E’ venerdì.

 

You and your sweet smile
You and your tantalizing ways
You and your honey lips
You and all the sweet things that they say
You and your wild wild ways 
One day you just up and walked away 
You left me hurting

But I can forgive you for that now
You taught me something 
Something took half my life to learn 
When you give all yourself away
Just tell them to be careful of your heart

Be careful of my heart, heart
Be careful of this heart of mine
Be careful of my heart, heart

It just might break and send some splinters flying 
Be careful of my heart, heart
Be careful

You you you 
You you you 
You you you 
Took my love 
Thought you took it all

You you you
You you you
You you you
Took my love
And now you’re gone 

But I’m not breaking down 
And I’m not falling apart 
I just lost a little faith 
When you broke my heart
Given a chance I might try it again
But I wouldn’t risk it all this time

I’d save
A little love for myself
Enough for my heart to mend 
A little love for myself
One day I just might love again
One day some sweet smile might turn my head
One day I just might give all myself away
One day
One day
One day

(Tracy Chapman – Be careful of my heart)

Sigaretta IN CAMERA, Tracy in sottofondo e quiz di Neurologia. Also known as: rock bottom.
Ma la prendo con ironia, domani è un altro giorno.

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Ne hai di tempo da perdere.

E’ bello cazzeggiare. Così bello che penso potrei farci un abbonamento semestrale…
E’ bello anche ridere di sé stessi nel rendersi conto che lo studio, quando non è obbligo ma piacere, torna come leitmotiv(si scrive così?) delle giornate. Come una droga della quale non si riesce a fare a meno. Il “che vuoi farci, sei nata per questo” mi riempie di un orgoglio strano, quell’orgoglio del quale a tratti ci si vergogna perchésseiunanerddelcazzo.

E’ bello avere tremila aspettative e giocare ogni volta con la propria serata. Young and wild and free a fare ciò che mi piace. Bere, sostanzialmente, e ballare come una deficiente in modo poco bello alla vista. Degenerare.
E’ bello anche capire che nel proprio degenero si è sempre fieri del modo in cui si è degenerati. Il modo tale per cui resta sempre una grande performance da raccontare a mesi di distanza in cene, aperitivi e momenti conviviali. Fare il proprio show e sentirlo ri-raccontare ad oltranza perché è stato memorabile.

E’ bello avere tempo per pensare a un mare di puttanate, riscoprire interessi, spalmarsi creme e lozioni sul corpo e dedicarsi a sé stessi.
E’ bello anche prendere contatto con la parte più scabrosa di sé ed andarne fieri, scoprire che c’è un piccolo Bukowski ubriacone, sfigato e misero dentro ognuno di noi che ogni tanto necessita di fare capolino.

E niente, è bello bello bello.

[tamarritudine is in me]

Ma quanto sei radical?

Ci scommetto che prima di me non t’è mai capitato così
che ci provo in pubblico e ti bacio qui tra la gente nei viali o nei bar
ti tocco il culo e poi ti stringo un po’ tu che ridi che dici di no ti arrabbi piano mi
spingi un po’ in là
Ma dove trovi più un pugno simile che se rallenta e ti sfiora ti fa stare così bene ti senti splendida
perchè brilli di più e con me sei droga autentica che fa stare così bene ti senti splendida
Ho scoperto che se stringo un po’ dai tuoi occhi escono lacrime
ti insegno a piangere malgrado tu sai far ridere forte di me se faccio il pugile quando in realtà
basterebbe ballassi con te per annegarci di felicità
Ma è che se guardo giù c’ho le vertigini mi mandi in alto tesoro se mi guardi così e quassù mi manca l’aria
e salire di più non so che succederà perso nel blu con te droga autentica che fa stare così bene mi sento splendido
se mi guardi così quassù mi manca l’aria.

Nobraino – Bifolco

In fin dei conti.

