“E cerco invano qualcosa da inventare in mutande”

Sai per che cosa mi odio?
Per le ore vuote. Perché ci sono tante cose da fare, da scoprire, da vedere, da pensare. Ma preferisco vestirmi di niente e consumare tutta l’inedia che a volte non riesco a scrollarmi di dosso.
Che tanto poi risorgo.
Sai per che cosa odio la mia vita?
Perché ho fatto troppe cose, eppure troppo poche. Perché tutte le mie uova sono in un canestrino che mi cade ogni tre per due. E io viaggio in un equilibrato disequilibrio, non saprei come altro definirlo.
Sai per che cosa odio il mio passato?
Perché ci sono cose con le quali non riesco a far pace, ma soprattutto cose che hanno condizionato in maniera fortissima la mia personalità di adulta, e vorrei non l’avessero fatto. Vorrei non essere un panzer col senso del dovere sopra ogni cosa. Vorrei, per qualche giorno almeno, riuscire a rilassarmi davvero e smettere di sentirmi perennemente inquieta.
Sai qual è l’aspetto di me che stona terribilmente?
Il fatto che non mi perdono cose che poi son stupidaggini, e sottovaluto veri e propri errori, questioni per le quali dovrei cambiare radicalmente atteggiamento.
Sai cosa mi manca?
Perché io non lo so.

Esatto: non ci sono più.

Breathe in, breathe out.
Non che stia perdendo il lume della ragione, perlamordiddìo.
Oggi è una di quelle giornate in cui non ho voglia di far niente e stare al pc tutto il giorno a contemplare serie tv già viste mille volte, articoli motivazionali nei quali non mi riconosco, e guardarmi in uno specchio senza trovarmi più.

Il lavoro ti cambia, ma ti cambia in un modo talmente subdolo che nemmeno saprei dire cosa non va. Faccio fatica a elaborare il disagio, cosa che invece mi è sempre riuscita benissimo. per prima cosa bisognerebbe che capissi se succede a tutti o è successo solo a me: alcuni dei miei colleghi sembrano aver armonizzato perfettamente la vita lavorativa con quanto faceva parte già da prima della loro vita.
Senza grossi sconvolgimenti, per loro stessa ammissione. Allora perché mi sento come se mi avessero messa sull’ottovolante e non riuscissi più a scendere?
Semplice, ci sono legata sopra. Adoro l’ottovolante, mi piace girare e fare una cosa che mi provoca continui picchi di ormoni surrenalici, sono entusiasta soprattutto da quando mi hanno spostata in Rianimazione, ho avuto quel “segno” che ormai da troppo tempo aspettavo, e dulcis in fundo lavoro anche le 36 ore previste dal mio contratto con i riposi proprio come l’Unione Europea li vuole.
[Doveroso corollario: questa cosa fino ad un mese fa non si verificava: lavoravo una media di 45 ore settimanali svolgendo tante mansioni infermieristiche e ausiliarie che mi stavano portando a un livello di frustrazione che non pensavo nemmeno esistesse. Ero profondamente infelice e avevo riacquistato quel mood iper-melodrammatico cominciando a macchinare rivoluzioni tipo “cambio specializzazione”, “ammazzo qualcuno”, “torno a fare la GM” – che non è Giovane Marmotta, ma Guardia Medica.]
Vorrei anche parlare di quanto quella persona sia il mio specchio, ma davvero,e  di quanto vorrei renderla fiera di me. Di quanto mi piace parlare con lei anche se tralascio in questo modo i miei doveri di brava Specializzanda piccola.

Ma non ne parlerò, perché non riesco a scrivere delle cose belle: devo scrivere di Disagio&Rabbia, come da sempre avviene.

Disagio perché?
Disagio perché manca qualcosa, che non so se sia la serenità, gli amici, le minchiate o la leggerezza. Penso, in una parola, che sia più la leggerezza. Tutti si aspettano che io tiri fuori un brilloccoro da un momento all’altro, o che mi sposi, o che annunci la gravidanza. Tutti pensano che io sia arrivata, finita, esaurita, completa, ormai risolta. Non è così. Sento che mi manca tanto. Avessi a capire che cosa però…
Disagio perché sono un’ignorante e non so i dosaggi della dobutamina, ma ho anche poca voglia di studiarli. O l’ultrafiltro, i cortisonici, i protocolli, e tutto il corrimidietro. Sono pigra pigra pigra e non so bene cosa farmene di tutto questo tempo che ora ho a disposizione.

Rabbia perché?
Perché ho perso la mia profondità e non riesco a perdonarmelo.
Perché assisto a scene di vita, morte e malattia che dal punto di vista umano hanno dell’incredibile e dovrebbero colpirmi, o farmi riflettere, o cambiarmi o non so che, ma semplicemente le introietto senza rifletterci.
Perché pensare mi fa fatica, scrivere ancora di più, imparanoiarmi pure. Escludendo il lavoro, ovvio, dove m0imparanoio circa 15 volte a turno.

No, non riesco a perdonarmelo.
Sono molto confusa.