Come Georgia Nicholson.

[ioho14annisapevàtelo]

“Vorrei vedere te.”

Ho ragione e su questo punto non sono disposta a discutere. Chiudo le comunicazioni se necessario, chiudo la porta di casa e soprattutto quella della mia stanza berciando preventivamente a coinquilini, annessi e connessi che per nessun motivo al mondo voglio essere disturbata, arresti cardiaci a parte. O Francesco Montanari che si presenta al portone cercando di me perché gli sono apparsa in sogno ed intende chiedermi la mano prima possibile.
E fra le due cose direi che l’incidenza degli arresti cardiaci extraospedalieri supera quella dell’avvenimento di cui sopra di circa cento ordini di grandezza, in ogni caso no problema.
Vorrei vedere te ad essere quella che sbaglia sempre.
Vorrei vedere te ad inciampare per la strada figurativamente e non solo.
Sì, a volte sembro uscita da quei filmini scemi comici inglesi e ci rido sopra, ma alla fine mi arrabbio quando tutti mi prendono in giro perché il ginocchio me lo sono devastato davvero e mi fa un male cane.
Vorrei vedere te ad avere attacchi d’ansia di una demenza senza precedenti, atra cosa della quale continuo poi sistematicamente a ridere.
Quella che fa le cose e poi scopre di sentirsi incapace di far tutto. Che si mette a tremare appena le dicono di prendere in mano un bracciale da pressione e precondizionare un cristiano, che lo saprebbe fare anche una scimmia ammaestrata.
Sentirsi morire quand’è il momento di dare feedback al Principe Azzurro – così chiamo il mio relatore, davvero, non invento – e scomparire dietro la copia della tesi tentando di mimetizzarsi con l’ecografo. Cose così.
Provaci. E credimi vorrei vederti ad essere quella che si mangerebbe le mani per dinamiche esauritesi quasi un decennio fa. Quella che si vergogna di essere la Fricchettona di Lucca e la Lucchese Stìnfia di Pisa. Quella che ci ha messo tre anni a comprare un parka perché ha manie estetiche degne di una quindicenne in piena crisi cicciaebrufoli.
Vorrei vedere te e chiunque ad essere quella che in un gruppo di donne non noteresti mai, che a volte ha paura di sorridere perché le si vede troppo il naso. Come Georgia Nicholson.
Svegliati e sii me per un giorno. Quella sempre scura, che sembra voler stare lontana da tutti. Quella grigia con gli occhiali a fondo di bottiglia che sa benissimo che alla fine del film NON diventerà la figona né uscirà col quaterback, e le piace un casino così anche se poi guarda The Carrie Diaries ed adora Mouse e il quaterback nerd e figo. Quella che le manca solo l’apparecchio per incarnare un favoloso stereotipo anni ’90. Quella che certe volte non si capacita di essere diventata troppo grande da una parte ed essere rimasta troppo piccola dall’altra. Per questo sempre tesa, per questi due capi che tirano ognuno verso il proprio orizzonte, e sono due linee diametralmente opposte.
Vorrei vedere te, vorrei. L’unica cosa che vorrei vedere veramente è se ce la fai ad essere come me al mio meglio. Perché al mio peggio credo proprio di essere come tutti gli altri.
Vorrei vedere se per te sarebbe così facile costruire ciò che costruisco io, amare chi amo io, vivere come vivo io.
Vorrei vedertici e mi ci divertirei un sacco. Vorrei ma la mia vita non la cedo nemmeno per miliardi di euro.
Anche se questo post sembra una pagina di diario di una quattordicenne e me ne rendo benissimo conto.

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Io, me, l’altra e il tempo.