“In fondo è scontato, automatico e naturale. E’ lineare, è come dev’essere: una questione di sopravvivenza. Abnegazione o continua negazione a seconda del punto di vista. E schiena dritta verso un futuro che vedo brillare e non brillare  a fasi alterne. Testa alta, in culo agli sbalzi d’umore e le crisi uterine più  svariate.
Cammino e lotto contro ogni spigolo, ogni vicolo ed ogni angolo di questa città.
E’ semplice, non c’è discussione: tu per me non esisti. Non ci sei, ecco tutto.
E non importa il fatto che ogni tanto mi senta come se si stesse strappando tutto.
Quando mi rendo conto che sono proprio queste e strade che percorro ogni giorno, quasi combattendo contro la mia stessa insofferenza…
Quando mi rendo conto che abiti ancora  in questo modo violento dentro di me…
Quando mi rendo conto che non piango più.
Non importa semplicemente perché sto camminando e mi sento una forza immensa addosso, non so nemmeno perché.”

Qualcosa dalla testa di qualcuno #2

Quella sarebbe stata una mattinata come tante altre. Alessandro si svegliava presto da più di tre anni, da solo e senza sforzo. Era una di quelle persone che riescono ad essere sveglie ed attive dormendo anche molto poco. E poi era uno studente modello. Di quelli che non mancano nemmeno un appello, di quelli che si chiudono in casa all’avvicinarsi dell’esame. Di quelli che riescono a far fruttare al massimo ogni minuto sui libri.
Si rigirò tre minuti nel letto e poi decise di poggiare i piedi per terra e andare a farsi un sacrosanto caffè. Lezione, biblioteca, pranzo, lezione. Un giovedì senza particolari problemi, il frigo pieno e voglia di cimentarsi negli splicing alternativi, gli anticorpi chimerici ed un sacco di altre cose che la specialistica che aveva scelto poteva offrirgli. Certo non è il massimo lasciare la propria città universitaria per trasferirsi in un altro ateneo dopo la laurea triennale. O meglio, è il massimo: nuove opportunità, ripartire da zero, conoscere gente nuova… Ma gli amici di Perugia gli mancavano. Proprio la sera prima aveva partecipato via Skype ad una loro cena col risultato di sentirsi ancora più triste dopo aver staccato la chiamata perché loro avevano in programma di uscire.
La situazione era in realtà abbastanza stazionaria da quando era arrivato, non fosse stato per le svariate informazioni non richieste delle quali il suo cervello si trovava quotidianamente infarcito.
Il suo coinquilino, per esempio, era il modello base dell’essere umano. La sua mente era incredibilmente semplice e fluttuava dalle donne che passavano per casa agli esami poggiandosi, al massimo, su cosa cucinare per cena.
L’altro ragazzo con cui viveva, invece, doveva avere qualche disturbo di peronalità perché ascoltarlo era come trovarsi in mezzo fra due stazioni radio: pensieri veloci, una mente dinamica e brillante. La cosa strana era il suo pensare “mi sto arricciando il rasta, mi sto arricciando il rasta” mentre effettivamente stava con lo sguardo perso nel vuoto a giocherellare con uno dei suoi dread.

Se c’era una cosa che Alessandro aveva capito era che non si dovrebbe mai supporre cosa un’altra persona stia pensando. Marcello infatti a tratti sembrava profondamente assorto, mentre magari stava riflettendo su quanto fumo comprare.
A volte, invece, lo sentiva formulare ragionamenti al limite dell’assurdo mentre cucinava fischiettando.

