Esatto: non ci sono più.

Breathe in, breathe out.
Non che stia perdendo il lume della ragione, perlamordiddìo.
Oggi è una di quelle giornate in cui non ho voglia di far niente e stare al pc tutto il giorno a contemplare serie tv già viste mille volte, articoli motivazionali nei quali non mi riconosco, e guardarmi in uno specchio senza trovarmi più.

Il lavoro ti cambia, ma ti cambia in un modo talmente subdolo che nemmeno saprei dire cosa non va. Faccio fatica a elaborare il disagio, cosa che invece mi è sempre riuscita benissimo. per prima cosa bisognerebbe che capissi se succede a tutti o è successo solo a me: alcuni dei miei colleghi sembrano aver armonizzato perfettamente la vita lavorativa con quanto faceva parte già da prima della loro vita.
Senza grossi sconvolgimenti, per loro stessa ammissione. Allora perché mi sento come se mi avessero messa sull’ottovolante e non riuscissi più a scendere?
Semplice, ci sono legata sopra. Adoro l’ottovolante, mi piace girare e fare una cosa che mi provoca continui picchi di ormoni surrenalici, sono entusiasta soprattutto da quando mi hanno spostata in Rianimazione, ho avuto quel “segno” che ormai da troppo tempo aspettavo, e dulcis in fundo lavoro anche le 36 ore previste dal mio contratto con i riposi proprio come l’Unione Europea li vuole.
[Doveroso corollario: questa cosa fino ad un mese fa non si verificava: lavoravo una media di 45 ore settimanali svolgendo tante mansioni infermieristiche e ausiliarie che mi stavano portando a un livello di frustrazione che non pensavo nemmeno esistesse. Ero profondamente infelice e avevo riacquistato quel mood iper-melodrammatico cominciando a macchinare rivoluzioni tipo “cambio specializzazione”, “ammazzo qualcuno”, “torno a fare la GM” – che non è Giovane Marmotta, ma Guardia Medica.]
Vorrei anche parlare di quanto quella persona sia il mio specchio, ma davvero,e  di quanto vorrei renderla fiera di me. Di quanto mi piace parlare con lei anche se tralascio in questo modo i miei doveri di brava Specializzanda piccola.

Ma non ne parlerò, perché non riesco a scrivere delle cose belle: devo scrivere di Disagio&Rabbia, come da sempre avviene.

Disagio perché?
Disagio perché manca qualcosa, che non so se sia la serenità, gli amici, le minchiate o la leggerezza. Penso, in una parola, che sia più la leggerezza. Tutti si aspettano che io tiri fuori un brilloccoro da un momento all’altro, o che mi sposi, o che annunci la gravidanza. Tutti pensano che io sia arrivata, finita, esaurita, completa, ormai risolta. Non è così. Sento che mi manca tanto. Avessi a capire che cosa però…
Disagio perché sono un’ignorante e non so i dosaggi della dobutamina, ma ho anche poca voglia di studiarli. O l’ultrafiltro, i cortisonici, i protocolli, e tutto il corrimidietro. Sono pigra pigra pigra e non so bene cosa farmene di tutto questo tempo che ora ho a disposizione.

Rabbia perché?
Perché ho perso la mia profondità e non riesco a perdonarmelo.
Perché assisto a scene di vita, morte e malattia che dal punto di vista umano hanno dell’incredibile e dovrebbero colpirmi, o farmi riflettere, o cambiarmi o non so che, ma semplicemente le introietto senza rifletterci.
Perché pensare mi fa fatica, scrivere ancora di più, imparanoiarmi pure. Escludendo il lavoro, ovvio, dove m0imparanoio circa 15 volte a turno.

No, non riesco a perdonarmelo.
Sono molto confusa.

 

Non va bene nessuno.

La verità è che crescendo sono diventata una pessima amica: non ci sono mai e quando ci sono parlo di tubi e incannulamento arterioso con ecoguida, o di quanto il mio mondo e quello dei chirurghi siano due binari che non s’incontrano mai, per quanto bisogno ne avrebbero.
Ultimamente i requisiti per essere mia amica ammontano circa ad una decina e devono essere tutti contemporaneamente presenti, il che mi candida a una certa fine come acida anestesista priva di amici. Ma con un fidanzato e un bellissimo gatto grigio ciniglia e bianco.