Ne ho visti piedini battere nella mia vita. I miei, per esempio.
Un tempo ero solita fare tragedie per un nonnulla e bollare sedicenti amici come “inverecondi pezzi di sterco” al primo mezzo sgarro compiuto nei miei confronti. Mi hanno anche detto reiterate volte che vedo un’ombra dentro ogni abisso e tendo a dare secondi significati a qualsiasi cosa. Spesso anche terzi, quarti, quinti e via proseguendo. Sono una di quelle persone che si lamentano molto ma poi alla fine le cose le fanno, anche con un certo tipo di risultati direi, per cui alla fine va bene.
In ogni caso tento sempre di comprendere chi mi sta di fronte e, nel bel mezzo del frullato misto che è la mia vita, cerco di non pestare i piedi a nessuno ed andare dritta. Ma soprattutto di non pestare i piedi a nessuno e non essere spiacevole, a meno che uno/a non se lo meriti davvero.
Ovviamente anch’io sbaglio e a volte mi comporto da egocentrica schizoide e, non ultimo, maleducata.
Nessuno è perfetto, chi non ha peccato scagli la prima pietra, “sono nato sbagliato dimmelo tu”, chi non fa non falla.

Ok, siamo d’accordo. Ma in definitiva quello che mi dispiace davvero è che ho perso tanto tanto tempo dietro a siffatte problematiche. Ho perso anche punti di pH per sempre diventando una iena per questioni che alla fine mi riguardavano fino a un certo punto, tempo che avrei potuto impiegare in studio e formazione. Tempo che ho sottratto a me stessa. Tempo che ho tolto ai miei genitori che sono stati e sono lontani da me. Tempo che è diventato denaro speso per capricci inutili, per star qui a frignare per l’ennesimo voto, professore cattivo, ragazzo stronzo, problema amicale.

E’ ora d’impiegarlo meglio questo tempo ed essere più concreta. Il messaggio è questo. E non ho tempo da perdere per rendere questo post carino e ben scritto, manco m’importa.
Il mio tempo è prezioso e non voglio più sprecarne.

Hey kiddo.

I motivi per cui sono ancora una ragazzina sono sotto gli occhi di tutti, compresi i muri dei corridoi di Cisanello, soprattutto quelli della Terapia Intensiva.

In un momento di smània telefìlmica io e le donne dell’amato Polledge ci siamo ritrovate sedute di fronte ad un Amaro del Capo a fare la òla al pensiero della terza stagione di Girls che ci aspetta dopo le feste natalizie. Ebbene sì, ottima occasione per mettere su altro lardo trovandoci tutte insieme per la religiosa ed attenta visione della puntata, ovviamente accompagnate da gelato/caramelle/cioccolato e nel mio caso pop corn perché i dolci non mi piacciono.
Stamattina Facebook mi ha dato il buongiorno con questa pagina così girly e così adolescenziale che dopo averla spulciata mi sono buttata a revisionare il protocollo di studio clinico per la mia tesi. Sentivo la fisica necessità di fare qualcosa che avesse un po’ di spessore.
Ma la cosa più bella e commovente a mio avviso è quella che segue:

“9-When he’s the only one who thinks it’s funny.”

Mi ha fatto pensare a un sacco di cose. A una macchina, un viaggio, tanti concerti, tante passioni, tanti occhi e tanto mare e cielo scuro e chiaro. Mi ha fatto pensare che esistiamo da qualche parte e che com’è quella cosa non è niente… E niente.

I was always here.

Problem-solving, crisi isteriche e contorno misto fantasia.

…AKA, un’altra Minestrina di Cavoli Miei:

Sono una persona che fa delle scelte.
Ma non posso scegliere di cambiare ciò che più profondamente mi contraddistingue, fisso e radicato dentro di me. Inamovibile peggio di mio padre quando mi vietava di guardare Canale 5.
La contraddizione, per esempio. In tutto e per tutto. Che concòmita ad una testardaggine che mia madre ha definito asinìna. Grazie Mamma. Comunque andiamo a principiare…