Si ripromise di non fare mai più pronostici su carattere e modo di riflettere degli altri. Tanto è inutile.
Marcello aveva stranamente preparato il caffè nella macchinetta grande.
“Ohi frà, ce n’è in più, lo prendi?” – disse leccando la sigaretta mattutina.
“Certo Marc, grazie!”
“Allora, che hai fatto?”
“Che ho fatto quando?!”
“Ieri sera, che sei tornato con una faccia da beota che volevo chiederti chi è il tuo pusher?!”
Accese la sigaretta e si stravaccò su una sedia poggiando i piedi su quella accanto.
Quanto era figo in quelle sue pose plastiche?
Marcello era uno che non aveva bisogno d’impostarsi o di studiarsele, le mosse. Marcello era una di quelle persone intrinsecamente eleganti, anche se a volte la sua testa puzzava come cento stalle, perché si sa, i rasta puzzano per antonomasia.
Attaccò a giocherellare con un bullone che aveva infilato in un dread guardandolo in attesa di una risposta.
Doveva avere proprio la faccia sconvolta la sera precedente. Si era infilato nel letto senza neanche spogliarsi conscio del fatto che in qualche modo quella storia della lettura della mente l’avrebbe mandato alla neuro.
Tutto ciò perché aveva provato a sperimentare questa insolita capacità in un momento di pausa. Si era seduto con la proverbiale sigaretta home-made sulla panchina che dava sul giardino. Appena tentò di penetrare la mente di una matricola seduta sulla panchina di fronte dentro di sé scoppiò la guerra del 15-18: sembrava che tutti i presenti nel raggio di 100 metri gli urlassero contemporaneamente.
Per cinque orrendi minuti credette di non poter spezzare quel flusso cacofonico di frammenti altrui e stette come un autistico a premersi le tempie. Poi un fotogramma indistinto di Elena, la quale fra quelle voci o non era presente o non aveva potuto distinguerla, gli fece perdere la concentrazione su quanto stava avvenendo.Da lì in poi, il silenzio.
Come aprire il portone di una discoteca e chiuderlo in un rapido scatto. Il casino smbrava essersi rintanato da un’altra parte. Inudibile.
Tornò a casa terrorizzato.
Decisamente: non ci aveva ancora capito niente.

Qualcosa dalla testa di qualcuno.

“Sembra che in ogni momento riesca a leggere la mia mente!”
… E, in effetti, era così. Alessandro non aveva mai chiesto niente, né al destino né ai diversi dèi nei quali non aveva mai creduto. Eppure molto spesso sentiva quanto avveniva intorno a lui. E la cosa più fastidiosa era che gli capitava per caso, quando in aula studio non fissava il proprio pensiero su niente, ma si trovava immerso in quella serie di pensieri inutili di quando non si ha voglia di mettere gli occhi sul libro. Solo che, quando non pensava distintamente a niente, improvvisamente i cazzi degli altri si materializzavano cristallini nella sua scatola cranica.
C’erano stati decine e decine di film in proposito. Serie tv, kolossal, libri, ciarlatani. Ma a lui accadeva davvero, e davvero temeva di poter esser giudicato pazzo o maniaco, anche se era sempre sé stesso, solo… Sentiva la vita degli altri attraverso brevi e, talvolta, fortuiti scorci.
Quel giorno era particolarmente difficile concentrarsi sui libri, specie pensando alla scollatura di Lavinia due tavoli più in là.
Eppure ad un certo punto tutto si fece ovattato…
“…non mi guarda, è inutile!”
Ancora. Un altro pensiero inassociabile ad una faccia o ad una voce.
Nei film il malcapitato che scopre di avere questa chiavica di potere si gira verso la persona che crede di aver sentito parlare, inorridisce ed al successivo cambio di scena è già consapevole del proprio dono, ma soprattutto di come usarlo.
No.
Alessandro non conosceva nessuno in quella città. Non era in grado di associare voci a facce, per cui l’opportunità di entrare nella testa altrui non gli sembrava altro che una colossale fregature.
La prima persona con cui riuscì a fare un’associazione, solo perché Elena alla macchinetta del caffè si stava preoccupando che l’amica non avesse capito che anche lei era attratta dallo stesso tizio che sedeva sempre nei tavoli centrali .
E poi Elena aveva parlato.
Allora era lei.
La conobbe dopo aver conosciuto alcuni dei suoi pensieri più idioti un giorno agli armadietti, quando lei fece piombare un tomo di Scienza dei Materiali ai suoi piedi proprio mentre stava riponendo le borse.
“Scusami, oggi è proprio un disastro!”
Alessandro,  che non aveva mai rivolto parola a nessuno, si guardò bene dal fare una battuta brillante ed invitarla a prendere il caffè per non sembrare un mandrillo, ma sorrise e disse:
“Figurati, è niente rispetto a quanto combino io di solito!”
Un paio di giorni dopo Alessandro stava sulla porta assillato da un capitolo di letteratura francese che la ragazza sul muretto affianco stava ripetendo con incredibile concentrazione. Fumava una sigaretta tutto quieto, quando Elena si avvicinò e, sfilandosi le cuffie, lo salutò e gli chiese se gli andava un caffè.
Dopo trenta minuti di caffè più sigaretta più varie ed eventuali udì distintamente nella testa della ragazza il pensiero felice di una nuova conoscenza entusiasmante, la conoscenza dello studente di Biologia Molecolare che sembra legga la mente.
Niente sarebbe più stato lo stesso, e forse quella disgrazia del penetrare la mente altrui non era così male, dopotutto.

