperimentare livelli d’amore, coscienza e condivisione delle emozioni a quel modo.
Come si fa a dire che si sta meglio soli?
Si sta meglio soli quando una cosa del genere non è presente, allora sì.
Esistono le storielle divertenti che arricchiscono, permettono di conoscere gente nuova e di far “entrare mestiere“, ed esistono le storie che ti cambiano la vita. In mezzo non c’è niente, in mezzo ci sei solo tuo.

Per cui consiglierei a tanti/e di scendere dal piedistallo e mostrare un po’ questo desiderio che sono convinta tutti/e abbiano: trovare la persona giusta, non importa quando, come e se.
Non dico che si debba vivere per questo o precludersi altri tipi d’esperienza, dico solo che è umano e troppe volte chi non lo ammette ha solo paura di lasciar scoperta chissà quale fragilità.

Comunque, ribadiamolo: non avere il fidanzato a tre giorni dal penultimo esame di Medicina, dopo due settimane di Chiusa Pro-Studio, con vari altri disagi fisici et logistici… Fa proprio schifo.

Giovedì, quando l’esame in un modo o nell’altro sarà passato, sarò felice di essere libera e pessima con le mie amiche, di fare la scema coi ragazzi e tutto il resto. E non ci penserò, mi basterò. Ma ogni tanto va così e finisce pure che l’accetto di buon grado.
Perché credo che ogni persona sia un’opportunità, che se sotto il cielo c’è qualcosa di speciale passerà di qui prima o poi(citazione Ligabuiana #1), e mi piace il modo in cui vedo una possibilità ad ogni angolo. O perché ogni volta che come adesso mi piace qualcuno… Io divento completamente cretina senza alcun motivo logico. Regredisco e sono pure timida. Love it SO much.

Dal brutto si ritorna sempre al bello. Forse essere sìngol è sia brutto che bello, ma alla fine conta chi veramente tu sei a prescindere dal fatto di far parte o meno di una coppia. Forse come vivere le cose lo scegliamo da soli ogni giorno e, perché no, facciamo tanti errori. Ma sono sempre stata convinta di sbagliare bene(citazione Ligabuiana #2, non vogliàtemene, a me piace…), sia da sìngol che da fidanzata.

“Columnist” —> Ma che davvero?

E’ successo che mi hanno presa e non so nemmeno bene come.

Mi hanno presa a scrivere per un sito che non è la Tana Virtuale e che pertanto m’impone un certo contegno, l’uso dell’italiano e “compiti a casa” ogni settimana.
Mi è sempre piaciuto scrivere sotto traccia ed a quanto pare la mia caporedattrice vuole una sorta di miniserie su un tema che mi è molto caro e che abbiamo concordato insieme…
Fin qui tutto bene. Bomba. Top.
Ho scritto la bio, fatto il profilo Gravatar(grandi sforzi tecnologici per gioiakerplunk), scelto una foto che poi è la solita che campeggia più o meno ovunque sul web perché in tutte le altre faccio schifo, e buttato giù un articolo che uscirà, a quanto pare, venerdì.
In realtà ho mandato il mio primo articolo qualche settimana fa un po’ a tempo perso, giusto per provare, e mai avrei pensato che mi sarei trovata in quattro e quattr’otto a metterci la faccia, su un sito vero, con un pubblico e 8000 Like su Facebook. Vuol dire che, toh, 500 persone capiteranno su quell’articolo.
Articolo che, per inciso, non mi soddisfa per niente. Sarà che in questi giorni è tutto fuori di testa, tutto molto veloce, così veloce che non vedo nemmeno scorrerlo chiaramente di fronte a me…
O forse che, come dice Libbbbano, “io, sotto padrone, nun ce so stà“.  Non voglio dire che mi scocci l’idea delle scadenze o dei temi, anzi. Se non avessi scadenze probabilmente passerei la vita a scrivere tanto e male, mentre Decenza ed Orgoglio m’obbligano a fare un minimo si sforzo stilistico nella Tana, figuriamoci per un sito serio con tanto di sponsor.
E’ che se non mi vengono le brillànze non mi vengono, ecco. Magari mi vengono domani, magari fra una settimana, magari non sono davvero in grado… Ma nel caso saranno i Boss a decidere e mi daranno il benservito. Per ora campeggio nella pagina autori del sito e la cosa mi piace un sacco, speriamo bene.

