“Columnist” —> Ma che davvero?

E’ successo che mi hanno presa e non so nemmeno bene come.

Mi hanno presa a scrivere per un sito che non è la Tana Virtuale e che pertanto m’impone un certo contegno, l’uso dell’italiano e “compiti a casa” ogni settimana.
Mi è sempre piaciuto scrivere sotto traccia ed a quanto pare la mia caporedattrice vuole una sorta di miniserie su un tema che mi è molto caro e che abbiamo concordato insieme…
Fin qui tutto bene. Bomba. Top.
Ho scritto la bio, fatto il profilo Gravatar(grandi sforzi tecnologici per gioiakerplunk), scelto una foto che poi è la solita che campeggia più o meno ovunque sul web perché in tutte le altre faccio schifo, e buttato giù un articolo che uscirà, a quanto pare, venerdì.
In realtà ho mandato il mio primo articolo qualche settimana fa un po’ a tempo perso, giusto per provare, e mai avrei pensato che mi sarei trovata in quattro e quattr’otto a metterci la faccia, su un sito vero, con un pubblico e 8000 Like su Facebook. Vuol dire che, toh, 500 persone capiteranno su quell’articolo.
Articolo che, per inciso, non mi soddisfa per niente. Sarà che in questi giorni è tutto fuori di testa, tutto molto veloce, così veloce che non vedo nemmeno scorrerlo chiaramente di fronte a me…
O forse che, come dice Libbbbano, “io, sotto padrone, nun ce so stà“.  Non voglio dire che mi scocci l’idea delle scadenze o dei temi, anzi. Se non avessi scadenze probabilmente passerei la vita a scrivere tanto e male, mentre Decenza ed Orgoglio m’obbligano a fare un minimo si sforzo stilistico nella Tana, figuriamoci per un sito serio con tanto di sponsor.
E’ che se non mi vengono le brillànze non mi vengono, ecco. Magari mi vengono domani, magari fra una settimana, magari non sono davvero in grado… Ma nel caso saranno i Boss a decidere e mi daranno il benservito. Per ora campeggio nella pagina autori del sito e la cosa mi piace un sacco, speriamo bene.

La cosa che mi fa più piacere è che Umberto, il founder, nonché Supremo Boss del sito, mi ha scelta dopo aver letto questo “articolo“, se tale si può chiamare. Una robetta nella quale ho buttato tre anni e mezzo di esperienze, scazzi, convivenze, aule studio e vita fuorisede… Era molto mio e poco “lodevofàconstile”. Ero e sono io in quelle parole, e forse mi spaventa l’idea di mettere un ulteriore “filtro” svolgendo i miei assignements per il sito e soprattutto ampliare il pubblico al difuori di quelle dieci anime che leggono la Tana.

ParanGIoia never leaves the house, uh?

Se avessi un amico immaginario come Zerocalcare non sarebbe un armadillo ma probabilmente una nutria d’Arno che parla Cockney. E mi direbbe cose del genere, sìsì.

Anche stasera mi trovo con un esame da fare, tanti pensieri in testa, una nuova sfida, pensieri romantici come ogni giorno che Dio o chi per lui mette in Terra, un po’ d’imbarazzo e…
Aspetto domani con una canzone carica ed una romantica in testa, come sempre che non c’entrano niente l’una con l’altra, come sempre una commercialèrrima e via dicendo.

1) La canzone di quell’acchiappatopa di John Mayer, che a parte tre pezzi belli ma belli davvero mi pare il solito americanino che fa il pop che piace alla facia 92-97. Ma sticazzi, questa è splendida.

2) Direttamente dal 1993, ommioddìo questa canzone ha ventun anni. E’ anni ’90 un sacco, è carica, sìsìsì.

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Problem-solving, crisi isteriche e contorno misto fantasia.