Sono intollerante e vorrei che tutti facessero a modo mio, che le esigenze altrui combaciassero con le mie e che chi mi sta vicino capisse le MIE enormità emotive, possibilmente possedendone una serie analoga alla mia. Così da poterci mutuamente lamentare e commiserare tuuuuutti in coro.
In parte i miei colleghi soddisfano il bisogno di essere compresa e ragionare di arterie: difficilmente una cena passati tutti insieme non va a finire in discussioni interminabili su monitoraggi, cateteri e altri troiai di sorta. Il problema è che i colleghi non sono (ancora) veri e propri Amici con cui poter scavare in fondo alle contraddizioni di fronte alle quali questo mestiere mi pone quotidianamente.
La Banda, per contro, è divisa in due: B. è come me, solo che lavora in amministrazione in una ditta di nonsoché. questo mi permette di condividere parte delle mie frustrazioni lavorative ed emotive, ma di arterie non se ne parla proprio. BB è presa da altro. E. come al solito ha come unica priorità l’uscire in centro a Pisa, che io mi chiedo COSA CI SIA che ancora non ha visto. Io se esco bramo alcol e la compagnia degli amici di sempre. Voglio ritrovare quel po’ di vita universitaria che ha ancor aun SIGNIFICATO per me, quelle persone che mi vogliono bene e mi fanno ridere.
Questo il problema più grande, e ciò che mi divide da E. e da tutti i miei amici ancora in quella fase della vita (i.e. “il momento del bischero”): per me contano le cose significative. Tutto deve avere importanza, un retroscena emotivo, un valore profondo del cacchio. Altrimenti gnè.
G., invece, sta nel mezzo. Sto incitandola a raggiungermi, a saltare il fosso maledetto della Laurea, perché allora ci capiremo al 100% eliminando quel fastidioso 10% che al momento stona.

In parole povere per essere mia amica devi essere una quasi-adulta mezza disillusa e mezza Peter Pan in cerca della propria stabilità economica e personale.

Che tristezza. Non c’è da sorprendersi se comincio a sentirmi un pesce fuor d’acqua praticamente ogni volta che esco di casa…

Non ci sono più?

Una volta scrivevo tantissimo anche se non avevo niente d’interessante da dire, o meglio, ero in grado di costruire iperboli infinite su UN concetto UNO, che declinavo in ogni modo possibile immaginabile.
Ero brava, anche. In alcune occasioni ho tirato fuori degli scritti molto carini, che ho fatto leggere ad altri, per i quali ho ricevuto complimenti.
Da un po’ non riesco più a scrivere, e questo significa che non penso più. Non mi auto-analizzo, non rifletto sulle cose fino a sgretolarle, non mi tormento più. Questo da un certo punto di vista è abbastanza triste, perché significa che ho DECODIFICATO, risolto, deviluppato parte di me. Non so se il verbo “deviluppare” esista in italiano, spero si capisca ciò che intendo: rendere lineare e comprensibile quello o quell’altro aspetto della mia personalità, prima inarrivabile o talmente contorto da farmi impazzire quotidianamente.
Tante cose che prima erano problemi adesso non lo sono più, tante cose in cui non mi sarei mai spesa adesso fanno parte della mia routine, e mi piacciono. Ad esempio, ho comprato l’Appretto. Che qualche mese fa nemmeno sapevo cosa fosse, e se qualcuno me l’avesse spiegato avrei risposto che io stiro sei volte l’anno, che coincidono tutte con quando devo mettere il camice per andare in qualche corsia.
Faccio parte ad oggi della folta schiera degli Specializzandi, per non dire “di quella manica di poveracci sottopagati e sfruttati dal SSN per tutte le mansioni, da quella del fattorino a quella del Primario”. Questo significa che ho diritto alla lavanderia aziendale, che prende e restituisce periodicamente il mio camice, ogni volta più stecchito e giallognolo. Poco male, tanto non lo uso perché faccio Anestesia e sono destinata ad essere scambiata per Infermiera o Oss fino a quando non mi verranno le rughe, o fino a quando non metteranno il neon sul mio fonendoscopio, che di solito non si addice a portantini e altre figure sanitarie.
Insomma, il camice non lo devo più stirare perché me lo stirano le simpaticone della SO.GE.SI., ma stiro quasi ogni settimana perché il mio ragazzo ci ha le camicie e mica posso rifilarle alla madre. Manco posso permettermi di mandarlo in giro coi vestiti stazzonati, che poi qua a Lucca lo sanno che è il mio ragazzo.
Trovo una certa pace nello stirare, così come nel fare dolci e spulciare GialloZafferano.it, e cose del genere. Anche nel MIO gatto, una bestiolina della quale devo prendermi cura al 100%, vermi e vaccini compresi.
Sono ADULTA, abbastanza stabile, meno autodistruttiva e più serena.