Let’s give it a try: CHERRYBOMB REVIEW

Prima prova sbadata di recensione.

Stranamente non un telefilm. Ganzo, perché nel post precedente annunciavo a gran voce un telefilm blog.
Si tratta di una scoperta casuale che ben concilia due aspetti imbarazzanti del mio stanco cervello emotivo: la mia nerdaggine Harrypotteriana e la tv series addiction.
Da questo cocktail letale è uscito il bisogno quasi fisico di buttare un occhio a Cherrybomb, pellicola inglese del 2009 della quale si può leggere qualcosina qui .
In Italia non è ovviamente uscito per cui ho dovuto sorbirmi lo strazio di sottotitoli in inglese fatti coi piedi – a voler fare un complimento –  ed è stato un listening and comprehension particolarmente arduo.

Ci si chiede perché Gioia – drogata di telefilm modello postadolescenziale prevalentemente americano – sivada a cercare un filmone inglese del quale nessuno sa un piffero nulla, non sottotitolato in italiano e nemmeno recensito con troppe stelline e stellette.

CAUSA SCATENANTE: Robert Sheehan. Cioè, questa creatura:



Ovviamente conosciuto attraverso Misfits, TF nel quale interpreta l’immortale Nathan Young… Amore e devozione, non necessariamente in quest’ordine.
Sheehan, quindi, ultimo eletto fra “gli Uomini dei quali partorirei volentieri la prole”. Non solo per il suo essere figherrimo.
Questo ragazzo recita. Oh, se recita. Pretendo di vederlo a teatro o in un ruolo un po’ meno wastedbritishyouth prima di consacrarlo definitivamente, ma si è avvicinato alla top five degli attori più comunicativi che io conosca.
Cosa faccio all’ultima puntata della seconda serie di Misfits? Apro la 3×01, come si conviene. Mi rendo conto che R.S. è uscito dal cast, non ha firmato per la terza stagione. A quel punto, per evitare di scoppiare in un pianto disperato guardo che diamine ha fatto d’altro questo Cristo, perché mi sono innamorata della sua gestualità e non posso vivere senza di lui.

E ti scopro ‘sto Cherrybomb.
Sorpresa sorpresa, in ‘sto Cherrybomb recita anche il sottovalutatissimo Rupert Grint. Ora, tanto per capirci: Ruper Grint NON è questo:

…Rupert Grint è QUESTO, direttamente dal sito”aiutamiadirefigo.org”:

Cos’è Cherrybomb?