…AKA, un’altra Minestrina di Cavoli Miei:

Sono una persona che fa delle scelte.
Ma non posso scegliere di cambiare ciò che più profondamente mi contraddistingue, fisso e radicato dentro di me. Inamovibile peggio di mio padre quando mi vietava di guardare Canale 5.
La contraddizione, per esempio. In tutto e per tutto. Che concòmita ad una testardaggine che mia madre ha definito asinìna. Grazie Mamma. Comunque andiamo a principiare…

Una delle mie molteplici contraddizioni è che talvolta ho la sensibilità che mostrerebbe Dissennatore di Azkaban all’apice della crudeltà, altre volte invece mi sento sopraffare da quanto mi accade e soprattutto sono empatica con altre persone -anche cristiani dei quali non potrebbe importarmi di meno- in un modo che, giuro, ha del paranormale.
Mi piacciono le mie contraddizioni.
Il lato Dissennatore mi ha creato non pochi problemi e generato negli ultimi anni una sorta d’ansia anticipatoria per la quale penso e rimugino prima di dire qualsiasi cosa a qualsiasi persona.
Ma più di ogni altra cosa mi porta a farmi paranoie e pippe esistenziali impossibili sul SE quanto precedentemente detto possa aver urtato la sensibilità del mio interlocutore. Per cui alla fine tutto va a discapito mio.
C’è di buono che in questo modo m’interrogo e, quando vado fuori dal seminato, ci vado il più delle voltecon cognizione di causa.
I.E., “se sto usando questo tono sarcastico e questo contenuto tagliente… Non ti preoccupare tesoro, è tutto voluto. Non è che non capisco che ti sto ferendo/irritando/facendo inalberare. Io VOGLIO ferirti/irritarti/farti inalberare. Lo bramo con ogni fibra del mio essere. Non sto scherzando.”
Il che porta alla seconda contraddizione: millanta elucubrazioni ed autosvalutazioni associate a dosi di cinismo e acidità ben centellinare e piazzate al posto giusto.
…Proprio lì dove te lo meriti, tizia che fa finta d’interessarsi dei miei esami in realtà vuole solo bullarsi che lei s’è già laureata.
…Proprio su quel discorso che *so*,oh se SO…, che tu detesti profondamente – ma tu non sai che lo so, e qui grazie ai/alle sempre simpatici/che comari dell’Aula Studio Pacinotti che mi forniscono materiale per dispensare giustizia e cattiveria agli spaccamaroni di sorta.
…Sovente per farti capire che quella cazzata tu, tizio/a random(che probabilmente pensi di parlare con un’idiota)… A me, non puoi proprio permetterti di venderla.
…Talvolta per renderti noto che il tuo gravitare nella mia orbita m’infastidisce, o emerito/a imbecille, persona inutile, fastidiosa persona che “te l’ho già detto, NON MI PIACI PER N MOTIVI GIA’ DISCUSSI, fatti vedere bene bene mentre vai a spigare”.
E via discorrendo.

Ora, io dico: una persona così acida e cattivella NON dovrebbe essere insicura e taaaanto sensìbbbbbbile a rigor di logica.
Io invece a tratti mi scopro fragile come carta velina. A compartimenti stagni, direi.
Prendo tutto sul personale.
Sono piagnòna, poi. Non ne vado fiera ma mi si aprono i rubinetti più di quanto vorrei per cose di dubbio rilievo, ma attenzione: per le Grandi Tragedie della Vita(poche me ne son capitate, per fortuna) non verso lacrima.
Questo fa di me anche un’isterica che però nelle suddette Grandi Tragedie “ci sfòa”, come si dice a Pisa.

Nonostante tutto questo calderone di contraddizioni una cosa che non riesco a spiegarmi è il sesto senso che mi accompagna praticamente da sempre e risulta in fase con buona parte degli accadimenti importanti o supposti tali dal mio cervello destro.
E’ capitato spesso e volentieri che mi svegliassi pensando che sarebbe successo qualcosa: qualcosa di bello, brutto, buffo, ansiogeno o terribile. Ed è sempre avvenuto qualcosa di coerente alle mie sensazioni nei giorni o nelle ore seguenti.
Quando si tratta di qualcuno a cui tengo sbaglio ancor meno e questo mi porta a fidarmi delle mie sensazioni in molti contesti.
In altri invece annaspo e non riesco nemmeno a comprendermi da sola. Comprendere come mai sono arrabbiata, ho la tachicardia, mi sveglio bene, mi sveglio male, ne faccio mille o vegeto tutto il giorno.

