Esterofili? Ciao, ma ciao proprio.

Non posso continuare in questa fase di blocco dello scrittore(scrittore? Vabbè…) che interrompo solo da ubriaca sull’urgere di robe sentimentali che meno interessanti non si poteva.
Per cui da oggi riparto, ma non da me.
Riparto da un post della Cocchi che mi ha colpita particolarmente e ben si adatta ad alcune di quelle che sono le mie attuali frustrazioni. O meglio: le declinazioni che le mie sempiterne frustrazioni stanno in questo periodo assumendo, il che è un po’ diverso.

Riparto col rispondere alla Cocchi perché ho bisogno di una traccia per continuare a nutrire questo spazio che una volta mi piaceva, mi piaceva su Splinder…

***Pausa: tiro giù il cielo dalle bestemmie ricordando quel maledettissimo giorno in cui ho perso l’email che comunicava la chiusura di Splinder, tipo Roberto in Berlinguer ti voglio bene, per intendersi***

…più che su WordPress, non lo sento ancora mio, eppòi mi manca il filo comune con la gioiakerplunk del duemilacinque. Duemilacinque, ci rendiamo conto?

Insomma, il post della Cocchi mi trova d’accordo dal punto di vista della correttezza e dell’onestà intellettuale ma non riesco ad accettare completamente ciò che scrive perché sto dalla parte opposta. Sto dalla parte di quelli che non tollerano l’esterofilia ad ogni costo ed il sentir definire tutti LAVORATORI o ARTISTI o DOTTORI, come peraltro si dice in questo articolo, con un intento ben diverso però. A pensarci c’entra poco, ma è interessante e funzionale a dove voglio arrivare.

Per esperienza purtroppo ci credo poco a chi prende e va a *nome di qualsiasi capitale, il più delle volte europea, il più delle volte Londra* a “lavorare”, oppure a “guardarsi intorno”. Cacchiotiguardiintorno? Bah.
Come dicono gli Afterhours, “ci sono molti modi” per fare ciò:
Hai diciannove anni e vuoi imparare l’inglese e prenderti del tempo per capire quale università è meglio per te e se è il caso o meno di proseguire gli studi. Hai ventitré anni ed hai finito la triennale, stesse motivazioni. Ok, sei un figo, stai facendo un’esperienza che ti sarà utilissima in un momento in cui è sacrosanto farla e ne può uscire solo qualcosa di buono.
Diventi l’Idiota SE dopo sei mesi tutto quello che hai imparato è dove sta il più vicino off-license, che il Fabric il venerdì fa la serata che ti piace, qual è il pusher di fiducia in zona. Non necessariamente in quest’ordine. Significa rimanere nello stesso torpore post-adolescenziale da Playstaton e baretto che ti contraddistingueva a Orzignano Pisano, non stai facendo altro. Svegliati.

Per il resto l’aver fatto il kitchen porter o il cameriere non ti rende migliore di nessuno. Ti rende semmai più vicino all’idea che vuoi avere di te stesso, il che è sacrosanto, ma non rompere l’anima a me che sto qui e ci sto bene.
Come ha scritto non mi ricordo chi nei commenti al post al quale mi sto riferendo, a volte l’esterofilia è solo un’altra faccia del provincialismo.
Il provincialismo peggiore non è quello ingenuo ed ostentato ma quello di cui non si è consapevoli, che porta a d errori di pensiero clamorosi e fa saltare i nervi a chi, di certi discorsi da bimbetti, proprio non ne può più.
E quella sarei io.
Francamente tutto questo amore per quello che viene da fuori e parla un’altra lingua lo capisco fino a quando non porta a svalutare a priori il proprio paese ed il proprio contesto. Come se fosse una colpa star bene dove si sta. Come se fosse da sfigati crescere con le stesse persone conoscendone di nuove nel frattempo. Come se non potesse vivere senza aver visto Melbourne o il Sudafrica.