Una delle mie molteplici contraddizioni è che talvolta ho la sensibilità che mostrerebbe Dissennatore di Azkaban all’apice della crudeltà, altre volte invece mi sento sopraffare da quanto mi accade e soprattutto sono empatica con altre persone -anche cristiani dei quali non potrebbe importarmi di meno- in un modo che, giuro, ha del paranormale.
Mi piacciono le mie contraddizioni.
Il lato Dissennatore mi ha creato non pochi problemi e generato negli ultimi anni una sorta d’ansia anticipatoria per la quale penso e rimugino prima di dire qualsiasi cosa a qualsiasi persona.
Ma più di ogni altra cosa mi porta a farmi paranoie e pippe esistenziali impossibili sul SE quanto precedentemente detto possa aver urtato la sensibilità del mio interlocutore. Per cui alla fine tutto va a discapito mio.
C’è di buono che in questo modo m’interrogo e, quando vado fuori dal seminato, ci vado il più delle voltecon cognizione di causa.
I.E., “se sto usando questo tono sarcastico e questo contenuto tagliente… Non ti preoccupare tesoro, è tutto voluto. Non è che non capisco che ti sto ferendo/irritando/facendo inalberare. Io VOGLIO ferirti/irritarti/farti inalberare. Lo bramo con ogni fibra del mio essere. Non sto scherzando.”
Il che porta alla seconda contraddizione: millanta elucubrazioni ed autosvalutazioni associate a dosi di cinismo e acidità ben centellinare e piazzate al posto giusto.
…Proprio lì dove te lo meriti, tizia che fa finta d’interessarsi dei miei esami in realtà vuole solo bullarsi che lei s’è già laureata.
…Proprio su quel discorso che *so*,oh se SO…, che tu detesti profondamente – ma tu non sai che lo so, e qui grazie ai/alle sempre simpatici/che comari dell’Aula Studio Pacinotti che mi forniscono materiale per dispensare giustizia e cattiveria agli spaccamaroni di sorta.
…Sovente per farti capire che quella cazzata tu, tizio/a random(che probabilmente pensi di parlare con un’idiota)… A me, non puoi proprio permetterti di venderla.
…Talvolta per renderti noto che il tuo gravitare nella mia orbita m’infastidisce, o emerito/a imbecille, persona inutile, fastidiosa persona che “te l’ho già detto, NON MI PIACI PER N MOTIVI GIA’ DISCUSSI, fatti vedere bene bene mentre vai a spigare”.
E via discorrendo.

Ora, io dico: una persona così acida e cattivella NON dovrebbe essere insicura e taaaanto sensìbbbbbbile a rigor di logica.
Io invece a tratti mi scopro fragile come carta velina. A compartimenti stagni, direi.
Prendo tutto sul personale.
Sono piagnòna, poi. Non ne vado fiera ma mi si aprono i rubinetti più di quanto vorrei per cose di dubbio rilievo, ma attenzione: per le Grandi Tragedie della Vita(poche me ne son capitate, per fortuna) non verso lacrima.
Questo fa di me anche un’isterica che però nelle suddette Grandi Tragedie “ci sfòa”, come si dice a Pisa.

Nonostante tutto questo calderone di contraddizioni una cosa che non riesco a spiegarmi è il sesto senso che mi accompagna praticamente da sempre e risulta in fase con buona parte degli accadimenti importanti o supposti tali dal mio cervello destro.
E’ capitato spesso e volentieri che mi svegliassi pensando che sarebbe successo qualcosa: qualcosa di bello, brutto, buffo, ansiogeno o terribile. Ed è sempre avvenuto qualcosa di coerente alle mie sensazioni nei giorni o nelle ore seguenti.
Quando si tratta di qualcuno a cui tengo sbaglio ancor meno e questo mi porta a fidarmi delle mie sensazioni in molti contesti.
In altri invece annaspo e non riesco nemmeno a comprendermi da sola. Comprendere come mai sono arrabbiata, ho la tachicardia, mi sveglio bene, mi sveglio male, ne faccio mille o vegeto tutto il giorno.