Il rovescio della medaglia è che quella serie di contraddizioni e disperazioni propri dell’età giovanile potrano con sé una profondità del sentire ed una capacità di auto-analisi che credo di aver perso per sempre. Essere un caos totale, fondamentalmente disfunzionali, emotivamente instabbbbbili non significa solo ubriacarsi una sera sì e l’altra sì. Significa anche pensare e ripensare, avere poi un sacco di tempo perché fai l’Università e ciao. Medicina poi, predispone all’autoanalisi efferata, perché uscire non puoi che devi studiare, ma non è fisicamente possibile studiare per TUTTE le 12 ore che passi da sveglia. Quindi, una volta esaurite le serie tv, pensi. Scrivi. Rifletti. Osservi le ombre della serranda disegnare il soffitto. Ascolti tante canzoni per trovare qualcosa che in quel momento manca, e insieme ai pezzi di te trovi mille altri pensieri che ti accompagneranno per molti mesi. Alcuni ancora sono mantra che mi ripeto, perché gira che ti rigira sono sempre io.

Mi manca quella mente incasinata. Quella libertà di potersi analizzare perché i futili problemi emotivi lo richiedono. E’ come se stessi crescendo nella vita pratica ma rimanendo ferma emotivamente.

Non tornerei indietro nemmeno morta, ma non ho ben capito quando e come starò con me stessa d’ora in avanti.
Devo rifletterci sopra, ma quando?

Quando è successo?

Bando alle questioni stilistiche, agl’inglesismi di sorta e alle bellùrie estetiche. Io voglio solo lanciare un appello a reti unificate, potendo parlerei anche su Canale 5, per chiedere quando ceppadiminchia è successo tutto questo.

Per “tutto questo” intendo:

– preferire il pigiama alla tequilasalelimone;
– guardare con disprezzo chi fa la vita da studente e ha la mia età;
– odiare con manifesta veemenza chiunque conduca un’esistenza spensierata;
– affittare un rustico alla prima periferia di Lucca;
– accompagnarmi qualcuno di cui conosco l’intero albero genealogico o quasi, ogni neo, anche il cognome da ragazza della madre;
– sempre l’accompagnarmi, MA… A uno che non mi manda a cagare dopo essermisi fatta enne volte dicendo “non sei tu, sono io”;
– e ribadisco, affittare un rustico alla prima periferia di Lucca, e non per andarci in villeggiatura – che forse sarebbe stato peggio;
– sproloquiare a giornate sane sempre  solo di: orari, turni, infermieri indisponenti, strutturati indisponenti, pazienti indisponenti, colleghi mai inisponenti (love them <3), OSS indisponenti, e tutto quello che può definirsi indisponente in un blocco operatorio ad alto turnover di pazienti – Dio maledica la chirurgia minore;
– le creme di bellezza;
– le creme di bellezza BIO;
– gli affettati di tacchino all’1% di grassi;
– le tasse;
– il commercialista, che io nemmeno so che lavoro è quello del commercialista;
– il turno di 12 ore al posto del Paci 12 ore;
– il fatto di NON studiare;
– le sei di mattina da sobria.
E insomma, non me ne vengono altre. Fanculo.

“The carousel never stops turning…”

Rianimatori e tutto il contorno. [prima o poi edito, giuro]

Ho smesso di fumare. Non credevo fosse possibile, eppure è dal 4 novembre che non tocco sigaretta.
Non si è trattato di un fioretto o qualcosa di simile, perché ho mollato una sera a caso, prima dell’ingresso in Specializzazione, dopo aver comprato un pacchetto da 10 come tante volte ho fatto.