In tutto ciò mi ritengo anche una persona abbastanza semplice.
Semplice solo perché sono in certi compartimenti UNA persona, in altri sono UN’ALTRA. E questi compartimenti sono due. E queste due persone sono SEMPLICI.
Per cui ecco il segreto, bambini: basta veramente poco per decodificarmi e capire ciò che mi passa per la testa.
Chi lo capisce riesce a scavare in un modo che ritengo fastidioso ma interessante, ed ecco la mia croce: chi riesce a far breccia nelle altrui debolezze e lo fa presente è indubbiamente uno stronzo. Ma a me PIACE. Ecco. Ho spiegato come mai mi piacciono gli stronzi. Mi piacciono perché capaci di comprendere qualcosa che, da parte mia, risulta d’immediata comprensione, voglio dire, ci sono io qui dentro. Cioè: ci siamo noi due. Una e l’altra. E’ lampante, come puoi non vederlo? Eppure non si vede.
Non lo vedi? Sei un ingenuotto indegno d’entrare nella mia mente e probabilmente anche nelle mie mutande.
Lo vedi? Sei un bastardo, ma hai capito che sotto le mie tre corazze(burbera-però autoironica-in realtà anche dolce)di cui parlava il mio amico Roberto ci sono due personcine. Due. Semplici. Eccole lì.
Sei dunque DEGNO.

Qual è la fregatura suprema? La fregature suprema è che la cattiveria e la bastardaggine non sempre s’accompagnano all’acume che serve per comprendermi. A volte le fabbricano da sole, così, a gratis.
E non sono ancora abbastanza brava da discriminare chi ne è provvisto e chi, invece, è soltanto un intollerabile e misero bastardo. Così, tout court.

E’ ora di crescere. Di capire queste cose e concerdervi l’attenzione che merito ma nulla più.
Ora di far pace con le mie contraddizioni e sfruttarle a mio vantaggio come faccio già con l’acidità e la battuta cattivella che ho sempre pronta. Come la mia ansia e le abilità di problem-solving che mi caratterizzano nelle Tragedie di cui sopra.
In ogni caso, mi piace tutto questo.
E piace anche a Tyrion[che è Amore, Ammirazione, Batticuore].

Non c’entra niente, ma io vado a vedere gli Aerosmith. IO VADO A VEDERE GLI AEROSMITH. Sono pronta a dare sfogo a un’ormai quindicennale passione sfrenata per Steven Tyler saltandogli addosso. Costi quel che costi. Perché come strilla lui e come mi parla lui da sempre… Nessuno. I suoi sono gli univi urli che riesco a sopportare adesso…

Esterofili? Ciao, ma ciao proprio.

Non posso continuare in questa fase di blocco dello scrittore(scrittore? Vabbè…) che interrompo solo da ubriaca sull’urgere di robe sentimentali che meno interessanti non si poteva.
Per cui da oggi riparto, ma non da me.
Riparto da un post della Cocchi che mi ha colpita particolarmente e ben si adatta ad alcune di quelle che sono le mie attuali frustrazioni. O meglio: le declinazioni che le mie sempiterne frustrazioni stanno in questo periodo assumendo, il che è un po’ diverso.

Riparto col rispondere alla Cocchi perché ho bisogno di una traccia per continuare a nutrire questo spazio che una volta mi piaceva, mi piaceva su Splinder…

***Pausa: tiro giù il cielo dalle bestemmie ricordando quel maledettissimo giorno in cui ho perso l’email che comunicava la chiusura di Splinder, tipo Roberto in Berlinguer ti voglio bene, per intendersi***

…più che su WordPress, non lo sento ancora mio, eppòi mi manca il filo comune con la gioiakerplunk del duemilacinque. Duemilacinque, ci rendiamo conto?

Insomma, il post della Cocchi mi trova d’accordo dal punto di vista della correttezza e dell’onestà intellettuale ma non riesco ad accettare completamente ciò che scrive perché sto dalla parte opposta. Sto dalla parte di quelli che non tollerano l’esterofilia ad ogni costo ed il sentir definire tutti LAVORATORI o ARTISTI o DOTTORI, come peraltro si dice in questo articolo, con un intento ben diverso però. A pensarci c’entra poco, ma è interessante e funzionale a dove voglio arrivare.

Per esperienza purtroppo ci credo poco a chi prende e va a *nome di qualsiasi capitale, il più delle volte europea, il più delle volte Londra* a “lavorare”, oppure a “guardarsi intorno”. Cacchiotiguardiintorno? Bah.
Come dicono gli Afterhours, “ci sono molti modi” per fare ciò:
Hai diciannove anni e vuoi imparare l’inglese e prenderti del tempo per capire quale università è meglio per te e se è il caso o meno di proseguire gli studi. Hai ventitré anni ed hai finito la triennale, stesse motivazioni. Ok, sei un figo, stai facendo un’esperienza che ti sarà utilissima in un momento in cui è sacrosanto farla e ne può uscire solo qualcosa di buono.
Diventi l’Idiota SE dopo sei mesi tutto quello che hai imparato è dove sta il più vicino off-license, che il Fabric il venerdì fa la serata che ti piace, qual è il pusher di fiducia in zona. Non necessariamente in quest’ordine. Significa rimanere nello stesso torpore post-adolescenziale da Playstaton e baretto che ti contraddistingueva a Orzignano Pisano, non stai facendo altro. Svegliati.

