Sorrentino mi chiamerebbe per saperne di più.

Se avessi girato io La Grande Bellezza sarebbe uscito fuori un film molto molto diverso da quello che tutti abbiamo visto.
Dico fin da subito che quel film NON mi è piaciuto, fondamentalmente perché a mio avviso troppo nostalgico e ruffiàno, fatto di retoriche vecchie mille anni, pregno di grandeur al punto da risultare quasi lezioso. Riconosco che ha dei pregi, riprese felliniane meravigliose, un Servillo che tutto il mondo c’invidia e una bellissima Ferilli che vorrei averli io cinquant’anni così.

Se avessi girato io La Grande Bellezza avrei ripreso delle robe che con la concezione di bellezza di Sorrentino c’entrano ben poco, ma per me è lì che doveva andare a scavare. Non sto parlando di stupori o emozioni naif tipo “che ne sarà di noi”, sto parlando di quei momenti in cui si vorrebbe freezare tutto e poterlo rivivere all’infinito. Attimi in cui basta il gesto di accendere la sigaretta per farsi balenare in testa l’idea che siamo in un frame perfetto di un giorno perfetto di una vita che poi dopotutto è perfetta.

Ci avrei messo, ne La Grande Bellezza, una cucina microscopica con le tazze colorate che penzolano dai ganci sopra il lavello. Un terrazzino in cui a stento ci si sta in due coi fili rossi per i panni. Una cucina che “sembra una casa portoghese degli anni ’50”, un’altra che chiami “il rifugio boliviano di Che Guevara”, e la terza che somiglia più alla cucina di un ostello che a quella di una casa normale. Non avrebbero potuto mancare i raggi di sole che si stagliano sul Battistero e i fili d’erba fresca, il troppo caldo e i libri abbandonati nello zaino. Testa in su a parlare dell’ultimo gossip del corso, o di come faremo mai ad arrivare in fondo.
Avrei scritto una scena in cui la casa si sveglia pian piano, col primo la cui sveglia suona alle 7:30 (in altre parole: io) e i relativi moccoli perché c’era lo scaldabagno spento. Il secondo si trascina fuori dal letto avvolto nel plaid, si appoggia alla finestra aspettando il caffè e accende la sigaretta del mattino. Si sono scambiati un rapido “buongiorno”, ed il primo di cui sopra sta disponendo i residui della serata precedente (tazze, bicchieri, cartine lunghe, birre vuote, tabacco sparso…) al loro posto. Poi via: caffè, doccia. Risveglio del terzo, pimpante e felice di trovare il caffè, sempre avvezzo alle chiacchiere mattutine. Un progressivo sorgere nella maniera più sgraziata immaginabile, eppure così “domestico” e rassicurante.

La Grande Bellezza è una pedalata con le cuffie nelle orecchie. Meno svampita di Amélie, meno autistica di un personaggio di Bertolucci e più pulita di un0 di Tarantino. Vicina a un Baricco un po’ meno pomposo, la farei. La farei come quella de Il Ciclone, ma senza la goliardia fiorentina. A ricordare il valore della normalità ed anche la sua grandiosità, senza però volerla esaltare in maniera pomposa.
La straordinarietà del quotidiano.
Se avessi dovuto scrivere una scena romantica, beh, l’avrei scritta sincera al 100% e mi sarei divertita nell’osservare le reazioni del mio pubblico immaginario. Descrivere la paranoia e la totale assenza di romanticismo delle quali sono pervasi il 99% degl’incontri giovanili forse non è roba da film, ma una scena ce la farei. Lontana dalle raffigurazioni classiche della “botta e via” e dalle dicotomie di sorta che la vedono contrapposta al Grande Amore.
La Grande Bellezza sta nelle tonalità di grigio fra un cuore spezzato e una bella scopata.
L’Amore con la A maiuscola, beh, di quello non mi occuperei, perché è talmente tanto tempo che non lo sperimento che non mi ricordo nemmeno cosa sia. Quando ci penso mi pare di ricordare un altro film, che con questo concetto di bellezza ha poco a che fare.
Narrerei di come mio padre mi ha ficcato la corona d’alloro in testa quel giorno di marzo che mi pare già lontanissimo e di cos’hanno significato quegli occhiali rosa e quello zaino, la sfilza di volti sorridenti e quella frase: “Il suo esame di Laurea è stato approvato con voto centodieci su centodieci con lode. Per i poteri conferitimi dal Magnifico Rettore la dichiaro Dottore in Medicina e Chirurgia!“. E del cuore che mi è letteralmente scoppiato.
Ma La Grande Bellezza era nella penombra del giorno dopo, nella luce che filtrava dalla persiana, quando mi sono svegliata con accanto le due persone che più amo al mondo e abbiamo fatto colazione. Sta lì, rannicchiata fra due fogli di quaderno dentro i quali ritrovi un bigliettino scritto durante una lezione di Biologia al primo anno.
Nascosta dietro una porta dove cade una vecchia fotografia, nel momento in cui l’aria del mattino mi sferza addosso mentre corro sulle Mura. In una favola della mia nonna, nei nostri aperitivi disordinati.

Non so se si può parlare di grandeur.
Senz’altro tutto quello che c’ho dentro io è grandissimo, e sono le cose imperfette, quelle che hanno fatto profondamente parte di me, a ricordarmelo ogni volta.

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