In tutto ciò mi ritengo anche una persona abbastanza semplice.
Semplice solo perché sono in certi compartimenti UNA persona, in altri sono UN’ALTRA. E questi compartimenti sono due. E queste due persone sono SEMPLICI.
Per cui ecco il segreto, bambini: basta veramente poco per decodificarmi e capire ciò che mi passa per la testa.
Chi lo capisce riesce a scavare in un modo che ritengo fastidioso ma interessante, ed ecco la mia croce: chi riesce a far breccia nelle altrui debolezze e lo fa presente è indubbiamente uno stronzo. Ma a me PIACE. Ecco. Ho spiegato come mai mi piacciono gli stronzi. Mi piacciono perché capaci di comprendere qualcosa che, da parte mia, risulta d’immediata comprensione, voglio dire, ci sono io qui dentro. Cioè: ci siamo noi due. Una e l’altra. E’ lampante, come puoi non vederlo? Eppure non si vede.
Non lo vedi? Sei un ingenuotto indegno d’entrare nella mia mente e probabilmente anche nelle mie mutande.
Lo vedi? Sei un bastardo, ma hai capito che sotto le mie tre corazze(burbera-però autoironica-in realtà anche dolce)di cui parlava il mio amico Roberto ci sono due personcine. Due. Semplici. Eccole lì.
Sei dunque DEGNO.

Qual è la fregatura suprema? La fregature suprema è che la cattiveria e la bastardaggine non sempre s’accompagnano all’acume che serve per comprendermi. A volte le fabbricano da sole, così, a gratis.
E non sono ancora abbastanza brava da discriminare chi ne è provvisto e chi, invece, è soltanto un intollerabile e misero bastardo. Così, tout court.

E’ ora di crescere. Di capire queste cose e concerdervi l’attenzione che merito ma nulla più.
Ora di far pace con le mie contraddizioni e sfruttarle a mio vantaggio come faccio già con l’acidità e la battuta cattivella che ho sempre pronta. Come la mia ansia e le abilità di problem-solving che mi caratterizzano nelle Tragedie di cui sopra.
In ogni caso, mi piace tutto questo.
E piace anche a Tyrion[che è Amore, Ammirazione, Batticuore].

Non c’entra niente, ma io vado a vedere gli Aerosmith. IO VADO A VEDERE GLI AEROSMITH. Sono pronta a dare sfogo a un’ormai quindicennale passione sfrenata per Steven Tyler saltandogli addosso. Costi quel che costi. Perché come strilla lui e come mi parla lui da sempre… Nessuno. I suoi sono gli univi urli che riesco a sopportare adesso…

Esterofili? Ciao, ma ciao proprio.

Non posso continuare in questa fase di blocco dello scrittore(scrittore? Vabbè…) che interrompo solo da ubriaca sull’urgere di robe sentimentali che meno interessanti non si poteva.
Per cui da oggi riparto, ma non da me.
Riparto da un post della Cocchi che mi ha colpita particolarmente e ben si adatta ad alcune di quelle che sono le mie attuali frustrazioni. O meglio: le declinazioni che le mie sempiterne frustrazioni stanno in questo periodo assumendo, il che è un po’ diverso.

Riparto col rispondere alla Cocchi perché ho bisogno di una traccia per continuare a nutrire questo spazio che una volta mi piaceva, mi piaceva su Splinder…

***Pausa: tiro giù il cielo dalle bestemmie ricordando quel maledettissimo giorno in cui ho perso l’email che comunicava la chiusura di Splinder, tipo Roberto in Berlinguer ti voglio bene, per intendersi***

…più che su WordPress, non lo sento ancora mio, eppòi mi manca il filo comune con la gioiakerplunk del duemilacinque. Duemilacinque, ci rendiamo conto?

Insomma, il post della Cocchi mi trova d’accordo dal punto di vista della correttezza e dell’onestà intellettuale ma non riesco ad accettare completamente ciò che scrive perché sto dalla parte opposta. Sto dalla parte di quelli che non tollerano l’esterofilia ad ogni costo ed il sentir definire tutti LAVORATORI o ARTISTI o DOTTORI, come peraltro si dice in questo articolo, con un intento ben diverso però. A pensarci c’entra poco, ma è interessante e funzionale a dove voglio arrivare.