Per il resto l’aver fatto il kitchen porter o il cameriere non ti rende migliore di nessuno. Ti rende semmai più vicino all’idea che vuoi avere di te stesso, il che è sacrosanto, ma non rompere l’anima a me che sto qui e ci sto bene.
Come ha scritto non mi ricordo chi nei commenti al post al quale mi sto riferendo, a volte l’esterofilia è solo un’altra faccia del provincialismo.
Il provincialismo peggiore non è quello ingenuo ed ostentato ma quello di cui non si è consapevoli, che porta a d errori di pensiero clamorosi e fa saltare i nervi a chi, di certi discorsi da bimbetti, proprio non ne può più.
E quella sarei io.
Francamente tutto questo amore per quello che viene da fuori e parla un’altra lingua lo capisco fino a quando non porta a svalutare a priori il proprio paese ed il proprio contesto. Come se fosse una colpa star bene dove si sta. Come se fosse da sfigati crescere con le stesse persone conoscendone di nuove nel frattempo. Come se non potesse vivere senza aver visto Melbourne o il Sudafrica.

Che poi a volte diventa anche un argomento antipaticissimo da disquisire: voglio dire, a me piacerebbe un botto fare queste cose:

…Ma mi piace un botto studiare Medicina too. Inoltre… Himalaya? Asia? Bah. Vorrei che tanti miei amici rosiconi nei confronti di chi s’è girato il mondo capissero che i casi sono due:
1 – O la persona s’è fatta il culo icosaedrico per ANNI prima di potersi permettere una roba del genere(vedi il mio amico Matteo, che ha 30 anni, lavora a Perth ed è fuori dall’Italia da mò).
2 – Alternativamente sono stronzetti pieni di vaìni(soldi), che il mio babbo non ce li ha tutti quei vaìni e manco li vede col binocolo. Ed anche se ce li avesse col cacchio che li darebbe al mio bel visino per scarrozzare il mio deretano in giro per ostelli e foreste pluviali.
Sono fermamente convinta del fatto che viaggiare NON costituisca diritto inalienabile. E’ un diritto che, se desiderato, va conquistato. La vita non è facile per tutti e forse la rosicona sono io, che in Thailandia per sport non ci posso andare pur non essendo figlia di un netturbino.
Ma sono convinta che di regali ce ne debbano essere pochi e che tutti, nessuno escluso, debbano inserire viaggi ed esperienze in generale(università, lavoro, lutti, amicizie, corsi di ricamo, acquagym, volontariato, sport, sesso) in un contesto ben ragionato e viverli nel rispetto delle priorità ed aspettative altrui e con animo sempre teso al miglioramento di sé stessi.
Non parliamo dei sedicenti “artisti”, poi, che mi parte un embolo*.

In definitiva, che tu ti addormenti in  un ostello di Bangkok, su un albero, in un monolocale a Mayfair o nel tuo letto di bambina a San Pietro a Vico(Lucca, Toscana)  l’importante è aver vissuto quel giorno da brava e bella persona. Non esser passato sopra gli altri, non aver sfruttato i genitori per sopperire alla noia o alle tue mancanze interiori, non aver vissuto nell’inedia, che è la peggior cosa e ti accompagnerà sempre, ma proprio sempre.
Anche in Cappadocia sulla mongolfiera col più bel paesaggio di fronte… Una persona misera resta misera.

Life’s what you make it.

*Una cosa però DEVO dirla, e magari meriterà un post a sé stante: Rosicate da mattina a sera che noi medici siamo boriosi e presuntuosi e che ci sembra di farci il culo solo a noi, ma voi passate le giornate fra divano, tivù e tromboni? Per piacere. Fare l’artista è ben più complicato rispetto a fare il medico. Ci vogliono degli attributi che io me li posso sognare la notte, ma non li avrò mai. Ci vuole la costanza di lottare molto spesso contro i mulini a vento, contro una sottocultura imbevuta da gente che vi ruba il nome e svaluta la vostra professione.
Uno che studia e produce costantemente Arte chiamiamolo artista, gli altri lasciamoli alle loro canne, ma che non pretendano alcun riconoscimento. Perlomeno da parte mia.

