“I pledge my life and honor to this. For this night and all the nights to come.”

Premessa: parlo ancora di Medicina.
Farei prima a fare come Paola e dichiarare che questo è un blog in cui scrivo storie ispirate al mio lavoro, che poi lavoro ancora non è, ma si tratta della dimensione di cui presto farò parte… Ma tant’è.

 

***

 

 

Questa sera ho giurato all’Ordine dei Medici. Ho giurato un sacco di cose piuttosto ridondanti, francamente, e dico questo perché la versione moderna del Giuramento è molto meno romantica rispetto a quella antica (il vero e proprio Giuramento di Ippocrate).
In ogni caso ho avvertito, nell’ordine, l’orgoglio e il famoso senso d’appartenenza. Una delle sensazioni che preferisco.
Quella cosa che ti fa esser fiero di una categoria, un gruppo, una squadra. Nel nostro caso una professione.
Di solito alzo gli occhi al cielo di fronte a coloro che usano i termini “vocazione” o di “dedizione verso la sofferenza del prossimo” quando parlano del perché hanno scelto di fare i medici. Penso che quelle persone, perlopiù al terzo/quarto anno, non appena metteranno piede in una corsia internistica si ricrederanno sul fatto che i pazienti siano vittime al 100%, carini, buoni e che aiutare gli altri sia così piacevole.
Qualche esempio?
– Esiste l’obesodiabeticoipertesodislipidemiconefropatico che non fa gli stick o non prende il Valsartan, e magari pensa anche di far bene. E tu saresti felice di batterlo nel muro, oppure lo vedi prima peggiorare e poi spegnersi, e ti arrabbi tantissimo, e stai male;
– C’è quello convinto che se hai meno di 60 anni e la vagina non meriti di sfiorarlo. Con questo paziente non si può fare a meno di sfoggiare un sorriso beffardo quando gli becchi l’arteria al primo colpo mentre lui blatera che “ai suoi tempi i dottori erano maschi ed era bene così… Oh bimba, hai già fatto?“;
– La signora che tralascia di menzionare tre interventi chirurgici pregressi e ti tratta da idiota se insisti nell’indagarli;
– Il patofobico che sputa dieci volte al minuto in un tovagliolo per paura di vedere sangue (“e allora ho un tumore ai polmoni”). Povero, niente di male. Se non fosse  blocca un ambulatorio di Medicina Generale per tre ore e no, lui dallo psichiatra non ci vuole andare…;

Nella mia parca esperienza mi sono già resa conto di quali sono le tipologie con le quali mi è veramente difficile confrontarmi.
Del resto lo dice anche Paola in riferimento al caso Cucchi:

“Potete ben immaginare quanto i pazienti siano diversi e di diverso impegno per noi, sia fisico, sia psicologico. Non tutti i pazienti sono educati, puliti e intelligenti. I pazienti sono anche arroganti, sporchi, ignoranti e terribilmente cagacazzo.
Ma noi abbiamo giurato di curarli tutti.
Anche i più antipatici e puzzolenti, anche quelli che nella vita normale non toccheremmo con la punta dell’ombrello. Ora sono lì, sono tra le tue cure e tu te ne devi occupare sempre al meglio.”

La vita in ospedale non è tutta giri di valzer e pacche amorevoli sulla spalla a canute e sorridenti vecchiette. Per questo mi esce dalla bocca “tzé” quando sento parlare di vocazione, manco tu fossi Santa Gemma.
Parlaci te con la tossica del letto 8 che ha perso lavoro e marito in due mesi, e non vuol saperne di andarsene perché la sua alternativa è dormire sotto un ponte.
Spiegaglielo te al trentacinquenne occluso da metastasi di melanoma, come mai sanguina appena sfiora qualsiasi superficie.
Soffriamo con loro, ma spesso avremmo voglia di prenderli a craniate.
Ciò ha scandalizzato mio fratello l’altro giorno: deve essersi convinto che, siccome siamo dottori c’abbiamo la vocazione, e siccome c’abbiamo la vocazione dobbiamo essere perfetti e non stufarci dei pazienti, compatirli costantemente come se questo potesse essere minimamente utile. Empatia e partecipazione sì, ma anche umanità. Perché non è che con quel pezzo di carta ci hanno consegnato anche la pazienza dei santi inclusa nel prezzo. Siamo esseri umani e facciamo un lavoro che spesso porta ad avere a che fare con pazienti tremendi.