Ho anche deciso d’iniziare a curarmi l’emicrania. Ho prenotato la visita neurologica, iniziato l’integratore al magnesio e un ciclo di massaggi cranio-sacrali che stanno incredibilmente funzionando. Almeno fino a quando non mi sveglierò con la testa spaccata in due come succede regolarmente da tanti anni.

Il mal di testa me lo fanno venire figurativamente un sacco di cose, in primis l’home banking che non funziona. Un cretino che mi graffia la macchina nuova. Scoprire che “è tutto un pagà”, e che essere adolescenti era molto più facile.
Che essere egoriferiti non si può più, perché c’è di mezzo la sopravvivenza, il benessere psicofisico e la felicità di N persone.
Mi viene mal di testa e contemporaneamente mi sale il nazismo di fronte al tempo perso, alle ore mal vissute, alle fiure di merda con gli Strutturati. E a confronto col fatto che, minchia, ho ancora bisogno di studiare un sacco.

M’innervosisce altresì il fatto che ho disimparato a scrivere, anche se non ho mai avuto così tante cose da dire. I pensieri sono infiniti e mi sfuggono per poi tornarmi in mente ma tanto la voglia di sedermi e metterli insieme non c’è, anche perché non ho voglia nemmeno di guardare un film, tanto sono stanca.

Ecco, sono stanca, anche. Non ho bisogno di dire “sono stanca” per parafrasare i “non ne ho voglia”.
Perché io sono stanca, stremata, distrutta fisicamente tutto il tempo. Per cui va a finire che la sincerità sussiste al 100% ogni volta che pacco un’uscita, il che avviene più volte a settimana.
Non è colpa mia, io ci ho sonno.

E poi il Blocco Operatorio, io, lo odio e lo amo.
Odio te, Infermiere di Chirurgia, che hai lo stesso pressappochismo del Chirurgo ma meno voglia di laurearti per poter giungere a tagliuzzare la gente.
Ma ti amo perché mi fai dare un occhio alla flebo che è finita e m’insegni a muovermi veloce e produttiva in Sala Operatoria.
Odio te, Specializzando di Chirurgia che assisti a tutti gli scivoloni e puoi riderne con colleghi miei coetanei, la cui massima responsabilità consiste nel tener fermi i divaricatori e fare suture superficiali, per cui fammi ridere. L’atrofizzazione del tuo cervello sta solo cominciando, ma vedo che procede a passi da gigante.
Ma ti amo, perché come me sei nuovo e devi capire dove puoi arrivare e dove non devi assolutamente avventurarti, e a te posso spiegare come vanno le cose davvero e perché no, quella paziente in sala non posso farla entrare per davvero. Senza le sovrastrutture che riservo solo ai Chirurghi Strutturati. Voi, voi proprio vi odio perché con quell’inutile complesso del Dio avete rotto ogni tipologia di gonade. E no, voi non vi amo, salvo forse quando mostrate quel minimo di umanità che non mi consente di generalizzare sul fatto che siete una categoria d’immondi maniaci self-involved da fare sincero spavento.
Odio te, Tecnico di Anestesia, perché pensi che io sia piovuta nel Blocco direttamente dal Paese dei Decerebrati, per cui ritieni opportuno spiegarmi anche come tagliare i cerotti, salvo poi sparire al momento di preparare la sala o portarmi le lame sterilizzate. COmparsate improvvise invece me le fai al momento dell’intubazione, manovra che NON ti compete ma che inevitabilmente in decenni d’esperienza hai imparato ad eseguire. Che vuoi essere medico anche tu, e allora se a me non riesce subentri. Posso dirti una cosa? C’è una Facoltà, si chiama Medicina e Chirurgia,che bisogna affrontare per avere le MIE competenze, che non sono le TUE. Come diceva Paola, se avessi voluto fare l’Infermiera avrei fatto l’Infermiera. Stessa cosa deve valere per te.
Ma ti amo, Tecnico di Anestesia, quando rispetti il mio ruolo e pari i colpi degli strutturati, perché ne sai più di me e vuoi aiutarmi a non ricevere mazzate inutili. Rispetto te e la tua esperienza, e non finirò mai di esserti grata.
Odio e, strutturato che ti sei dimenticato che vuol dire essere alle prime armi, avere la testa piena di nozioni e logistica tanto da dimenticare lo studio teorico e il vero motivo per cui sei lì. Odio te che sparisci mentre il monitor suona all’impazzata, odio le tue fissazioni che finiscono con l’essere la mia croce, e per finire odio la tua arroganza e il fatto di lavorare per te.
Ma ti amo, strutturato, perché anche con una scorreggia m’insegni qualcosa. M’insegni a intubare, incannulare, regolare il ventilatore, comprendere cosa succede nel corpo del mio paziente. M’insegni a guardarlo in faccia, a osservare l’espansione del suo torace e non solo l'”appannometro, che però è tanto utile.
Mi racconti quella volta che il paziente è andato in asistolia e hai avuto paura, o quando la Testimone di Geova si è lasciata morire ed era notte e tu eri impotente.
Amo la tua esperienza, la invidio, invidio la sicurezza con cui somministri le nostre pozioni.
E amo fare il mio lavoro, nel mio ruolo, nel mio piccolo essere formica tuttofare. Un soggetto spesso vilipeso, ignorato, non trattato come dovuto. Ma che svolge un grande servizio, un BUON SERVIZIO.
Con le sei ora che diventano puntualmente otto.
Col riso freddo che va di traverso.
Con la pacca sulla spalla di un collega, che i miei colleghi sono la mia gioia.
Con le corse per una firma, entra e filtrati, esci e rimettiti il bianco.
Con quel fuoco di cui parlavo un po’ di tempo fa.
Forte, ma forte davvero.

