“I pledge my life and honor to this. For this night and all the nights to come.”

Premessa: parlo ancora di Medicina.
Farei prima a fare come Paola e dichiarare che questo è un blog in cui scrivo storie ispirate al mio lavoro, che poi lavoro ancora non è, ma si tratta della dimensione di cui presto farò parte… Ma tant’è.

 

***

 

 

Questa sera ho giurato all’Ordine dei Medici. Ho giurato un sacco di cose piuttosto ridondanti, francamente, e dico questo perché la versione moderna del Giuramento è molto meno romantica rispetto a quella antica (il vero e proprio Giuramento di Ippocrate).
In ogni caso ho avvertito, nell’ordine, l’orgoglio e il famoso senso d’appartenenza. Una delle sensazioni che preferisco.
Quella cosa che ti fa esser fiero di una categoria, un gruppo, una squadra. Nel nostro caso una professione.
Di solito alzo gli occhi al cielo di fronte a coloro che usano i termini “vocazione” o di “dedizione verso la sofferenza del prossimo” quando parlano del perché hanno scelto di fare i medici. Penso che quelle persone, perlopiù al terzo/quarto anno, non appena metteranno piede in una corsia internistica si ricrederanno sul fatto che i pazienti siano vittime al 100%, carini, buoni e che aiutare gli altri sia così piacevole.
Qualche esempio?
– Esiste l’obesodiabeticoipertesodislipidemiconefropatico che non fa gli stick o non prende il Valsartan, e magari pensa anche di far bene. E tu saresti felice di batterlo nel muro, oppure lo vedi prima peggiorare e poi spegnersi, e ti arrabbi tantissimo, e stai male;
– C’è quello convinto che se hai meno di 60 anni e la vagina non meriti di sfiorarlo. Con questo paziente non si può fare a meno di sfoggiare un sorriso beffardo quando gli becchi l’arteria al primo colpo mentre lui blatera che “ai suoi tempi i dottori erano maschi ed era bene così… Oh bimba, hai già fatto?“;
– La signora che tralascia di menzionare tre interventi chirurgici pregressi e ti tratta da idiota se insisti nell’indagarli;
– Il patofobico che sputa dieci volte al minuto in un tovagliolo per paura di vedere sangue (“e allora ho un tumore ai polmoni”). Povero, niente di male. Se non fosse  blocca un ambulatorio di Medicina Generale per tre ore e no, lui dallo psichiatra non ci vuole andare…;

Nella mia parca esperienza mi sono già resa conto di quali sono le tipologie con le quali mi è veramente difficile confrontarmi.
Del resto lo dice anche Paola in riferimento al caso Cucchi:

“Potete ben immaginare quanto i pazienti siano diversi e di diverso impegno per noi, sia fisico, sia psicologico. Non tutti i pazienti sono educati, puliti e intelligenti. I pazienti sono anche arroganti, sporchi, ignoranti e terribilmente cagacazzo.
Ma noi abbiamo giurato di curarli tutti.
Anche i più antipatici e puzzolenti, anche quelli che nella vita normale non toccheremmo con la punta dell’ombrello. Ora sono lì, sono tra le tue cure e tu te ne devi occupare sempre al meglio.”

La vita in ospedale non è tutta giri di valzer e pacche amorevoli sulla spalla a canute e sorridenti vecchiette. Per questo mi esce dalla bocca “tzé” quando sento parlare di vocazione, manco tu fossi Santa Gemma.
Parlaci te con la tossica del letto 8 che ha perso lavoro e marito in due mesi, e non vuol saperne di andarsene perché la sua alternativa è dormire sotto un ponte.
Spiegaglielo te al trentacinquenne occluso da metastasi di melanoma, come mai sanguina appena sfiora qualsiasi superficie.
Soffriamo con loro, ma spesso avremmo voglia di prenderli a craniate.
Ciò ha scandalizzato mio fratello l’altro giorno: deve essersi convinto che, siccome siamo dottori c’abbiamo la vocazione, e siccome c’abbiamo la vocazione dobbiamo essere perfetti e non stufarci dei pazienti, compatirli costantemente come se questo potesse essere minimamente utile. Empatia e partecipazione sì, ma anche umanità. Perché non è che con quel pezzo di carta ci hanno consegnato anche la pazienza dei santi inclusa nel prezzo. Siamo esseri umani e facciamo un lavoro che spesso porta ad avere a che fare con pazienti tremendi.

Fare il dottore è soltanto un mestiere…

Ho fatto Medicina perché voglio risolvere i dilemmi della semiperfetta macchina che è il corpo umano, e per morbosa e totalizzante curiosità scientifica nei confronti dei processi fisiopatologici.

Ma stasera quella leziosissima vocazione l’ho sentita, e mi sono ricordata della prima paziente che mi disse “grazie” dopo un prelievo. MI sono ricordata del signor Ivano, che gli ultimi occhi che ha visto erano probabilmente i miei, della psicologa poco più grande di me che ha finito i suoi giorni in Ematologia. E poi penso al Bonfa, al Menca e a Giorgio…
E so che mai vorrò essere impotente di fronte a ciascuno di loro, o di fronte a chiunque come loro.
E so che il mio lavoro sarà sempre ciò che fa di me “me”, e desidero fortissimamente imparare a farlo al meglio.
Forse perché adesso non è che ci sia qualcos’altro di altrettanto coinvolgente in ballo, o forse nemmeno un grande amore mi farebbe rinunciare a mezzo minuto di ambulatorio. Non so. Al momento non riesco a vedermi altrove, ecco perché l’inattività mi sta ammazzando. Necessito di studiare, fare, progredire, lavorare e drogarmi della mia droga principale.

Va a finire che sono leziosa come quelli che cccè c’hanno la vocazione che devono aiutare glllll’altri.
Quasi quasi giuro anche domani, magari mi leva un po’ di cinismo.

 

***

Inapplicabile adesso, ma ugualmente bellissimo:
“Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per tutti gli dei e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto:
di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest’arte, se essi desiderano apprenderla, senza richiedere compensi né patti scritti; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.
Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio; mi asterrò dal recar danno e offesa.
Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.
Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte.
Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività.
In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.
Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell’esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.
E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro.

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