Fare il dottore è soltanto un mestiere…

Ho fatto Medicina perché voglio risolvere i dilemmi della semiperfetta macchina che è il corpo umano, e per morbosa e totalizzante curiosità scientifica nei confronti dei processi fisiopatologici.

Ma stasera quella leziosissima vocazione l’ho sentita, e mi sono ricordata della prima paziente che mi disse “grazie” dopo un prelievo. MI sono ricordata del signor Ivano, che gli ultimi occhi che ha visto erano probabilmente i miei, della psicologa poco più grande di me che ha finito i suoi giorni in Ematologia. E poi penso al Bonfa, al Menca e a Giorgio…
E so che mai vorrò essere impotente di fronte a ciascuno di loro, o di fronte a chiunque come loro.
E so che il mio lavoro sarà sempre ciò che fa di me “me”, e desidero fortissimamente imparare a farlo al meglio.
Forse perché adesso non è che ci sia qualcos’altro di altrettanto coinvolgente in ballo, o forse nemmeno un grande amore mi farebbe rinunciare a mezzo minuto di ambulatorio. Non so. Al momento non riesco a vedermi altrove, ecco perché l’inattività mi sta ammazzando. Necessito di studiare, fare, progredire, lavorare e drogarmi della mia droga principale.

Va a finire che sono leziosa come quelli che cccè c’hanno la vocazione che devono aiutare glllll’altri.
Quasi quasi giuro anche domani, magari mi leva un po’ di cinismo.

 

***

Inapplicabile adesso, ma ugualmente bellissimo:
“Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per tutti gli dei e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto:
di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest’arte, se essi desiderano apprenderla, senza richiedere compensi né patti scritti; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.
Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio; mi asterrò dal recar danno e offesa.
Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.
Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte.
Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività.
In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.
Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell’esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.
E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro.

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Tre citazioni e un’emozione.

Partiamo col dire che Pirandello una volta c’informò candidamente che “la vita, o si vive o si scrive“.
Non si capisce bene se se l’è persa per l’ostinazione di scriverla, o la scrivesse perché impossibilitato a viverla, come si dice in questo articolo, che parla un po’ di un’altra cosa ma vabbè.
Reinterpreto questo aforisma in un senso un po’ diverso da quello voluto a suo tempo dalla buon’anima di Luigi, e mi metto a pensare che certe idee vanno buttate nero su bianco appena pensate. Sull’urgere delle emozioni. Perché altrimenti viene sottratto loro il potenziale di lucidità e tangibilità che il “nero su bianco” offre. Scrivere è fotografare sensazioni in una maniera in cui i ricordi non sono capaci.
A volte li odio i miei ricordi, anche perché non mi fido delle circonvoluzioni encefaliche.
Del resto la mia amica Sara ha detto “non mi resta altro che plasmare i ricordi come più mi torna comodo, per soffrire meno a volte, per punirmi meglio a tratti“.
E se lo dice Sara…
Sara scrive qui, se interessa, io amo il suo modo di scrivere e la sua eleganza. L’ammiro come poche volte ho ammirato una persona.

E poi c’è che Sara si è sposata oggi.
Ecco l’emozione che mi tiene in leggera tachicardia dalle cinque di oggi pomeriggio, quella di cui devo scrivere adesso perché domani sarà solo un ricordo, e non voglio che resti senza un po’ di nero sul mio inutilèrrimo diario online.