Per esperienza purtroppo ci credo poco a chi prende e va a *nome di qualsiasi capitale, il più delle volte europea, il più delle volte Londra* a “lavorare”, oppure a “guardarsi intorno”. Cacchiotiguardiintorno? Bah.
Come dicono gli Afterhours, “ci sono molti modi” per fare ciò:
Hai diciannove anni e vuoi imparare l’inglese e prenderti del tempo per capire quale università è meglio per te e se è il caso o meno di proseguire gli studi. Hai ventitré anni ed hai finito la triennale, stesse motivazioni. Ok, sei un figo, stai facendo un’esperienza che ti sarà utilissima in un momento in cui è sacrosanto farla e ne può uscire solo qualcosa di buono.
Diventi l’Idiota SE dopo sei mesi tutto quello che hai imparato è dove sta il più vicino off-license, che il Fabric il venerdì fa la serata che ti piace, qual è il pusher di fiducia in zona. Non necessariamente in quest’ordine. Significa rimanere nello stesso torpore post-adolescenziale da Playstaton e baretto che ti contraddistingueva a Orzignano Pisano, non stai facendo altro. Svegliati.

Per il resto l’aver fatto il kitchen porter o il cameriere non ti rende migliore di nessuno. Ti rende semmai più vicino all’idea che vuoi avere di te stesso, il che è sacrosanto, ma non rompere l’anima a me che sto qui e ci sto bene.
Come ha scritto non mi ricordo chi nei commenti al post al quale mi sto riferendo, a volte l’esterofilia è solo un’altra faccia del provincialismo.
Il provincialismo peggiore non è quello ingenuo ed ostentato ma quello di cui non si è consapevoli, che porta a d errori di pensiero clamorosi e fa saltare i nervi a chi, di certi discorsi da bimbetti, proprio non ne può più.
E quella sarei io.
Francamente tutto questo amore per quello che viene da fuori e parla un’altra lingua lo capisco fino a quando non porta a svalutare a priori il proprio paese ed il proprio contesto. Come se fosse una colpa star bene dove si sta. Come se fosse da sfigati crescere con le stesse persone conoscendone di nuove nel frattempo. Come se non potesse vivere senza aver visto Melbourne o il Sudafrica.

Che poi a volte diventa anche un argomento antipaticissimo da disquisire: voglio dire, a me piacerebbe un botto fare queste cose:

…Ma mi piace un botto studiare Medicina too. Inoltre… Himalaya? Asia? Bah. Vorrei che tanti miei amici rosiconi nei confronti di chi s’è girato il mondo capissero che i casi sono due:
1 – O la persona s’è fatta il culo icosaedrico per ANNI prima di potersi permettere una roba del genere(vedi il mio amico Matteo, che ha 30 anni, lavora a Perth ed è fuori dall’Italia da mò).
2 – Alternativamente sono stronzetti pieni di vaìni(soldi), che il mio babbo non ce li ha tutti quei vaìni e manco li vede col binocolo. Ed anche se ce li avesse col cacchio che li darebbe al mio bel visino per scarrozzare il mio deretano in giro per ostelli e foreste pluviali.
Sono fermamente convinta del fatto che viaggiare NON costituisca diritto inalienabile. E’ un diritto che, se desiderato, va conquistato. La vita non è facile per tutti e forse la rosicona sono io, che in Thailandia per sport non ci posso andare pur non essendo figlia di un netturbino.
Ma sono convinta che di regali ce ne debbano essere pochi e che tutti, nessuno escluso, debbano inserire viaggi ed esperienze in generale(università, lavoro, lutti, amicizie, corsi di ricamo, acquagym, volontariato, sport, sesso) in un contesto ben ragionato e viverli nel rispetto delle priorità ed aspettative altrui e con animo sempre teso al miglioramento di sé stessi.
Non parliamo dei sedicenti “artisti”, poi, che mi parte un embolo*.