Che poi a volte diventa anche un argomento antipaticissimo da disquisire: voglio dire, a me piacerebbe un botto fare queste cose:

…Ma mi piace un botto studiare Medicina too. Inoltre… Himalaya? Asia? Bah. Vorrei che tanti miei amici rosiconi nei confronti di chi s’è girato il mondo capissero che i casi sono due:
1 – O la persona s’è fatta il culo icosaedrico per ANNI prima di potersi permettere una roba del genere(vedi il mio amico Matteo, che ha 30 anni, lavora a Perth ed è fuori dall’Italia da mò).
2 – Alternativamente sono stronzetti pieni di vaìni(soldi), che il mio babbo non ce li ha tutti quei vaìni e manco li vede col binocolo. Ed anche se ce li avesse col cacchio che li darebbe al mio bel visino per scarrozzare il mio deretano in giro per ostelli e foreste pluviali.
Sono fermamente convinta del fatto che viaggiare NON costituisca diritto inalienabile. E’ un diritto che, se desiderato, va conquistato. La vita non è facile per tutti e forse la rosicona sono io, che in Thailandia per sport non ci posso andare pur non essendo figlia di un netturbino.
Ma sono convinta che di regali ce ne debbano essere pochi e che tutti, nessuno escluso, debbano inserire viaggi ed esperienze in generale(università, lavoro, lutti, amicizie, corsi di ricamo, acquagym, volontariato, sport, sesso) in un contesto ben ragionato e viverli nel rispetto delle priorità ed aspettative altrui e con animo sempre teso al miglioramento di sé stessi.
Non parliamo dei sedicenti “artisti”, poi, che mi parte un embolo*.

In definitiva, che tu ti addormenti in  un ostello di Bangkok, su un albero, in un monolocale a Mayfair o nel tuo letto di bambina a San Pietro a Vico(Lucca, Toscana)  l’importante è aver vissuto quel giorno da brava e bella persona. Non esser passato sopra gli altri, non aver sfruttato i genitori per sopperire alla noia o alle tue mancanze interiori, non aver vissuto nell’inedia, che è la peggior cosa e ti accompagnerà sempre, ma proprio sempre.
Anche in Cappadocia sulla mongolfiera col più bel paesaggio di fronte… Una persona misera resta misera.

Life’s what you make it.

*Una cosa però DEVO dirla, e magari meriterà un post a sé stante: Rosicate da mattina a sera che noi medici siamo boriosi e presuntuosi e che ci sembra di farci il culo solo a noi, ma voi passate le giornate fra divano, tivù e tromboni? Per piacere. Fare l’artista è ben più complicato rispetto a fare il medico. Ci vogliono degli attributi che io me li posso sognare la notte, ma non li avrò mai. Ci vuole la costanza di lottare molto spesso contro i mulini a vento, contro una sottocultura imbevuta da gente che vi ruba il nome e svaluta la vostra professione.
Uno che studia e produce costantemente Arte chiamiamolo artista, gli altri lasciamoli alle loro canne, ma che non pretendano alcun riconoscimento. Perlomeno da parte mia.

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Cos I don’t shine if you don’t shine.

Stanotte ho deciso che scrivo perché posso farcela ad arrivare in fondo ad un post di senso compiuto.
Dopo un po’ di tempo passato interamente ad imparare le discipline ginecologiche ed ostetriche mi sono sentita in grado di riprendere le redini della mia vita sociale praticamente inesistente e, udite udite, HO FATTO SERATA.
Sono ubriaca a cantare Bryan Adam e sono le cinque passate. Sono tornata a casa col mio coinquilino alla “reggimi che ti reggo”, come fanno igggggiòvani e tutto il corrimidietro.
Io che non vado manco a mensa perché il tempo che passo in fila preferisco impiegarlo cucinando a casa. Io che è un mese che ho a schifo l’umanità tutta. Io che vivo in pigiama 24/7.