Non abbiamo mai condiviso più di tanto, a dire il vero. Io la faccio ridere tanto perché sono buffa e “paradossale”, come mi ha detto una volta. Lei m’insegna, invece. Mi ricorda che devo sentirmi normale nonostante sia piena di una serie di questioni che non meriterebbero l’attenzione di nessuno. Lei però me la dà, quando capita, con l’interesse e l’ironia di cui solo lei è capace.
E’ stato bello vederla attraversare la navata. L’ha fatto col piglio che la contraddistingue. Darei una discreta sommetta per essere elegante come lo è sempre stata, in particolar modo oggi.
Al matrimonio c’era anche Emanuele con la compagna e il piccolo Mattia, che non c’avrà manco un mese, e io lo sapevo che era nato. Gli ho messo ennemila Like su Facebook e mi sono commossa. Ma vederlo passeggiare su e giù con quell’affarino minuscolo in braccio, scorgere un’espressione stanca nei suoi occhi e contemporaneamente percepirlo come un adulto indipendente con un figlio mi ha fatto un’impressione notevole.
Poi c’eravamo noi due di stanza al bar, anzi: prima al tavolo della torta e dello spumante, poi al bar. Una liberazione e un raro piacere. Stare un po’ col mio migliore amico. Mi accompagna a un matrimonio perché sì, sono zitella e non ci conosco nessun altro. Lo fa per me, passa la serata ad ascoltarmi e commentare gl’invitati, quanto siamo cresciuti, che una volta giocavamo a pallone in Sede e ora beviamo champagne ai matrimoni. Brutta cosa, la vecchiaia.
Fatico a realizzare, ma oggi per davvero si è celebrato matrimonio della mia amica Sara, che per me voleva dire spensieratezza, eleganza, caparbietà e indipendenza. Come tutte si è fermata con un uomo, come tante, troppe fanno alla sua età.
Ma non mi delude, anzi: è Sara.
Consapevolmente si è legata a Marco, pare perfettamente naturale e coerente col suo vivere la vita da persona profondamente libera.

Non ci penso mai, non la vedo mai, ma voglio un gran bene a Sara e stanotte vado a dormire felice e piena di gioia.

Che poi domani mi sveglierò così -piena di cazzate, overthinker e carica di odio nei confronti dell’Esistente, ma ormai lo so abbastanza bene che la felicità è un momento…. Teniamoci buona stanotte.

Una cosa utile è sapere che ogni tanto tutto questo s’interrompe e una tregua ti è concessa. Un giorno, al massimo una settimana, in cui ti senti autorizzato a crederti felice.

Cose brutte.

Sono qui. Riesci a sentirmi?
A volte penso che non c’è peggior sordo, poi mi rendo conto che la situazione è ancora più grave.
Hai amnesie o, più semplicemente, non ti rendi conto.
Sì, sono ancora qui per queste strade, più spesso in casa a dire il vero.
Passo molto tempo da sola. Prima non era così, poi ho infilato tutto in una quindicina di scatole.
Adesso sono qui. Ci sei ancora?
Non credo.
Ho sbagliato? Probabilmente sì, tante di quelle volte che non saprei elencarle tutte.
E tu? Tu l’hai mai fatto un errore?
Comunque mi reggo in piedi. Barcollo un po’, a volte penso di avere un problema.
Poi mi convinco che non ce l’ho.
In ogni caso sto facendo a meno di te, non pensavo fosse possibile.
Mi sarebbe piaciuto averti accanto. Sarebbe stato bello.
Mi sa che non ci sei proprio. Quando mi affaccio non ti vedo nemmeno in lontananza.
Sai cosa? Non va bene, per niente. Ma mi sto arrangiando.
Ce la sto mettendo tutta.
Se penso che avresti dovuto capirlo? Certo che lo penso.
Sono arrabbiata? No.
Sono solo furiosa. E mortificata.
Ma questo è l’unico luogo dove lo farò pesare: molto lontano da te.
Perché a me, raccattarmi da sola, comincia a pesarmi un po’.
Ma mi raccatto ugualmente, perché ci tengo a passare questo brutto momento ed entrare in un’altra fase.
Sono qui, mi manchi. Non è facile.
Non sono solo furiosa, sono anche triste.
Ecco, più o meno è tutto.

Fanculo a chi non ha mai colpa
a chi ha una scusa per tutto 
a chi si è fatto da solo
a chi cerca pubblicità
a chi parla bene per moda e pensa male per moda
a chi si innamora solo per secondo
a chi va sempre di corsa e non è ancora arrivato da nessuna parte
ai conformisti da cortile, ai professori di vita
a chi lo dicono i numeri 
a chi la crisi è passata
a chi sogna piccolo e si vive come un grande
a chi non crede alle favole ma ti fa sempre una morale 
a chi non alza mai la testa se non per annuire
a chi lo vuole il mercato
a chi lo chiede l’Europa
a chi dice all’estero è tutto meglio e lo trovi sempre qui a lamentarsi
a chi non vota mai e ti da sempre un voto
a chi giudica e non viene mai giudicato
a chi rompe i coglioni e non li mette mai sul piatto
a chi odia il successo e non vuole nient’altro davvero
a chi pensa di dover educare la gente perchè la gente gli fa schifo
e questa cosa lo fa sentire bene e soprattutto tra tutta la gente distaccato e superiore
a chi non gioca per davvero
a chi non sa farsi male 
a chi non cala le sue carte
a chi trucca la partita
fanculo a chi non ha iniziato niente 
e a te dice che è finita. 