Dei pazienti ne parliamo un’altra volta, perché c’è troppo da dire…

Inizio d’anno e considerazioni di dubbia utilità.

Insomma, alla fine in Specializzazione ci sono entrata, perché così doveva essere. Me lo meritavo e mi piacerebbe dire che ho dubitato di questo, ma non è vero. Ho dubitato fino all’ultimo secondo di riuscirci, ma mai dei miei meriti.
Quindi posso affermare con cognizione di causa che adesso le cose vanno piuttosto bene e mi sento felice. Sto bene come non stavo da un po’, nonostante ciò necessito del’Esorcismo Definitivo di tutti i Mali, sia come promemoria sia perché se non sputo un po’ di veleno mi viene l’orticaria.

Il 2014 è stato forse l’anno più bello della mia vita, eppure per la maggior parte di esso non mi sono sentita felice, anzi:
1) Ho iniziato con una di quelle mezze storie che lasciano dietro solo un incommensurabile squallore e voglia di cancellare tutto perché bleah, per poi buttarmi sulla Pediatria, sulla Medicina Interna e sulla tesi di Laurea. Non sono uscita molto, ho messo solo una tacca sulla cintura proprio perché non potevo esimermi dal farlo per diversi motivi. Ad oggi guardo ai miei coinvolgimenti frivoli d’inizio 2014 con un misto di delusione e rabbia nei confronti di me stessa… Perché, davvero, era strettamente necessario?
Mi sono svilita a inizio 2014 così come tante altre volte, e questo non accadrà nuovamente, anche qualora la relazione con quel povero malcapitato malauguratamente s’interrompa.
Quello che ho capito dei Frank Flannagan è che genericamente non esistono, e quelli che esistono alla fine s’innamorano di te contraddicendo l’idea originale di latin lover senz’anima.
Non esistono uomini senz’anima. Esistono uomini che s’innamorano e uomini che non s’innamorano di te, e questi ultimi solitamente non conoscono divertimento, gioia di conoscere e rispetto.

2) Il periodo della tesi è stato scevro di tragedie greche solo perché mi sono imposta di non spaccare l’ecografo in testa a quella sagoma del mio Relatore, che non è stato certo magnanimo con me. Perché? Non lo so, forse perché non ero bionda, o perché mi rinvenivo poco. Non so se dipendesse da lui, ma ho scoperto di portare ancora i segni di un’insicurezza atavico-adolescenziale che veramente non pensavo. Avevo paura a chiedere e a mostrarmi newbie, pertanto l’ho vissuta male. Anche questo non deve succedere più, perché non c’è niente di sbagliato nell’essere neofiti. Ecco perché, giusto per far pratica, l’altro giorno a lavoro ho tempestato di domande lo strutturato di turno e lo specializzando anziano, che non so come abbiano fatto a starmi dietro tutto il giorno mentre zampettavo per la sala operatoria.