Cherrybomb è un film del quale mi piace un casino il cast, il titolo e l’atmosfera.
Bisogna amare il “grigio inglese perpetuo” per apprezzare questo film. Bisogna essere avvezzi al concetto di gioventù che i britannici tendono a propinare fino alla nauesa come in Skins.
A mio avviso non ci sono cazzi: bisogna amare lo UK.
Poco convincente la biondina Kimberley Nixon, sarà perché le anglofone o sono nere, o sono Kelly di Misfits o mi rimangono sempre un po’ impersonali.
La bionda Michelle(K. N.) sta lì e si fa guardare, non cattura con la sua interpretazione. I ruoli scontati di questa trama devono essere illuminati da un je ne sais quoi degli attori, e la ragazza a mio parere non riesce bene in questo.
Come styling la signora non ha niente di più di ciò che si vede in Skins seconda generazione simil-Emily e Kate Fitch. Roba dell’altroieri, ma magari è così che si vestono i ggggiòvani britannici, che ne so io. Magari il suo personaggio andava al di là di quello. Magari erano più fatti dei costumisti di Lucy Hale.
Menzione speciale “are you fuckin’ kiddin’ me?!” per:
1 – calzini scozzesi viola SOPRA le calze nere con abbinato stivaletto alla caviglia
2 – maglia bianca che io non ci andrei manco ad imbiancare casa  SOTTO un vestito nero a paillettes.
Ho dimenticato di mentovare il fatto che la tizia sembra un cotechino nella scena della piscina, quando lemme lemme si limona Malachy(Rupert Grint).

Mi dispiace che Rupert di fronte a Robert SCOMPAIA, peccato perché in Harry Potter l’ho trovato diecimila volte meglio di quel tonno di Radcliffe che è riuscito a conferire l’anonimato a un personaggio letterario forte come Harry.
Rupert DOVEVA essere l’Eterno Secondo nelle pellicole tratte dalla saga, e mi dispiace che faccia la stessa fine in questo caso.
Comunque sia trovo che la sua sensualità da roscio inglese crei con quella di Robert un effetto sinergico favoloso che pervade tutta la storia e le dà un valore aggiunto.

Per i signori gli stylist si sono impegnati assai, devo dire con ottimo risultato.
Lo stile pseudo-magnaccione elegante sopra e jeans sformato e scarpedelcazzo di Rupert l’ho trovato molto sensuale e perfettamente complementare alle Vans a pallini + calzino giallo + maglietta hipster “quantoso’bono” di Rob verso 1/3 del film.
E poi, ommioddio.
Gli hanno messo una giacca col risvolto leopardato.
Io lo amo.

S’è capito che ‘sti due insieme, sogno erotico a parte, sono una rivelazione cinematografica.

**********************SPOILER ALERT***************************

Insomma, che succede fra questi soggettoni?
E’ il classico LORO sono amici, vedono LEI, la strabaccagliano e dopo qualche scena di will they? won’t they…? si dà il via alle danze.

Nota a margine: i due disgraziati passano una serata a litigarsi questa biondina insipida, lei ha il coraggio di tirarsela.
Da dove vengo io un ragazzo dopo tre secondi che fai la preziosa ti manda a spigare con un moccolo seguito da un “Non ce l’hai mica solo te!”
…No.
I due figlioli le restano appresso manco fosse questione di vita o di morte. Il colmo è che la Cretina non propone un threeway istantaneo. Non ringrazia la Madonna per tutto quel ben di Dio. Non piange dalla gioia.
Dice loro sul muso: “mò vediamo”, poi la scena finisce.

Non a tarallucci e vino, ma a botte perché il paparino di Luke(Robert Sheehan) entra strafatto a rompere le uova nel paniere.
Evvabbene.

LORO hanno storie diverse: Luke ha una famiglia che gli inglesi definirebbero “a total fuck up”, mentre quella di Malachy sembra più che normale, tipo Mulino Bianco – rottainculo.
Il DI LEI PADRE predilige le ragazzine.
LEI incerta su quale scegliere fra LORO, va a finire che s’incazza col padre fondamentalmente perché è un porco e poi il resto è veramente troppo spoiler.

In sintesi, il film ha poco, veramente poco da offrire a parte il genio espressivo di Rob e Rupert.
Ma me li ha fatti adorare ancora di più.

Tre stelle su cinque per questi due geni.

Per il resto se mi vedevo una puntata di Skins – nemmeno una delle migliori – era più o meno uguale.

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