Lalalala lalalala

Fanculo a chi non sbaglia le amicizie 
a chi si fida se lo dice la tv
a chi gode solo lui
a chi soffre solo lui 
ma poi non vuole morire solo
a chi crede di conoscerti se ascolta una canzone
a chi per ogni stronzata ti chiede di scrivere una canzone
a chi in pubblico ti insulta e in privato vuole sapere quanto scopi
a chi muore di tempo libero e a chi conta le ore
a chi le ha viste tutte e deve raccontartele assolutamente
a chi vuole scherzare su tutti e si prende sempre sul serio
a chi è per la democrazia del televoto e la rivoluzione del digitale
la libertà di pagare a rate e tutti i tuoi piccoli diritti da schiavo
a chi te lo dice da regista, musicista, attore artista
te lo dice e intanto se lo dice da solo
a chi non sta nè a destra nè a sinstra
che se fosse su una strada finirebbe investito
a chi le cose le fa di mestiere in attesa che qualcuno lo paghi 
e dice che tu le fai per l’anima del cazzo e hai pure la colpa che ti pagano
a chi non conosce i chilometri, le facce sfatte, gli alberghi sporchi,i sogni mancati,i treni persi,le ore vuote 
a chi non sceglie mai,a chi non rischia mai,a chi non sbaglia mai,a chi non brucia mai,a chi non muore mai 
a chi non si perde mai
a chi non ha mai davvero paura
a chi è come sarei diventato io se per un po’ di paura in meno avessi scelto di non rischiare mai
fanculo a chi non si lascia cadere

Lalalala lalala

a chi ti chiede una firma che tanto è una formalità
a chi non è mai stato lungimirante e ti dice di guardare lontano
a chi si rifà il sorriso e vince le elezioni
a chi somiglia alla parte di me che odio e non se ne va
a chi va tutto bene, sempre tutto bene, sempre solo bene, fanculo.

Lalala lalala

Sorrentino mi chiamerebbe per saperne di più.

Se avessi girato io La Grande Bellezza sarebbe uscito fuori un film molto molto diverso da quello che tutti abbiamo visto.
Dico fin da subito che quel film NON mi è piaciuto, fondamentalmente perché a mio avviso troppo nostalgico e ruffiàno, fatto di retoriche vecchie mille anni, pregno di grandeur al punto da risultare quasi lezioso. Riconosco che ha dei pregi, riprese felliniane meravigliose, un Servillo che tutto il mondo c’invidia e una bellissima Ferilli che vorrei averli io cinquant’anni così.

Se avessi girato io La Grande Bellezza avrei ripreso delle robe che con la concezione di bellezza di Sorrentino c’entrano ben poco, ma per me è lì che doveva andare a scavare. Non sto parlando di stupori o emozioni naif tipo “che ne sarà di noi”, sto parlando di quei momenti in cui si vorrebbe freezare tutto e poterlo rivivere all’infinito. Attimi in cui basta il gesto di accendere la sigaretta per farsi balenare in testa l’idea che siamo in un frame perfetto di un giorno perfetto di una vita che poi dopotutto è perfetta.