3) Sei mesi a Lucca e tutto ciò che ne consegue. Rientro traumatico fuori da ogni dubbio, adattamento pressoché impossibile e rapporti da rivalutare. Confermo, casomai ce ne fosse stato bisogno, che questo posto mi fa tendenzialmente cagare. Mi sono sentitaprofondamente triste, e sola come non mai, ma credo avesse a che fare con la depressione di fine università e con ciò che stava cambiando dentro di me: non sono più una studentessa, e manco voglio esserlo.
Ma… E questo è un grosso “ma”… Adesso che ho il fidanzato sono inquadrata in quel pool di soggetti adeguati a vivere in questo buco dimenticato da Dio. Dopo il timbro del cartellino settimanale in città ho finito, tanto è freddo e voglio solo stare a letto con Lui, chiccazzomelofafare? Tanto… Cose particolarmente social non ne fa nessuno. Salutino ai suoi amici, ai miei (manco spesso) e poi in branda. Per tutto il resto c’è Mastercard, e Pisa, la Banda (minore d tre!) e tutto il resto dela vecchia brigata universitaria.

Quello che un po’ mi dispiace è che non appena mi sono ripresa da tutte queste cose e ho iniziato a viaggiare serena ho incontrato il malcapitato di cui sopra. Sarebbe stato interessante passare un po’ di tempo ancora da sola sentendomi bene, purtroppo mi duole constatate che è vero quello che si dice: finché non si sta bene con sé stessi al 110% non si può sperare di piacere agli altri.
E ho avuto il culo esorbitante di conoscerlo, baciarlo e dargli una chance anche se avevo il cuore incellophanato ed ero poco disposta a lasciarmi andare.

Ora ho per me una persona che ritengo oggettivamente eccezionale, a parte l’amore.
Il segreto di una relazione duratura credo e spero sia questo: stimare e apprezzare una persona a prescindere dall’innamoramento, che purtroppo non guarda in faccia a nessuno.
E, ovviamente, aver voglia di saltare addosso alla suddetta persona in ogni momento, e ancora una volta a prescindere dalle farfalle nelo stomaco.
Che poi l’amore è una cosa meravigliosa siamo tutti d’accordo, ma stavolta gradirei non avere data di scadenza, per cui ci ho ragionato sopra prima di dire e fare cose chemmammamia.

Che dire? L’anno scorso di questi tempi affermavo “Nel 2014 mi laureo, entro in Specializzazione e mi fidanzo!
Well done.
Mission accomplished.
Sono fiera di me a un livello che ha del paranormale.

2015, non sarai mai all’altezza ma almeno provaci…

Signor Ministro…

All’ On. Sen. e Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini avrei solo una cosa da chiedere ad oggi:

“Signor Ministro, cosa dovrei fare io?”

Stare a ribadire in questa sede la mia carriera accademica è stupido. Stupido perché mi leggono in 10 se va bene, e stupido perché l’avrò scritto ENNE volte che mi sono laureata in tempo e con lode.

Quindi, sinceramente, Signor Ministro, cosa dovrei fare io?

Più che mettermi a lavorare a un mese tondo dall’abilitazione (non prima per incompatibilità di bando della Continuità Assistenziale) e farmi le notti in Garfagnana in culo ai lupi, nel frattempo studiare cose a caso perché Lei manco una bibliografia s’è degnata di darmi?

Mi dica cosa dovrei fare ora che, al secondo scorrimento, risulto ancora esclusa dai 5500 fortunati e/o preparati colleghi che hanno un posto in Specializzazione.
Forse dovrei confessarle, Ministro, che non me l’aspettavo davvero.
Perché io sono brava, Signor Ministro. E, come me, tanti altri sono bravi. Sa perché siamo bravi? Siamo bravi perché la selezione l’abbiamo fatta già. Col test d’ingresso, l’abilitazione, ma soprattutto con i sei teorici anni di Medicina – che per molti studenti si protraggono ben oltre.
Quando avevo 19 anni mi è stato detto che il numero chiuso mi avrebbe tutelata in futuro, perché programmato sulle proiezioni di necessità di Medici nel nostro Paese. Oggi partecipo ad un concorso che basa i suoi esiti su 120 quesiti a risposta multipla e sui titoli attribuibili alla carriera di ciascun candidato.