Io che una polaroid vorrei averla scattata in tutto questo tempo. Ci sarebbe stata bene, almeno non avrei solo “pictures on my cell phone, memories in my head now“. Io che sbrocco e proprio non ce la faccio perché mi pare tutto troppo grande.
Vorrei poter dire che non volevo essere acida, ma tanto dentro di me lo so che la mia intenzione era esattamente quella. Ho voglia di fare i capricci eppure sembrare grande, matura e superiore a certe cose. Ho voglia di picchiare e fare un male cane.
Mi fa un male cane, praticamente tutto, ma sono anche felice.
Vorrei essere meno stupida e capire, realizzare quanto questa notte sia stata stupenda, quante cose meravigliose mi gironzolano attorno, quanto senza volerlo “me stessa” sia al centro del mio universo. Poi qualcuno mi ha detto “vedessi quello che vedo io in te“, e vabbè, ho finito di parlare. Splendido.

Però, porca troia.

Tu, forse non essenzialmente tu
un’altra, ma è meglio fossi tu 
hai scavato dentro me, e l’amicizia c’è 
Io che ho bisogno di raccontare 
la necessità di vivere rimane in me 
e sono ormai convinto da molte lune
dell’inutilità irreversibile del tempo 
mi scegli alle nove e sei decisamente tu 
non si ha il tempo di vedere la mamma e si è già nati 
e i minuti rincorrersi senza convivenza 
mi svegli e sei decisamente  tu.
Tu,  forse non essenzialmente tu 
un’altra, ma è meglio fossi tu 
e vado dal Barone ma non gioco a dama 
bevo birra chiara in lattina 
me ne frego e non penso a te 
avrei bisogno sempre di un passaggio 
ma conosco le coincidenze del 60 notturno 
lo prendo sempre per venire da te 
Tu, forse non essenzialmente tu 
e la notte confidenzialmente blu 
cercare l’anima.

(Rino Gaetano – Tu, forse non essenzialmente tu)

Il diabete canzonogenico.

I could be staring at somebody new
But stuck in my head is a picture of you
You are the thunder, I was the rain
I wanna know if I’ll see you again
I said I love you, you said goodbye
Everything changes in the blink of an eye
It’s been a while, I still carry the flame
I wanna know if I’ll see you again
See you again, see you again
Want you to know, what you mean to me
What will it take, take you to see?

I could put a little stardust in your eyes
Put a little sunshine in your life
Give me a little heart and feel the same
And I wanna know if I’ll see you again
See you again

I’ve seen that before, cause you’re not even there
I’m writing this song and you don’t even care
Throw me a lifeline and open my door
And pick up my heart that you left on the floor
On the floor, on the floor
Want you to know, what you mean to me
What will it take, take you to see?

I could a little stardust in your eyes
Put a little sunshine in your life
Give me a little heart and feel the same
And I wanna know if I’ll see you again
See you again
Call me all the time is rushing by
And all the little things we leave behind
But even that do, is a little bit of me, a little bit of you
When will I see you again?
When will I see you again?
When will I see you again?
When will I see you again?

I could put a little stardust in your eyes
Put a little sunshine in your life
Give me a little heart and feel the same
And I wanna know if I’ll see you again
See you again
I could a little stardust in your eyes
Put a little sunshine in your life
Give me a little heart and feel the same
And I wanna know if I’ll see you again
See you again
Call me all the time is rushing by
And all the little things we leave behind
But even that…do, is a little bit of me, a little bit of you
When will I see you again?
When will I see you again?

Ci sono poche canzoni che mi addolciscono in questa maniera. Ho bisogno di riscoprirmi acida, o perirò come la più Donnetta fra le Donnette. Meglio pensare a Walder Frey così riprendo quella verve incazzosa che è sempre meglio di ‘sto stato d’animo romanticoso.

Sbagliato.