Ci avrei messo, ne La Grande Bellezza, una cucina microscopica con le tazze colorate che penzolano dai ganci sopra il lavello. Un terrazzino in cui a stento ci si sta in due coi fili rossi per i panni. Una cucina che “sembra una casa portoghese degli anni ’50”, un’altra che chiami “il rifugio boliviano di Che Guevara”, e la terza che somiglia più alla cucina di un ostello che a quella di una casa normale. Non avrebbero potuto mancare i raggi di sole che si stagliano sul Battistero e i fili d’erba fresca, il troppo caldo e i libri abbandonati nello zaino. Testa in su a parlare dell’ultimo gossip del corso, o di come faremo mai ad arrivare in fondo.
Avrei scritto una scena in cui la casa si sveglia pian piano, col primo la cui sveglia suona alle 7:30 (in altre parole: io) e i relativi moccoli perché c’era lo scaldabagno spento. Il secondo si trascina fuori dal letto avvolto nel plaid, si appoggia alla finestra aspettando il caffè e accende la sigaretta del mattino. Si sono scambiati un rapido “buongiorno”, ed il primo di cui sopra sta disponendo i residui della serata precedente (tazze, bicchieri, cartine lunghe, birre vuote, tabacco sparso…) al loro posto. Poi via: caffè, doccia. Risveglio del terzo, pimpante e felice di trovare il caffè, sempre avvezzo alle chiacchiere mattutine. Un progressivo sorgere nella maniera più sgraziata immaginabile, eppure così “domestico” e rassicurante.

La Grande Bellezza è una pedalata con le cuffie nelle orecchie. Meno svampita di Amélie, meno autistica di un personaggio di Bertolucci e più pulita di un0 di Tarantino. Vicina a un Baricco un po’ meno pomposo, la farei. La farei come quella de Il Ciclone, ma senza la goliardia fiorentina. A ricordare il valore della normalità ed anche la sua grandiosità, senza però volerla esaltare in maniera pomposa.
La straordinarietà del quotidiano.
Se avessi dovuto scrivere una scena romantica, beh, l’avrei scritta sincera al 100% e mi sarei divertita nell’osservare le reazioni del mio pubblico immaginario. Descrivere la paranoia e la totale assenza di romanticismo delle quali sono pervasi il 99% degl’incontri giovanili forse non è roba da film, ma una scena ce la farei. Lontana dalle raffigurazioni classiche della “botta e via” e dalle dicotomie di sorta che la vedono contrapposta al Grande Amore.
La Grande Bellezza sta nelle tonalità di grigio fra un cuore spezzato e una bella scopata.
L’Amore con la A maiuscola, beh, di quello non mi occuperei, perché è talmente tanto tempo che non lo sperimento che non mi ricordo nemmeno cosa sia. Quando ci penso mi pare di ricordare un altro film, che con questo concetto di bellezza ha poco a che fare.
Narrerei di come mio padre mi ha ficcato la corona d’alloro in testa quel giorno di marzo che mi pare già lontanissimo e di cos’hanno significato quegli occhiali rosa e quello zaino, la sfilza di volti sorridenti e quella frase: “Il suo esame di Laurea è stato approvato con voto centodieci su centodieci con lode. Per i poteri conferitimi dal Magnifico Rettore la dichiaro Dottore in Medicina e Chirurgia!“. E del cuore che mi è letteralmente scoppiato.
Ma La Grande Bellezza era nella penombra del giorno dopo, nella luce che filtrava dalla persiana, quando mi sono svegliata con accanto le due persone che più amo al mondo e abbiamo fatto colazione. Sta lì, rannicchiata fra due fogli di quaderno dentro i quali ritrovi un bigliettino scritto durante una lezione di Biologia al primo anno.
Nascosta dietro una porta dove cade una vecchia fotografia, nel momento in cui l’aria del mattino mi sferza addosso mentre corro sulle Mura. In una favola della mia nonna, nei nostri aperitivi disordinati.

Non so se si può parlare di grandeur.
Senz’altro tutto quello che c’ho dentro io è grandissimo, e sono le cose imperfette, quelle che hanno fatto profondamente parte di me, a ricordarmelo ogni volta.

Questa storia che a Medicina si studia di più.

Non è che siccome mi sono laureata posso dire quello che voglio, ma fondamentalmente anche sì.
Scrivo questa cosa ispirata da due cose:

1) Una serie di articoli bellissimi di StudentiFuori (questo, questo e questo): l’idea è fantastica e siamo tutti in trepidante attesa di quello che parlerà di Medicina. Che oltretutto sarà scritto dal mio amico Andrea, per cui occhio a non perdervelo.

2) Una discussione con un’amica che fa Scienze della Formazione, lavora in un bar, insegna judo e va a ballare due sere a settimana, ma dice di studiare quanto me.

