Qualcosa dalla testa di qualcuno #2

Quella sarebbe stata una mattinata come tante altre. Alessandro si svegliava presto da più di tre anni, da solo e senza sforzo. Era una di quelle persone che riescono ad essere sveglie ed attive dormendo anche molto poco. E poi era uno studente modello. Di quelli che non mancano nemmeno un appello, di quelli che si chiudono in casa all’avvicinarsi dell’esame. Di quelli che riescono a far fruttare al massimo ogni minuto sui libri.
Si rigirò tre minuti nel letto e poi decise di poggiare i piedi per terra e andare a farsi un sacrosanto caffè. Lezione, biblioteca, pranzo, lezione. Un giovedì senza particolari problemi, il frigo pieno e voglia di cimentarsi negli splicing alternativi, gli anticorpi chimerici ed un sacco di altre cose che la specialistica che aveva scelto poteva offrirgli. Certo non è il massimo lasciare la propria città universitaria per trasferirsi in un altro ateneo dopo la laurea triennale. O meglio, è il massimo: nuove opportunità, ripartire da zero, conoscere gente nuova… Ma gli amici di Perugia gli mancavano. Proprio la sera prima aveva partecipato via Skype ad una loro cena col risultato di sentirsi ancora più triste dopo aver staccato la chiamata perché loro avevano in programma di uscire.
La situazione era in realtà abbastanza stazionaria da quando era arrivato, non fosse stato per le svariate informazioni non richieste delle quali il suo cervello si trovava quotidianamente infarcito.
Il suo coinquilino, per esempio, era il modello base dell’essere umano. La sua mente era incredibilmente semplice e fluttuava dalle donne che passavano per casa agli esami poggiandosi, al massimo, su cosa cucinare per cena.
L’altro ragazzo con cui viveva, invece, doveva avere qualche disturbo di peronalità perché ascoltarlo era come trovarsi in mezzo fra due stazioni radio: pensieri veloci, una mente dinamica e brillante. La cosa strana era il suo pensare “mi sto arricciando il rasta, mi sto arricciando il rasta” mentre effettivamente stava con lo sguardo perso nel vuoto a giocherellare con uno dei suoi dread.

Se c’era una cosa che Alessandro aveva capito era che non si dovrebbe mai supporre cosa un’altra persona stia pensando. Marcello infatti a tratti sembrava profondamente assorto, mentre magari stava riflettendo su quanto fumo comprare.
A volte, invece, lo sentiva formulare ragionamenti al limite dell’assurdo mentre cucinava fischiettando.

Si ripromise di non fare mai più pronostici su carattere e modo di riflettere degli altri. Tanto è inutile.
Marcello aveva stranamente preparato il caffè nella macchinetta grande.
“Ohi frà, ce n’è in più, lo prendi?” – disse leccando la sigaretta mattutina.
“Certo Marc, grazie!”
“Allora, che hai fatto?”
“Che ho fatto quando?!”
“Ieri sera, che sei tornato con una faccia da beota che volevo chiederti chi è il tuo pusher?!”
Accese la sigaretta e si stravaccò su una sedia poggiando i piedi su quella accanto.
Quanto era figo in quelle sue pose plastiche?
Marcello era uno che non aveva bisogno d’impostarsi o di studiarsele, le mosse. Marcello era una di quelle persone intrinsecamente eleganti, anche se a volte la sua testa puzzava come cento stalle, perché si sa, i rasta puzzano per antonomasia.
Attaccò a giocherellare con un bullone che aveva infilato in un dread guardandolo in attesa di una risposta.
Doveva avere proprio la faccia sconvolta la sera precedente. Si era infilato nel letto senza neanche spogliarsi conscio del fatto che in qualche modo quella storia della lettura della mente l’avrebbe mandato alla neuro.
Tutto ciò perché aveva provato a sperimentare questa insolita capacità in un momento di pausa. Si era seduto con la proverbiale sigaretta home-made sulla panchina che dava sul giardino. Appena tentò di penetrare la mente di una matricola seduta sulla panchina di fronte dentro di sé scoppiò la guerra del 15-18: sembrava che tutti i presenti nel raggio di 100 metri gli urlassero contemporaneamente.
Per cinque orrendi minuti credette di non poter spezzare quel flusso cacofonico di frammenti altrui e stette come un autistico a premersi le tempie. Poi un fotogramma indistinto di Elena, la quale fra quelle voci o non era presente o non aveva potuto distinguerla, gli fece perdere la concentrazione su quanto stava avvenendo.Da lì in poi, il silenzio.
Come aprire il portone di una discoteca e chiuderlo in un rapido scatto. Il casino smbrava essersi rintanato da un’altra parte. Inudibile.
Tornò a casa terrorizzato.
Decisamente: non ci aveva ancora capito niente.

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