Ma io sono una ex-studentessa di Medicina, Signor Ministro, per cui non temo le selezioni. Ho accettato la sfida, anche se giunta all’indomani della mia laurea, quando avevo studiato e confezionato il mio curriculum per ben diversi parametri, come da vecchio sistema baronale – Dio lo benedica, a ‘sto punto.
Ho però incassato il colpo, perché vivo in Italia da quando sono nata e conosco il concetto di retroattività delle riforme, così come “l’effetto sorpresa”, col quale ci hanno allenati sin da studenti. Il sistema di tirocinio  mutava, il Professore cambiava, gli ordinamenti pure, ma siamo stati abituati ad essere malleabili e ad adattarci, come brave macchine da guerra per arrivare ad essere chiamati Dottori.

Quello a cui non ero pronta era l’essere surclassata da colleghi con curriculum bestiali, che poi ai quiz hanno totalizzato 5 punti meno di me. Non ero pronta a sostenere la prova di Area Medica che poi era l’Area dei Servizi, e tutti ‘sti cazzi qua.

Più di tutto, m’illudevo di avere a che fare con colleghi Medici, non coi soliti studentelli arrivisti che pensavo di essermi lasciata alle spalle. Su questa pagina, la MIA pagina, poche settimane fa ho scritto che provo antipatia per coloro che si sentono il Fuoco Sacro della Medicina dentro, quelli che ti risultano leziosi e iperglicemizzanti quando parlano di etica e di poveri pazienti malati.
Alla fine scopro, Signor Ministro, che il Fuoco Sacro ce l’ho proprio io. Io che, Lei non mi conosce, ma sono talmente acida da far sembrare basico un cesto di limoni. Io, che Medicina l’ho fatta per curiosità insana e morbosa verso la Macchina che è il corpo umano.
Il Fuoco Sacro non è farsi la foto col fonendoscopio e il bambino di colore o andare ai convegni sull’infibulazione nel Medio Oriente.

E’ quel senso di orgoglio che t’impone di non portare per il CULO migliaia di persone che hanno vissuto dinamiche simili alle tue, quel RISPETTO che la Laurea in Medicina e Chirurgia non ti consegna automaticamente insieme alla possibilità di curare le persone.

Ed è un peccato, Signor Ministro, che Laurea e coscienza di classe non siano recapitati in pacchetto unico e non scindibile. E’ un peccato perché, ad oggi, non sono in grado di valutarmi come Medico perché so per certo che davanti a me ci sono molti “colleghi” imbroglioni, che stanno lì perché al concorso hanno potuto copiare a mani basse.

Io incolpo Lei e tutti coloro che questo concorso l’hanno organizzato, per il palese menefreghismo che evidentemente sottende la scelta delle modalità logistiche e organizzative.
Mi sorprende la sua totale indifferenza al problema, il suo continuo far orecchie da mercante di fronte a responsabilità morali che sono Sue e nient’altro che Sue. Vorrei che comprendesse che atteggiamenti di deresponsabilizzazione sono possibili solo nella Sua posizione ed in poche altre, perché noi Medici non possiamo mai deresponsabilizzarci di fronte al dolore e al danni arrecato al prossimo. Non siamo nella posizione, anzi, spesso ci accolliamo anche colpe non nostre.
Noi, se scambiamo per una “grave anomalia” due esami del sangue, rischiamo anni di processo e forse di reclusione.

Le chiedo cortesemente di darmi qualche idea su cosa dovrei fare dato che non ho potuto firmare il mio contratto con la Continuità Assistenziale per i mesi di Novembre e Dicembre, dato che non potevo sapere in anticipo se sarei stata Medico Specializzando o no.
Io sono Medico, e voglio FARE il Medico.

E sa, Signor Ministro, sono molto abbattuta nel leggere quotidianamente i post di gioia e festa su Facebook pubblicati da tanti miei colleghi che ce l’hanno fatta.
Perché meritavo di farcela anch’io, e non mi sento in queste vesti adesso. A casa ad attendere la possibilità di lavorare, l’esito di un ricorso. A sfogliare le pagine del Foundation Program inglese pensando che probabilmente la mia carriera non sarà qui ma in Regno Unito.

Signor Ministro, me lo dice lei cosa devo fare o no?

Ho ventisei anni, sono Medico con lode e abilitata, voglio fare l’Anestesista.

Come la mettiamo?

Cordiali saluti,

Dott.ssa Gioia Grazzini