Ecco, nel leggere di questi stereotipi francamente mi è salito dal profondo del sistema limbico un grosso, grossissimo, enorme “BAH”. Soprattutto per quanto riguarda Lettere e Scienze della Comunicazione. Mi piacerebbe davvero comprendere come mai non ci si può avvicinare ad uno studente di Lettere o SdC senza sentirsi abbaiare da cento metri di distanza “ANCH’IO STUDIO TANTO!”. Per mia esperienza, gli studenti di area umanistica sono quelli con più coda di paglia di tutti.
Lo studente di Medicina medio si limita a dire che non potrà uscire perché ha un esame fra due mesi, a farsi le sue 10 ore al giorno insieme ai benemeriti cazzi propri. Anche nel caso del più borioso pezzodimmerda, e Medicina ne è piena, state sicuri che nessuno si sentirà di giustificarsi per qualcosa dicendo che studia tanto. E’ fisiologico e naturale, il libro è un prolungamento dell’arto superiore e la caffeina tanto varrebbe farsela in vena. Non c’è da discuterne.
Ogni volta che la conversazione alla macchinetta del caffè verte sugli oneri accademici, gli studenti di facoltà umanistiche intraprendono una specie di tacita guerra dialettica per dimostrare quanto loro sudino sui libri, come se presupponessero che li riteniamo tutti dei decerebrati.

Adoravo la filosofia, ho una passione viscerale per la lingua inglese e tengo sullo scaffale d’onore il Guglielmino su cui studiavo al Liceo. Scrivo. Raccatto citazioni, frasi e pensieri scritti che mi comunicano qualcosa da mane a sera.
Potrei mai considerare chi studia certe discipline una persona da poco, un idiota, un fannullone?
La risposta è ovviamente NO.

Quello che però ci tengo a sostenere con forza è che, oggettivamente, facoltà come Lettere, SdC o Lingue non richiedono l’impegno che richiede invece Medicina in termini di TEMPO. Tempo, occhio, non “accensione di terminazioni nervose”.
Come dicono in molti, Medicina la fa anche una scimmia ammaestrata. Per comprendere profondamente la filosofia o i collegamenti che sussistono, ad esempio, fra letteratura classica e letteratura moderna, ci vuole un certo tipo d’intelligenza che non tutti hanno. Sull’essere un buon medico non mi pronuncio. Perché quello, con i 30L a Medicina, non c’entra proprio niente.

Prendete una qualsiasi aula studio aperta fino a mezzanotte come molte ne esistono nelle città universitarie. Soffermatevi a guardare i libri di coloro che dopo le 22:00 si trovano ancora lì. Ispezionate gli zaini di quelli che arrivano alle 8:30 insieme ai portieri. Mi dispiace dirlo, ma fra loro gran parte sono medici, scienziati puri, ingegneri, giuristi.
C’è qualcosa di male?
Sono (stata) migliore di queste persone?
No.
Ho solo fatto una facoltà che richiede maggior impegno. Una quota maggiore del mio tempo su questa Terra rispetto a te che fai SdC.

Motivi per cui ciò avviene:
1 – obbligo di frequenza cinque ore al giorno;
2 – tirocini obbligatori a orari indefiniti e spesso molto scomodi;
3 – frequenza nel reparto prescelto (come un tirocinio volontario;
4 – mole di studio materiale indiscutibilmente superiore.

Vorrei proprio che studenti come lo sono stata io comprendessero che Medicina non è una facoltà come le altre, che arriva a plasmare la vita di chi la studia e ad avvolgerla in modo così totalizzante che non ci si può permettere di paragonarla a nient’altro.

Per questo, e per molti altri motivi, sono convinta che tanti di questi studenti quando parlano di studiare tanto non sanno di che cosa stanno parlando e non ne hanno un’idea. E’ un’affermazione profondamente impopolare, lo so, e mi sento male se penso a ciò che mi rimbeccherebbe la gran parte delle persone che conosco se lo dicessi ad alta voce.
Ma i miei coinquilini mi hanno vista, i miei amici, i miei genitori. Tutti potranno confermarlo.
Medicina è diversa. E no, non potete capire.

Proprio come dice questo non medico in questo bellissimo articolo.