Qualcosa dalla testa di qualcuno #3.

“Frà, ci sei? Davvero io non so che ti prende! E dire che mi sembravi uno normale! Bon, fammi sapere se torni per pranzo!”
Marcello si alzò ridacchiando, spiaccicò la sigaretta nel posacenere e caracollò verso la  sua stanza.
“Ok…”
Alessandro tirò un sospiro e decise di dare un senso alla giornata.
Doccia, vestiti, scarpe, schiaccia quel brufolo schifoso ed esci, si diceva.
Non ci pensare, si diceva.
Ma proprio nei momenti in cui le trame dei suoi pensieri diventavano leggere e superficiali cominciavano ad affacciarsi i soliti concetti non suoi. Come se gli stessero squattando il cervello a gruppetti. Camminando per Borgo udì la preoccupazione di un’assistente al suo primo giorno di lezione, e non poté fare a meno di sorriderne:
“Maia… Maia, Maia Maia Maia. Io mi chiamo Maia, sono una fregna mostruosa e ce la posso fare. Certo che se non ancheggi come un’ubriacona magari assumi un po’ di più l’aspetto della professoressa. Ma non c’è verso, continuo a dimostrare diciott’anni. Nessuno mi prenderà sul serio, e Sant’Iddio perché mi sono messa questi inutili tacchi…”.
Tutto questo abitava dentro Maia e ciò agli occhi di Alessandro aveva dell’incredibile: si era sempre fatto i fatti propri, era vagamente consapevole che le sue spalle larghe e la sua aria da intellettuale sinistroide gli avrebbero sempre, bene o male, assicurato l’interesse di diverse ragazzine. Ma non si credeva il Dono del Cielo e, nonostante la sua estrema cortesia, non era ciò che si definiva uno spaccone. Uno di quelli piacevoli della serie “è brillante ma tende a stare nel suo”.
Maia invece appariva esattamente l’opposto: aveva capelli biondo miele lunghi e liscissimi, trucco perfetto, tacco dodici, viso duro e una camminata da runway che ispirava una sicurezza fuori ogni misura, quell’atteggiamento spavaldo che ad Ale non apparteneva affatto, ma che era impossibile non notare.
E proprio lui, a cui fondamentalmente non era mai importato niente di soffermarsi sull’interiorità di un’apparente spaccone/a, si trovò a riflettere sui luoghi comuni e sulle banalità che troppo spesso si sentono dire: “è dura e arrogante per nascondere la propria insicurezza!”.
Due anni di tormento, eros e thanatos con Giada gli avevano insegnato che si possono accampare tutte le scuse di questo mondo a comportamenti viscidi ed indecenti. Vedi: padri assenti o morti, disturbi alimentari, occhiali e ciccia in età infantile. Ma no.
Esistono anche gli stronzi e le stronze al mondo, a prescindere da esperienza spiacevoli.
Leggere la mente di Maia lo riportò ad una nuova fede nel luogo comune e nelle persone che si mostrano in un certo modo per rifuggire il mostro della paranoia.

Ale si sentiva stranamente potente ed emozionato, aveva scoperto un interesse forse malsano individuandovi il potenziale di crescita che mai si sarebbe aspettato.
E senza rendersene conto era solo dentro Maia, il rumore di fondo sembrava completamente annullato.
Come per molte altre situazioni di vita da studente, ecco un’altra procedura che necessita di concentrazione per essere portata a termine nel migliore dei modi.
Senza accorgersene seguì Maia in un bar. La sentì ragionare fra sé e sé di un tal Jack. L’ascoltò ripercorrere una notte di sesso particolarmente intensa, formulare frasi e elaborare verbalmente ricordi che le provocavano un certo effetto. Subito dopo il disagio e la paura che qualcosa trasparisse: Maia incrociò le gambe. Appariva come la più tranquilla, navigata e serena professoressa, eppure nascondeva pensieri di tutt’altro tipo.
Decise di mollarla lì per due motivi fondamentali: LEI stava diventando bordeaux e a LUI veniva da ridere. Scappò saggiamente, ma lo fece dopo averle rivolto uno sguardo fra lo spaventato e l’interrogativo e aver pagato un caffè che non aveva più bevuto.

“Ma quel tizio…”
La sentì scandire nella mente prima d’infilare la porta del bar in preda ad una vergogna senza precedenti.
Non poté negare che era stata una delle esperienze più strane e sensuali della sua vita.

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