A me le strade dove ci si ammazza hanno stufato.
A parte la main road. La Mia Strada che mi sta mandando ai pazzi ma non svolterei da nessun’altra parte. Intendiamoci.

Solo che a volte mi distraggo e prendo sentierini sghembi laterali, che sì, corrono paralleli al mio ma mi rallentano, mi fanno cadere cento volte e va a finire che la Mia Strada mi rivede con qualche livido e un po’ più cinica ed incazzata. Ma mai meno vogliosa d’arrivare.
Ecco, quei sentierini inutili dove ci si sbuccia le ginocchia io non li voglio più imboccare.
Può sembrare inverosimilmente IDIOTA, ma in parte è per questo ho smesso con la traduzione, le serie tv, i kebab, i tirocini inutili e soprattuto lo spirito “io-devo-apprendere-ogni-disciplina-medica-perché-i-dottori-veri-sanno-tutto“. Vaffanculo. A me di Pediatria non batte essenzialmente niente, per cui let’s get through it e torniamo a occuparci di Sindromi Mielodisplastiche, che poi è quello che dovrei fare per i prossimi N mesi.
Allora come mai sono a tanto così dal fare una cazzata immensa?
Come mai muoio dalla voglia di perdermi fra i crepacci e quanto di più deleterio possa esserci?
Come mai sono profondamente DISFUNZIONALE?
Come mai ne ho già fatta una grossa come una casa negli ultimi giorni?
Come mai continuo ad inciampare OVUNQUE?

Daniele Silvestri – Ma Che Discorsi

Se pensi che sia logico
Scoprire in mezzo al traffico
Di amarsi in modo cosmico
Ma un attimo che poi due metri dopo
L’amore sembra consumato già
Lo so che non ti piacciono
Le situazioni in bilico
Le cose che succedono
E succedono lo so
MA CHE DISCORSI
SEI TU CHE BUTTI SEMPRE TUTTO GIU’,
Ma che discorsi
Nel dubbio che poi non funzioni più
Così fai tu.

E poi con quello che succede
In una storia come questa
Non è che ti può chiedere
Se sia la strada giusta
Ad ogni angolo, ogni semaforo che c’è
Lo so che non coincidono
Le previsioni e l’esito
Le obbiezioni in merito
Le immagino però
Perché fermarsi?
In radio c’è anche un pezzo che mi va
Ma che discorsi, scusa
La strada forse è chiusa e non si sa
(da dove viene – tantomeno dove va)
ci siamo persi ma
se tanto non hai fretta
amore aspetta…….
gira di qua…. Gira di qua
GIIIIRA!

E poi con quello che succede
In una vita come questa
Forse è meglio se la strada
Non è proprio quella giusta
Si, con quello che succede
Quello che si vede intorno
Non dobbiamo riconoscere
La strada del ritorno
Ad ogni angolo, ogni semaforo che c’è.

Black hole sun?

“Scese, evitando di guardarla a lungo, come si fa col sole, ma vedeva lei, come si vede il sole, anche senza guardare.”

Provaci a non guardarlo, il sole. Di solito con le lenti scure è fantastico perdersi nelle sue sagome.
A tratti dà anche fastidio.
Sudore a parte… Brucia gli occhi e non permette di vedere chiaramente la realtà. Fa sì che ci si perda in pensieri e mansioni oziose quando si dovrebbe pensare tutt’altro. Il problema è che, imperterrito, lo senti sulla schiena e lo vedi filtrare attraverso gli spazi fra le tende. S’insinua ed insiste ad illuminare la vita e farsi linfa vitale per tutte le creature e per questa me così presa dagli eventi.
Al punto da scordare che esiste pur percependone al contempo il calore.
E allora credo che sia questione di equilibrio… Bearsi del fatto che il sole è sempre là ma non guardarlo troppo… Accettarlo, o rifiutarne l’imperante presenza? Fa lo stesso.
Basta ricordarsi che esistono mille cose ben più importanti del sole. E andare avanti con tutte le altre cose meno eteree, meno belle, più noiose… Ma anche più vere.
For fuck’s sake.