In definitiva, che tu ti addormenti in  un ostello di Bangkok, su un albero, in un monolocale a Mayfair o nel tuo letto di bambina a San Pietro a Vico(Lucca, Toscana)  l’importante è aver vissuto quel giorno da brava e bella persona. Non esser passato sopra gli altri, non aver sfruttato i genitori per sopperire alla noia o alle tue mancanze interiori, non aver vissuto nell’inedia, che è la peggior cosa e ti accompagnerà sempre, ma proprio sempre.
Anche in Cappadocia sulla mongolfiera col più bel paesaggio di fronte… Una persona misera resta misera.

Life’s what you make it.

*Una cosa però DEVO dirla, e magari meriterà un post a sé stante: Rosicate da mattina a sera che noi medici siamo boriosi e presuntuosi e che ci sembra di farci il culo solo a noi, ma voi passate le giornate fra divano, tivù e tromboni? Per piacere. Fare l’artista è ben più complicato rispetto a fare il medico. Ci vogliono degli attributi che io me li posso sognare la notte, ma non li avrò mai. Ci vuole la costanza di lottare molto spesso contro i mulini a vento, contro una sottocultura imbevuta da gente che vi ruba il nome e svaluta la vostra professione.
Uno che studia e produce costantemente Arte chiamiamolo artista, gli altri lasciamoli alle loro canne, ma che non pretendano alcun riconoscimento. Perlomeno da parte mia.

Cos I don’t shine if you don’t shine.

Stanotte ho deciso che scrivo perché posso farcela ad arrivare in fondo ad un post di senso compiuto.
Dopo un po’ di tempo passato interamente ad imparare le discipline ginecologiche ed ostetriche mi sono sentita in grado di riprendere le redini della mia vita sociale praticamente inesistente e, udite udite, HO FATTO SERATA.
Sono ubriaca a cantare Bryan Adam e sono le cinque passate. Sono tornata a casa col mio coinquilino alla “reggimi che ti reggo”, come fanno igggggiòvani e tutto il corrimidietro.
Io che non vado manco a mensa perché il tempo che passo in fila preferisco impiegarlo cucinando a casa. Io che è un mese che ho a schifo l’umanità tutta. Io che vivo in pigiama 24/7.

Io che una polaroid vorrei averla scattata in tutto questo tempo. Ci sarebbe stata bene, almeno non avrei solo “pictures on my cell phone, memories in my head now“. Io che sbrocco e proprio non ce la faccio perché mi pare tutto troppo grande.
Vorrei poter dire che non volevo essere acida, ma tanto dentro di me lo so che la mia intenzione era esattamente quella. Ho voglia di fare i capricci eppure sembrare grande, matura e superiore a certe cose. Ho voglia di picchiare e fare un male cane.
Mi fa un male cane, praticamente tutto, ma sono anche felice.
Vorrei essere meno stupida e capire, realizzare quanto questa notte sia stata stupenda, quante cose meravigliose mi gironzolano attorno, quanto senza volerlo “me stessa” sia al centro del mio universo. Poi qualcuno mi ha detto “vedessi quello che vedo io in te“, e vabbè, ho finito di parlare. Splendido.

Però, porca troia.

Tu, forse non essenzialmente tu
un’altra, ma è meglio fossi tu 
hai scavato dentro me, e l’amicizia c’è 
Io che ho bisogno di raccontare 
la necessità di vivere rimane in me 
e sono ormai convinto da molte lune
dell’inutilità irreversibile del tempo 
mi scegli alle nove e sei decisamente tu 
non si ha il tempo di vedere la mamma e si è già nati 
e i minuti rincorrersi senza convivenza 
mi svegli e sei decisamente  tu.
Tu,  forse non essenzialmente tu 
un’altra, ma è meglio fossi tu 
e vado dal Barone ma non gioco a dama 
bevo birra chiara in lattina 
me ne frego e non penso a te 
avrei bisogno sempre di un passaggio 
ma conosco le coincidenze del 60 notturno 
lo prendo sempre per venire da te 
Tu, forse non essenzialmente tu 
e la notte confidenzialmente blu 
cercare l’anima.

(Rino Gaetano – Tu, forse non essenzialmente tu)