La cosa che mi fa più piacere è che Umberto, il founder, nonché Supremo Boss del sito, mi ha scelta dopo aver letto questo “articolo“, se tale si può chiamare. Una robetta nella quale ho buttato tre anni e mezzo di esperienze, scazzi, convivenze, aule studio e vita fuorisede… Era molto mio e poco “lodevofàconstile”. Ero e sono io in quelle parole, e forse mi spaventa l’idea di mettere un ulteriore “filtro” svolgendo i miei assignements per il sito e soprattutto ampliare il pubblico al difuori di quelle dieci anime che leggono la Tana.

ParanGIoia never leaves the house, uh?

Se avessi un amico immaginario come Zerocalcare non sarebbe un armadillo ma probabilmente una nutria d’Arno che parla Cockney. E mi direbbe cose del genere, sìsì.

Anche stasera mi trovo con un esame da fare, tanti pensieri in testa, una nuova sfida, pensieri romantici come ogni giorno che Dio o chi per lui mette in Terra, un po’ d’imbarazzo e…
Aspetto domani con una canzone carica ed una romantica in testa, come sempre che non c’entrano niente l’una con l’altra, come sempre una commercialèrrima e via dicendo.

1) La canzone di quell’acchiappatopa di John Mayer, che a parte tre pezzi belli ma belli davvero mi pare il solito americanino che fa il pop che piace alla facia 92-97. Ma sticazzi, questa è splendida.

2) Direttamente dal 1993, ommioddìo questa canzone ha ventun anni. E’ anni ’90 un sacco, è carica, sìsìsì.

Overwhelming.

Non mi stupirei se richiedessero per me un TSO a breve.
ParanGIoia is back.
Io non ho la depressione post-natalizia. Semmai soffro d’ira post-natalizia. In questi giorni sono in grado di saltare su come una molla qualsiasi cosa turbi in maniera anche minimale il mio equilibrio interiore ed esteriore. Due giorni fa ho avuto l’impulso di prendere a calci il gatto che mi si era tirato addosso con troppa irruenza e la chiamata serale per cena da parte di mia madre mi genere un odio atavico perché ha la gravissima colpa di distogliermi dalle mie occupazioni tipo studiare, vegetare sulla blogosfera o leggere cose un attimino più di spessore, che poi è la mia attività natalizia preferita.
Forse è che sono uscita troppo, ho bevuto troppo, ho –orrore– socializzato troppo. Che ne so io. Vorrei far fermare tutto un attimo e tornare alla mia normalità come non mai. Vorrei tornare nella mia stanza di Pisa, senza pensieri e senza tutte le ansie belle e brutte che accompagnano inevitabilmente lo stare a casa… Ma più di tutto vorrei non essere un’altalena emotiva, non amare ed odiare questo posto al tempo stesso ed avere una stabilità più consona ad una normalissima ragazza di 25 anni quale sono.
Diciamo che stare a casa comporta un livello d’invasività del mio spazio al quale non sono più abituata. Non parlo di mia madre che, povera crista, mi chiama per cena o mi intima non proprio gentilmente di mettere a posto la mia stanza.
Parlo delle mie amiche, dei locali, delle sensazioni che questa città porta a galla. Mi sento distratta e disturbata da tutto quello che ho qui perché forse tendo troppo spesso ad ignorarlo. Non che sia brutto, anzi. Ho passato due settimane meravigliose qui, è stato tutto così naturale da sembrare innaturale… Tutto così limpido che tornare in via semi-definitiva a giugno non mi pare nemmeno così orrida come prospettiva. Però è un’altra vita, ne ho due e le cose sono troppe.

Lamentarsi di ciò è veramente da cretini e ne sono pienamente consapevole. Devo solo imparare a vivere serenamente le cose e non pensare sempre che mi sovrasteranno in un modo che non saprò gestire. Andrà tutto bene e troverò il modo di farci stare tutto come ho sempre fatto, mettere tutti i pezzi al loro posto non è mai stato un problema, solo che se di problemi non me ne faccio io non sono contenta.
Nel frattempo mi siedo e faccio un respiro, qualcosa succederà e ripartirò sulla giostra.