Come ameresti te se fossi me e viceversa.

Ieri uno dei miei gruppi preferiti se n’è uscito con una canzone di una bellezza disarmante. Non voglio dire una di quelle banalità tipo che sembra scritta per me, ma mi ha fatto pensare a quanti modi ci sono per amare.
Nel casino sociale e lavorativo che è la nostra generazione non penso sia possibile amare bene, senza riserve, con tutte le riverenze e gli atti di rispetto e gentilezza del caso.
La mia generazione amerà sempre male in qualche maniera, semplicemente perché nessun individuo sa chi è e dove cazzo stia andando.
E quelli che lo sanno hanno dovuto rinunciare a talmente tante cose che non è detto abbiano a portata di cuore la persona che vorrebbero provare ad amare (male, s’intende).
Penso che la canzone significhi anche questo, o magari è l’emotiva e uterina interpretazione che voglio darci io.
Che poi, bene non ho amato mai. Ho amato quasi sempre con riserve, blocchi, dubbi e chi più ne ha più ne metta. Gli amori puri, quelli intramontabili e profondi, si contano sulla punta delle dita. Le persone che magari non amo bene ma amo profondamente, con tutta la forza che ho nel cuore. Al punto che a volte mi sembra di non poterlo contenere, tutto quell’amore.
Questa cosa non ha niente a che fare con l’affetto o il voler bene. Voglio bene a un sacco di gente, ma quella spinta furiosa e devastante la sento per pochissimi esseri umani, uno solo dei quali è un uomo con cui ho fatto/farei/farò coppia.
Mi chiedo se tutti siano capaci di provare certe sensazioni: guardare una persona e pensare che tutto il mondo attorno diventi improvvisamente di cartapesta.
Capire di essere legata a un’altra persona per la vita, come i due famosi binari di Baricco che non s’incontrano mai ma sono così cocciuti da corrersi affianco in(de)finitamente.
Sorridere semplicemente perché la vita ti ha regalato, ancora una volta, la possibilità di dire “ci vediamo domani” alla persona che ti ha insegnato a stare sotto le lenzuola in due ascoltando il respiro di un altro.
Il famoso “essere più di sé stessi”. Direi che è proprio questo, l’amore provato  e dato”bene”. Quello che proietta verso una percezione più alta della persona terrena.

Le persone che invece si amano male, ovvero la maggior parte di quelle che vorremmo amare, a volte si amano male non per colpa nostra, ma semplicemente perché c’è qualcosa che non consente a quell’amore di esistere fino in fondo. E allora eccola qui, la mia generazione maldestra e graffiata.
Senza una lira, senza miti, la generazione in cui stanno cercando di banalizzare tutto e far credere che il banale sia anticonformismo. Siamo talmente presi dal nostro bisogno di capire la vita, il lavoro, quello che serve per essere fighi e sfangarla socialmente, che alla fine ci scordiamo che dietro a quei maglioni ci sono persone, per dirlo con Labadessa.

Io non amo bene da un casino di tempo, e le persone che amo bene o non mi ricambiano o abitano a migliaia di km di distanza. Mi manca sentirmi totalizzata dall’amore di coloro che sono in grado di suscitarmi detta sensazione.

Questo mi porta a rifugiarmi nel passato, nel vintage, in antiche emozioni. In albe vissute diversi anni fa.

C’è questo, però: che amare male è comunque un tentativo, un anelito, una prova che è bene fare, sebbene i tempi e le situazioni non ci aiutino per niente.
E loro oggi mi hanno fatto cogliere con ironia questo aspetto.
Forse l’importante è continuare a provare…

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