Cos I don’t shine if you don’t shine.

Stanotte ho deciso che scrivo perché posso farcela ad arrivare in fondo ad un post di senso compiuto.
Dopo un po’ di tempo passato interamente ad imparare le discipline ginecologiche ed ostetriche mi sono sentita in grado di riprendere le redini della mia vita sociale praticamente inesistente e, udite udite, HO FATTO SERATA.
Sono ubriaca a cantare Bryan Adam e sono le cinque passate. Sono tornata a casa col mio coinquilino alla “reggimi che ti reggo”, come fanno igggggiòvani e tutto il corrimidietro.
Io che non vado manco a mensa perché il tempo che passo in fila preferisco impiegarlo cucinando a casa. Io che è un mese che ho a schifo l’umanità tutta. Io che vivo in pigiama 24/7.

Io che una polaroid vorrei averla scattata in tutto questo tempo. Ci sarebbe stata bene, almeno non avrei solo “pictures on my cell phone, memories in my head now“. Io che sbrocco e proprio non ce la faccio perché mi pare tutto troppo grande.
Vorrei poter dire che non volevo essere acida, ma tanto dentro di me lo so che la mia intenzione era esattamente quella. Ho voglia di fare i capricci eppure sembrare grande, matura e superiore a certe cose. Ho voglia di picchiare e fare un male cane.
Mi fa un male cane, praticamente tutto, ma sono anche felice.
Vorrei essere meno stupida e capire, realizzare quanto questa notte sia stata stupenda, quante cose meravigliose mi gironzolano attorno, quanto senza volerlo “me stessa” sia al centro del mio universo. Poi qualcuno mi ha detto “vedessi quello che vedo io in te“, e vabbè, ho finito di parlare. Splendido.

Però, porca troia.

Tu, forse non essenzialmente tu
un’altra, ma è meglio fossi tu 
hai scavato dentro me, e l’amicizia c’è 
Io che ho bisogno di raccontare 
la necessità di vivere rimane in me 
e sono ormai convinto da molte lune
dell’inutilità irreversibile del tempo 
mi scegli alle nove e sei decisamente tu 
non si ha il tempo di vedere la mamma e si è già nati 
e i minuti rincorrersi senza convivenza 
mi svegli e sei decisamente  tu.
Tu,  forse non essenzialmente tu 
un’altra, ma è meglio fossi tu 
e vado dal Barone ma non gioco a dama 
bevo birra chiara in lattina 
me ne frego e non penso a te 
avrei bisogno sempre di un passaggio 
ma conosco le coincidenze del 60 notturno 
lo prendo sempre per venire da te 
Tu, forse non essenzialmente tu 
e la notte confidenzialmente blu 
cercare l’anima.

(Rino Gaetano – Tu, forse non essenzialmente tu)

Black hole sun?

“Scese, evitando di guardarla a lungo, come si fa col sole, ma vedeva lei, come si vede il sole, anche senza guardare.”

Provaci a non guardarlo, il sole. Di solito con le lenti scure è fantastico perdersi nelle sue sagome.
A tratti dà anche fastidio.
Sudore a parte… Brucia gli occhi e non permette di vedere chiaramente la realtà. Fa sì che ci si perda in pensieri e mansioni oziose quando si dovrebbe pensare tutt’altro. Il problema è che, imperterrito, lo senti sulla schiena e lo vedi filtrare attraverso gli spazi fra le tende. S’insinua ed insiste ad illuminare la vita e farsi linfa vitale per tutte le creature e per questa me così presa dagli eventi.
Al punto da scordare che esiste pur percependone al contempo il calore.
E allora credo che sia questione di equilibrio… Bearsi del fatto che il sole è sempre là ma non guardarlo troppo… Accettarlo, o rifiutarne l’imperante presenza? Fa lo stesso.
Basta ricordarsi che esistono mille cose ben più importanti del sole. E andare avanti con tutte le altre cose meno eteree, meno belle, più noiose… Ma anche più vere.
For fuck’s sake.

And there is time to kill today, ma tipo “ammazzare oggi”, proprio.