Istantanee: switch off brain, I’m tryin’ to sleep.

In questi giorni mi sento un po’come ZeroCalcare dopo l’intervista con Repubblica.
Non nel senso che rosico, anche se le espressioni “populismo del rancore quotidiano” ed “è quasi sempre un’intimità rosicona” potrebbero confacermisi in più di un’occasione.
Mi sento come se qualcosa di me fosse stato profondamente travisato e la cosa mi confonde. Ma, contrariamente a ZC che difende con convinzione ciò che è ed è sempre stato, io mi faccio assorbire dal tunnel alla “ooooh the times they are a-changin'”, e chi sono, e chi sarò.
Il mio problema e che non sono un punto fermo né una realtà di base, per dirla coi CCCP.
Vorrei essere il mio punto fermo anche più di quanto lo sono adesso. Sentirle più solide queste basi, fidarmi ancora più ciecamente di me stessa se possibile. E per farlo ho bisogno di capirmi meglio ed essere in grado di spiegarmi agli altri formando frasi di senso compiuto. Mi manca qualcuno che mi capisca meglio di quanto mi capisco da sola. Ma magari nemmeno un qualcuno. Magari la canzone adatta, quella che fa fare “click”.
Ce ne sono tante ma l’unica giusta mi fa provare qualcosa che apre altre mille questioni ed altrettante domande.

Lei è quella giusta:

Fuckin’ scatoline cinesi.
Una positività immensa da questo pezzo, ma anche dubbi su dubbi su dubbi su dubbi. Un accumulo continuo.

Ci sono dei giorni in cui mi detesto e al contempo mi compiaccio della mia capacità di scavare e trovare sempre nuove questioni da aprire. Anche se sono noiose ed inutili. Anche se domani invocherò qualsiasi divinità per sentirmi più leggera e scacciarmi dalla mente leelucubrazioni di dubbio valore filosofico-letterario-psicologico-maturativo.

Ma stica, ci sono gli esami.

E dopo volo in UK a farmi venire voglia di improvare  il mio inglese, prenderla secchissima, abbracciare la mia nemesi oltremanica e respirare l’aria di Hyde Park con un sacchetto(grondante olio) di fish and chips in mano.

Per il resto stasera la corteccia frontale mi ha lavorato a mille e ho pensato che sono abituata a sciogliere i nodi dal suo cervello, farlo pensare, pensare insieme dentro la sua testa. Poi entrare nella mia e mettere in fila i miei di pensieri. E vorrei che fosse sempre sempre sempre così. Invece no. Invece niente, e stasera è amaro.
Almeno questa sensazione l’ho capita. E’ lì, chiara. Sputata.
Amarezza in mezzo a un mare di domande, carica, sorrisi, Pacinotti, amici, capelli color carota, ubriacature del lunedì sera, maglioni e camicie di jeans.
E ci stava bene anche Cryin’ come terzo pezzo ma vabbùh.

 

Bersaglio del Fastidio.

Cerco di spezzare una palese fase di blocco dello scrittore(scrittore, ha ha ha) parlando di un argomento forse abbastanza scontato, ma che mi preme parecchio affrontare perché ultimamente mi ha toccata da vicino generando scariche di bestemmie della cui originalità mi sono stupita io stessa:

“Di quel mese in cui ragionai più e più volte sul TEMPISMO col quale disgrazie ed eventi più disparati mi si abbattono fra capo e collo”:

A volte mi chiedo se non sarebbe saggio da parte mia rivolgermi a qualche nerboruta signora meridionale e farmi fare magheggi vari con olio, riso, zucchero e quant’altro per scacciare il malocchio e le varie macumbe che, sono convinta, pendono sulla mia testa.
Perché non è possibile che alla normale ed oggettiva difficoltà di un esame pallosissimo e un professore che pretende le presenze ad orari antelucani a Cisanello(per poi NON presentarsi a lezione) si aggiungano i fastidi più impensabili a cadenze regolari.
La normale amministrazione è già cosa provocante non poco niffitùme*. Ultimamente pare che la mia fisiologica capacità di sopportazione venga messa a dura prova ogni santo giorno, ne sono prova gli episodi di disagio che mi sono trovata di fronte:

1) Ruota forata nel bel mezzo del Nulla:
forare una gomma è indubitabilmente un contrattempo che si affronta con due  o tre bestemmie, un po’ di soldi e la perdita di qualche ora della propria vita.
Ci sono molti modi per forare una gomma. La si può forare uscendo di casa o in centro a Pisa, dove esistono nel raggio di un kilometro dai tre ai quattro meccanici dove portare la piccola Vespina, ricoverarla in attesa di tempi migliori e via discorrendo.
No.
Io foro a Cisanello. Col serbatoio pieno, i.e. 110 kg di motorino. Con la ruota che struscia per terra in maniera preoccupante. E il mio coinquilino che riesce a cogliere solo l’ilarità della cosa sottovalutando il fatto che sto per piantargli uno specchietto nella carotide.
Sicché vai al bar sotto la pioggia incessante, fai la ricarica(il giorno dopo tuo padre ti ricaricherà 20 euro a sorpresa, per cui quei dieci se non avevi ‘sta sfiga cosmica te li tenevi per le cicche in grazia di Dio), chiama il carro attrezzi, scopri che vogliono CENTO EURO per fra dieci minuti di strada fino all’officina. Parla con un meccanico che probabilmente ha visto i suoi giorni migliori nel Pleistocene, preoccupati per le sorti della piccola Fly e zampetta nelle pozzanghere verso casa col solito coinquilino che irride la tua bad luck.
Emozionante.

2) Caduta accidentale del PC causa cavo arrotolato attorno al gambo di una sedia:
conseguente distacco di un pezzo laterale.
Il mio piccolo Marvin adesso fa un ronzio tipo vibratore, ma pare star bene a parte la sbucciatura laterale.
Mancano meno di due settimane all’esame. Il computer mi serve più delel gambe e dei reni. Non so quanto i suoi piccoli circuiti resisteranno, ma sto già pregando.

3) Storta epica alla caviglia:
Correva l’anno 2001 quando la mia caviglia decise di slogarsi in circostanze esilaranti, e da lì non è più stata la stessa. Per cui periodicamente insiste a CEDERE sia che stia portando scatoloni da 200 kg, sia che me ne stia tranquilla tranquilla in piedi. Quella ruota e mi ritrovo puntualmente culo per terra. Stavolta però è diventata una salsiccia maremmana e non riesco a muovere un passo.

4) Rush epidermico idiopatico stress-correlato:
come succede una qualsiasi delle idiozie sopracitate, udite udite, IO MI RIEMPIO DI BOLLE. Sembro una pubblicità progresso del vaccino trivalente. O la Pimpa, che non so quale delle due è peggio.
Pare la questione sia correlata a qualcosa che infesta la mia casa di Pisa dato che oggi il Morbo è clamorosamente retrocesso, e si sa che gli standard igienici in casa dei miei a Lucca sono più elevati di quelli garantitimi da Piergiuseppe, Giacomo e Me Stessa affetta dal niffitùme di cui sopra.

Basta, che poi mi lamento troppo. Poi ne succedono anche di più pese, di più light, di collaterali ovviamente sfavanti. Ma su certe cose non ci si blogga.

L’importante è chiudere con un sorriso e sapere che in fondo, “fino a qui tutto bene”.

* = Niffitùme: espressione del vernacolo lucchese che sta ad indicare, non necessariamente nell’ordine:
– disagio
– scocciatura
– nervosismo
– insofferenza generica totale globale