Una volta il fluire del tempo mi piaceva. Amavo ritrovarmi a capo di una settimana e sorprendermi di tutti i momenti diversi che l’avevano composta. Mi sono scoperta spesso a pensare che passa troppo velocemente, che non è possibile che sia già mercoled’ quando tre secondi fa era sabato, e il giorno prima ancora che abbiamo fatto quella passeggiata, e l’altro che mi sono addormentata a lezione, e ancora.
Mi piaceva guardarmi scorrere lungo le ore, i giorni e le settimane ed individuare quei momenti e quelle situazioni che, un po’ come in Sliding Doors, mi avevano portata ad un certo stato d’animo o in una certa biblioteca ad un’ora imprecisata.
Io amo il passare delle ere, l’avvicendarsi delle stagioni ognuna con le sue piccole gioie. Amo lo spuntare delle luci di Natale ad ogni palazzo proprio quando mi comincio a stufare del buio che arriva alle cinque e mezza, e l’allungarsi delle giornate quando ancora il freddo punge la punta del naso e mi fa arrossare le dita.
Mi danno profonda soddisfazione i germogli e gli alberi che cambiano verso aprile, li guardo e penso che solo cinque secondi prima studiavo al freddo avvolta nel plaid con una tazzona di thè a scaldarmi le mani.
E passa e passa e passa, lo rivedo nei blog e nei miei diari sempre più consunti e numerosi ad occupare quei due cassetti segreti in un angolo della mia stanza a Lucca. Pieni di me, di cazzate e di cose delle quali un giorno mi vergognerò.

Sta di fatto che oggi il tempo io lo odio. E’ la prima volta che mi viene da pensare che vorrei fermarlo, mai ho voluto arrestare tutto.
Semmai l’avrei voluto più veloce. Svegliarmi alla fine delle sessioni d’esame  tutte ‘ste baggianate qua.
Adesso odio non capire dove finisce la simulazione ed inizia la realtà. Non riesco a discernere se preferirei essere una macchina per non avvertire certe cose o perlomeno riuscire ad elaborarle properly. O vorrei tornare a vedermi girare in analogico col corredo di auto maledizioni che m’infliggo da lustri, le riflessioni, lo scorrere angosciante e tutto il corrimidietro.
Non so niente. I know nothing like John Snow, pure peggio a dirla tutta.
E mi dispiace vivere il tempo come un nemico che mi porta via due occhi incredibili e una sintonia indescrivibile.
Quel tempo che mi è sempre stato amico e mi ha fatta guarire ogni volta che mi sono fatta male, da quel graffio sugli scogli all’amore finito e le persone che non ci sono più.
Quel tempo che adesso mi sta ammazzando e che spero un giorno mi aiuterà a smettere di ficcare la testa nella merda e poi lamentarmi se puzza.
Sono molto stupida, io.

 

Tutto sommato.

Ho ragionevolmente pensato che potesse essere quella volta. La volta in cui ci si accorge della macchia scura sulla mia iride destra, come ho sempre detto per esemplificare stupidamente la cosa che dovrebbe essere diversa dalle altre.
Ho supposto con relativa certezza che il vento girasse da un’altra parte e tuttora sono convinta di aver fatto ben a seguire questo refolo forse solo immaginario.
Ho scommesso su tante cose senza nemmeno accorgermene, ma per adesso sono così serena che magari mi vien da pensare che l’ho infilata giusta.
Ma c’è da valutare.
Ho bisogno di silenzio interiore. Di capire se sto facendo bene o male tipo tutto.
Di zittire tutte le ansie insensate, abolire le domande ed il sempiterno pippone autoinflitto.

Riuscirci così mi lascia quasi un vuoto. Come se senza la mia dose di nervosismo non fossi io.
Ma da queste parti si sta bene.
Brezsny mi ha detto di sperimentare un qualche tipo di morte come liberazione e fresh start. Bell’oroscopodemmèrda, grazie, ma tutto sommato è attinente a questa strana pace.
Come chiudere la porta uscendo dalla sala prove. Basta affacciarsi mezzo secondo dentro e c’è un gruppo di sedicenti sedicenni alle prese con la prima cover di Smell like teen spirits che fa un chiasso allucinante e no, non infila una nota a pagar oro…
Ma qui fuori si sta bene, ci si può accendere una sigaretta e fumarla in pace… In attesa di tornare a fare il tifo per sbrogliare il delirio della sala prove…